PASSEGGIATA ALLA GNAM. PARTE 2 DI 2

di / 4 maggio 2017

Poster della mostra Time is Out of Joint su Flanerí

Ulderico Iorillo prosegue la sua esplorazione della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, che nel suo nuovo allestimento «non prevede un percorso lineare». Ecco allora alcune indicazioni e qualche riflessione utili ad affrontare consapevolmente la visita.

Comunicare o educare? La galleria nazionale e la presunzione di conoscenza.

Innanzitutto va detto che molti aspetti concorrono alla creazione dell’immagine di un museo: dall’impronta lasciata dal direttore, alla sensibilità degli architetti, alla sede che lo ospita, alla storia che lega lo spazio alla collezione. Nel nuovo allestimento Time is Out of Joint di quella che non è più GNAM, ma “La galleria nazionale”, sembra che tutti questi elementi non abbiano i giusti equilibri e che prevalgano logiche volte alla comunicazione a scapito della sostanza. Molto è stato detto circa l’assenza di un filo cronologico, a volte anche solo logico, nell’accostamento delle opere. Capita così di vedere Ercole e Lica di Canova davanti alle spine di Giuseppe Penone, statue dell’800 che “guardano” quadri di Giorgio Morandi, opere di videoarte accanto a dipinti risorgimentali in una sala dedicata alle non meglio definite battaglie. Siamo di fronte a scelte frutto di un ragionamento meramente estetico, volto a rappresentare il museo come un luogo per i selfie, dove restare spiazzati dall’arte, dove non esistono pannelli esplicativi e la volontà del curatore prende il sopravvento sulla natura educativa ritenuta noiosa. Molte sono le ragioni metodologiche alla base delle critiche piovute fino a ora sull’operato della direttrice della galleria e a tal proposito consiglio di leggere alcune considerazioni di Jolanda Nigro-Covre, che, insieme a Claudio Zambianchi, ha lasciato per protesta il comitato scientifico del museo.

Passeggiare per la rinnovata galleria mi ha fatto pensare a quando, ormai diversi anni fa, poco più che ventenne, visitai per la prima volta l’allora GNAM per prepararmi all’esame di arte contemporanea. Se pure affascinato dalle opere che vedevo dal vivo per la prima volta, utilizzai il museo per orientarmi nella sequenza delle correnti artistiche e tra i periodi storici. D’altronde avrei potuto restare affascinato in modo fanciullesco, acritico, da Balla e da Boccioni, da de Chirico e Fontana, o nelle sale del Risorgimento, dai quadri di grande formato, corali, potenti, retorici. Avrei potuto fare come Jules, Jim e Catherine nella famosa scena del film di Truffaut, e correre da una parte all’altra cercando magari di carpire qualcosa con la coda dell’occhio. Insomma, il museo suggeriva un percorso, non lo imponeva ed erano sempre le opere d’arte a dare spettacolo, non la giustapposizione dei pezzi. Ogni visita in un museo è differente e ogni museo è diverso. Chi allestisce una galleria nazionale dovrebbe tener conto che ha il compito di costruire un’esperienza che fissa un tempo collettivo, ma anche, uno privato e che questa esperienza ha valore se veicola un messaggio educativo nel senso più nobile del termine.

Il clamore scatenato da questo nuovo allestimento, sia tra gli addetti ai lavori che tra i molti visitatori, ha portato alla ribalta lo spinoso tema della comunicazione nella cultura.

A tal proposito mi sembra calzante un articolo uscito su “IL” che parla di come la canzone vincitrice di Sanremo scritta da Gabbani, La scimmia nuda, sia ricca di citazioni e di quanto queste risultino incomprensibili ai ragazzi di terza media che pure la recitano affascinati. L’articolo è di Mario Fillioley, professore in una scuola media, appunto, e ha come tema i livelli di lettura applicati alla cultura pop degli ultimi quarant’anni, ormai approdata anche nell’insegnamento scolastico. Dai Beatles a Bob Dylan, dai Peanuts a Lupo Alberto questa nuova stratificazione culturale ha aggiunto un tassello, più o meno importante, nella costruzione della narrazione collettiva, creando inevitabilmente una nuova spaccatura generazionale e culturale. Insomma, almeno per distanza cronologica, oggi il primo Fantozzi sta a un dodicenne, all’incirca come Elio Vittorini sta a un trenta/quarantenne.

Ecco ritenere che Fantozzi sia autoesplicativo perché lo conosciamo bene e non ne percepiamo la distanza penso sia presuntuoso, la stessa presunzione la trovo nel ritenere poco utile spiegare le opere d’arte in un museo. È, infatti, naturale che l’opera d’arte non sia esplicitante, ma l’istituzione ha il dovere di fornire gli strumenti necessari alla decodifica e non si può credere che le opere bastino da sole a suggerire percorsi storici o mentali, soprattutto per l’arte contemporanea dove la lettura dell’opera presuppone delle conoscenze ancor più profonde per poter essere interpretata.

La via diacronica, e solo saltuariamente tematica, scelta dalla direttrice di “La galleria nazionale” che ho dovuto assecondare in questa mia ultima visita, mi ha fatto sentire come un tredicenne abbandonato di fronte alla tv a guardare un vecchio film comico di cui non comprende le battute.

 

Potete leggere la prima parte della passeggiata qui.

  • condividi:

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

Archivio