L’inquilino di sopra

di / 20 luglio 2017

Io e Paolo siamo stati compagni di scuola, è vero, ma amici direi proprio di no. Abbiamo passato gli anni del liceo a due passi l’uno dall’altro, eppure la distanza fra cinque banchi, fra cinque nomi e i destini a loro annessi – Flaviano Mario, ora odontotecnico; Fenati Elisabetta, barista; Brugnolo Alberto, allora fancazzista oggi emigrato all’estero; Stevan Ilaria, disoccupata e mamma; Diodi Massimo, professore ad interim – non l’abbiamo mai superata. Quando la scuola finì e andammo all’università, di lui non sapevo granché. Avevo sentito dire che si era iscritto a Giurisprudenza e mi sembrava – vista la famiglia in cui s’era trovato a nascere, padre notaio e madre professoressa di diritto – una scelta logica. Immaginavo già che finiti gli studi sarebbe andato a lavorare da suo padre per poi prenderne il posto e vivere una vita facile e rispettabile come la rotta di una nave portacontainer che va da Hong Kong a Los Angeles. Nel pensare questo non provavo invidia, solo un certo fatalismo o forse – come direbbe Charlie – appena un pelo di rancore di classe. Quanto a me, ero venuto fuori dal liceo con un’infatuazione per Thoreau e gli scrittori russi dell’Ottocento che mi aveva portato a credere che una laurea in Lettere fosse la direttrice giusta su cui volgere i miei sforzi. Di fronte all’indifferenza stanca dei professori e all’inedia colma di vaghi ideali dei miei compagni di corso avevo velocemente capito quanto mi fossi sbagliato.

Sette anni e una laurea più tardi mi dibattevo fra ripetizioni di latino a dodici euro l’ora e infime supplenze in scuole private. Avevo una ragazza di nome Carlotta che insisteva a farsi chiamare da tutti Charlie senza dirne il motivo, forse per qualche personaggio di film o magari per odio verso quel nome che trovava troppo borghese. Di Paolo mi ero scordato. L’avevo sepolto in quello strato limaccioso del cervello al confine fra il ricordo e l’obsolescenza dove si lasciano marcire informazioni divenute irrilevanti. Un amico mi aveva detto che, nell’ordine: si era laureato con il massimo dei voti, lavorava ovviamente con suo padre e usciva con una ragazza piuttosto attraente. Immaginavo dunque vivesse una vita noiosamente felice.

Così, quando quella sera ci ritrovammo seduti ad appena un tavolino di distanza fuori da un bar, ero pronto a tollerare i limiti della nostra reciproca indifferenza, sia che fosse dettata da un suo sentimento piccolo-borghese di superiorità nei miei confronti, sia che fosse frutto della mia dimenticanza. L’unico pensiero che mi tallonava era quello di bermi uno spritz, leggere il giornale e tornarmene a casa. E invece lui mi si era piazzato di fronte, ha teso la mano e mi ha sorriso.
«Ehi, Paolo!», gli ho detto. «Tutto bene?»
«Bene, bene. Non sai che piacere vederti!»
Sono rimasto sospettoso a guardarlo sorridermi troppo e aver troppo piacere di vedermi, me ne sono stato zitto e ho fatto un cenno con la testa.
«Allora, che fai? Racconta».
«Insegno, ma solo qualche supplenza breve: due o tre mesi, se sono fortunato».
Paolo ha annuito e poi se ne è saltato fuori col dire che al liceo gli piacevo un sacco: «Cioè, eri forte: sempre sulle tue, sempre a discutere col professore. E lui che ti stava pure a sentire! A noi invece non ci cagava neanche. Non so come spiegartelo, ma mi ero preso una specie di cotta per te – o meglio, una cotta no – più che altro mi sarebbe piaciuto essere come te, capisci?»
Gli ho fatto segno di sì, che capivo, ma non è che in realtà ci capissi molto. Non sapevo bene che dirgli, provavo a deviarlo lungo sentieri più battuti: «Tu invece che fai?»
«Lavoro con mio padre. Ti ricordi Francesca, quella che stava in quinta B? Ecco, stiamo insieme. I miei genitori ci hanno preso un appartamento in centro».
«Però».
«Perché non vieni a trovarci? Mi farebbe piacere. Magari a cena. Porta anche la tua ragazza. Ce l’hai una ragazza?»

Quando gliel’ho detto, non è che Charlie sia stata tanto contenta. Cresciuta in una famiglia di operai, a sedici anni ha letto Marx ed è diventata comunista. Ma va detto che la laurea in Filosofia se l’è pagata lavorando come cassiera in un supermercato e credo che questo, comunismo o no, valga qualcosa. Comunque, le nostre storie qui c’entrano poco, volevo solo farvi capire perché se l’era presa tanto. M’ha detto che lei non cenava con i padroni, che potevo andarci da solo se proprio ci tenevo e ha aggiunto che un tempo non ci sarei certo andato, anche se questa secondo me è una sciocchezza perché non è che io abbia mai creduto troppo nella lotta di classe. «È solo un vecchio amico», ho provato a giustificarmi. Lei mi ha risposto sbattendomi contro la porta della camera.
Ma qualche ora più tardi, mentre stavo dormendo sul divano, ho sentito che si sedeva per terra accanto a me. Ci siamo guardati negli occhi al buio e lei, con il mento appoggiato sulle ginocchia, mi ha detto: «Solo per questa volta». In quel momento i fanali di un’auto fuori dalla finestra le hanno illuminato per un istante le sopracciglia imbronciate sopra il cavo scuro degli occhi. Era terribile e bellissima.
«Vieni», ho detto, e lei mi si è stesa di fianco. L’ho baciata e abbiamo fatto l’amore.

Due giorni dopo Paolo mi ha chiamato.
«Allora, venite a trovarci?»
«Sì, ma non preparare nulla di speciale, ok?»
«Non preoccuparti, sarà giusto una cena fra amici».
«Posso portare qualcosa, che ne so, il vino?»
«Basta che ci siate voi».
Poi mi ha spiegato come arrivare a casa sua, anche se non era difficile: abitava praticamente in piazza.

La sera dopo io e Charlie ci stavamo preparando. Ero indeciso se fosse il caso di mettere la cravatta. Charlie si era messa un vestito marrone di lana cotta: sarà che il marrone mi è sempre piaciuto, sarà che la serata mi ha un po’ messo in pre-allarme, ma mi sembrava ancora più bella e più Charlie del solito. Non credo capiate quello che intendo, anzi certamente no perché non la conoscete: dovreste vederla per capire quanto è bella quando non è a suo agio nelle situazioni. Aveva i capelli legati in una coda, le orecchie piccole e perfette con gli orecchini d’ambra che le avevo regalato a Natale. Era senza trucco, come al solito: Charlie dice che è un’invenzione della mercificazione capitalista, ma devo ammettere che sta bene anche senza. Anzi mi farebbe strano vederla truccata. Quando stavamo per uscire – avevo deciso di non mettere la cravatta – l’ho vista prendere un pacchetto avvolto in carta da pacchi e metterselo in borsa.
«Non possiamo certo presentarci a mani vuote», ha detto. «Gli ho preso un libro».
«Spero non sia Marx».
Lei si è messa a ridere e mi ha assicurato: «Niente Marx per i borghesi».

Siamo arrivati alle otto e cinque. Ho suonato al campanello e dopo pochi secondi la porta d’entrata si è aperta con un lungo scatto elettrico. La tromba delle scale testimoniava lunghi anni d’uso, consunzione, ricchezza. Il marmo dei gradini era lucido dei passi che l’avevano calpestano. C’era un forte odore di cera per pavimenti. In mezzo alla tromba inquilini più moderni avevano trovato il posto per un ascensore. Charlie ha sempre sofferto un poco di claustrofobia, dunque abbiamo evitato l’ascensore. Mi ha stretto la mano e siamo saliti per le scale fino al terzo piano. C’era una porta aperta su una grande sala illuminata da un imponente lampadario d’acciaio e vetro. Ho bussato e chiesto permesso. La voce di Paolo mi ha gridato di entrare. Siamo entrati. La stanza era vuota, poi da una porta alla nostra destra è uscita una ragazza bionda vestita di rosso.
«Francesca», le ho detto. Si è avvicinata con un sorriso di circostanza e mi ha dato due baci veloci sulle guance. Indicandole Charlie, ho detto: «Questa è Carlotta».
«Charlie», mi ha corretto lei.
Francesca l’ha guardata con un certo fastidio, poi le ha risposto: «Ciao, Carlotta», come se non l’avesse sentita. Le ho osservate stringersi la mano. Le donne hanno sempre questa maniera strana di presentarsi: sembra che ognuna di loro possieda un segreto e sia curiosa di scoprire se anche l’altra lo conosce.
«Andiamo in cucina», ha detto Francesca, «Paolo sta facendo il risotto».
L’abbiamo seguita. Sotto al lampadario c’era un tavolo enorme e massiccio, le pareti erano piene di quadri astratti. In cucina Paolo ci è venuto incontro. Nemmeno lui portava la cravatta.
«Spero vi piaccia il risotto», ha detto e io e Charlie abbiamo fatto di sì con la testa. Poi lei ha tirato fuori dalla borsa il regalo e l’ha dato a Francesca dicendole che era giusto un pensiero. In quel momento mi sono accorto che Francesca aveva delle mani perfette, le unghie lucide, quasi trasparenti. Le unghie di Charlie invece erano tutte mangiucchiate e piene di pellicine.
Francesca ha appoggiato il regalo sul ripiano della cucina. «Lo apriamo dopo cena, ok?», ha detto come se stesse parlando a una bambina e Charlie le ha risposto che andava bene, anche se negli occhi c’era ancora qualcosa di inespresso.
«Volete del vino?», ha chiesto Paolo mentre stava già versando quattro bicchieri di rosso.
«Possiamo darti una mano?», gli ho detto.
«Ma no, è quasi pronto, andate a sedervi di là».
Siamo andati nell’altra stanza e ci siamo seduti al tavolo. Per riempire il silenzio ho chiesto a Francesca cosa facesse nella vita. «La designer», ha risposto con una certa noia indicandomi la sedia vuota di Paolo. «Quella l’ho fatta io». La sedia sembrava uguale a qualsiasi altra sedia, a parte lo schienale un po’ più alto del normale. Sembrava una bella sedia, solida e resistente. Le ho fatto i complimenti. Charlie non ha detto niente ma sono quasi sicuro che stesse pensando al processo produttivo che sta dietro alla costruzione di una sedia e volesse dire a Francesca che quella sedia non l’aveva fatta lei, ma l’aveva soltanto pensata. Pensando alle mani di Francesca mi sono reso conto che, anche se ci dicono che è fatta in scala di grigio, spesso la vita è bianca o nera: o fai le cose oppure scegli di tenerti le tue mani perfette.
Fortuna che in quel momento è arrivato Paolo con il risotto. Prima ha servito Charlie e Francesca, poi è tornato in cucina, ha portato altri due piatti, si è seduto e ha alzato il calice di vino.
«A noi!», ha detto buttandolo giù in un sorso.
Abbiamo iniziamo a mangiare. Paolo mi ha domandato quando io e Charlie ci siamo conosciuti.
«In facoltà», ho detto. «Era inverno, stavo seduto accanto a lei su una panchina in giardino. Leggeva Hemingway e continuava a starnutire. Le ho passato un fazzoletto e insomma, una cosa tira l’altra, siamo andati a bere un caffè e poi… le solite cose».
«Dio, ero proprio un orrore quel giorno», ha detto Charlie.
«Non lo eri per niente», le ho risposto.
Mi ha sorriso. Francesca ci guardava un po’ indispettita, così le ho domandato come aveva conosciuto Paolo.
«I nostri genitori erano amici e al liceo uscivamo con la stessa compagnia. Non c’è stato un momento particolare. O almeno, non me lo ricordo».
Paolo l’ha guardata con tristezza. Il silenzio stava calando di nuovo quando abbiamo sentito un rumore netto. Tunc. Charlie è sobbalzata al mio fianco. A intervalli di due o tre secondi ha risuonato di nuovo quel tunc, tunc, tunc.
«Cazzo», ha detto Francesca guardando il soffitto.
«Che cos’è?», ho chiesto.
«Quel bastardo», ha risposto. Mi sono voltato verso Paolo, anche lui osservava il soffitto. Poi, di colpo, il rumore è cessato.
«Scusate, è l’inquilino di sopra», ha detto Paolo. «Un vecchio professore. Usa un bastone…»
«Quel figlio di puttana lo fa apposta».
«No, Francesca, non dire…»
«Sì, invece. Certe volte cammina su e giù per tutta la notte solo per tenerci svegli!»
«Stai esagerando».
«No che non esagero. Su e giù, su e giù. Ogni. Cazzo. Di notte. Gli abbiamo chiesto mille volte di mettere qualcosa su quel bastone. Basterebbe una punta di gomma! Ma niente, lo stronzo vuole farci andare fuori di testa. Era il proprietario del palazzo, poi ha perso tutto, dicono che gli usurai se lo siano mangiati vivo. Però non possono metterlo in strada perché c’è qualche clausola che lo tutela fino alla morte. Finché campa può vivere qua sopra. Ma vuole vendicarsi perché gli abbiamo portato via la casa».
Mentre parlava Francesca era diventata tutta rossa e gli occhi le si erano ingranditi nelle orbite. Charlie teneva lo sguardo basso e Paolo fissava la tavola, non so se per vergogna o per spavento.
«È per questo che non invitiamo mai nessuno», ha detto alla fine lui. «Ogni volta dovremmo spiegargli tutta ’sta storia…»
Allora ho capito che noi due non eravamo altro che due tentativi, due cavie per il loro esperimento, e doveva averlo capito anche Charlie perché la sentivo trattenere per un attimo il respiro al mio fianco.
«Per noi non è un problema», ho detto.
Francesca teneva gli occhi chiusi. Charlie mi ha preso la mano e l’ha stretta forte sotto la tavola.

Tutta la cena è andata avanti così. Francesca dava l’impressione di essere da un’altra parte, in compagnia del suo malumore. Io e Paolo provavamo a fare conversazione sostenuti dal vino e qualche volta pareva che avessimo imboccato la strada giusta: Charlie entrava nel discorso e Francesca sembrava ascoltarci o quantomeno far finta di farlo. Ma ogni volta che cominciavamo davvero a parlare, subito tornava quel rumore – tunc, tunc, tunc – e le parole ci morivano in gola a vedere la faccia stralunata di Francesca.
Finito il dolce ho detto a Paolo che dovevamo andare. Lui mi ha guardato deluso e confesso che per un attimo mi è parso quasi di tradirlo, ma non potevo fare altrimenti.
Appena usciti dalla porta d’entrata ci siamo voltati per ringraziarli della serata e ho visto, oltre la soglia, tutta la sala: la grande tavola sembrava rovinata dai piatti lasciati in disordine e le sedie di Francesca erano diventate pezzi di legno che l’indomani sarebbero stati venduti per qualche soldo da un rigattiere di paese. Quando Charlie ha salutato Francesca con un bacio sulla guancia mi è parso di cogliere nei suoi occhi una strana pietà. Eppure non mi pare che nel Capitale ci sia scritto qualcosa riguardo alla pietà per i padroni capitalisti.

Siamo tornati a casa in silenzio. Guidava Charlie, io avevo bevuto troppo. Quando siamo arrivati nel nostro appartamento – che prima ci sembrava perfetto e ora era diventato di colpo piccolo e malandato e spoglio – lei è andata in bagno mentre io ho messo il pigiama e mi sono infilato direttamente sotto le coperte. Charlie è uscita dal bagno e mi si è stretta addosso. Le ho preso le mani: erano fredde, potevo percepire ogni screpolatura e pellicina attorno alle unghie, ma non le avrei scambiate con le mani di Francesca. Siamo rimasti così, con le mie mani che si raffreddavano pian piano nelle sue. Nel dormiveglia, forse per il vino o per l’inquietudine della serata, continuavo a sentire in lontananza un rumore che faceva tunc, tunc, tunc. Ci ho messo un bel po’ prima di capire che era soltanto il cuore di Charlie che le batteva nel petto.

A pensarci bene, credo sia stato proprio in quella sera che le cose fra me e Charlie hanno cominciato a cambiare. Anche se nessuno dei due lo ammetterebbe apertamente, era come se quella cena ci avesse dato un’altra consapevolezza, facendo nascere una qualche forma di comunanza. Forse è una cazzata, di certo è una cazzata, e le cose invece sono cambiate dopo, poco per volta. Sì, dev’essere andata così. Però il principio è stato quello.
Sono passati tre anni da quella sera. Io sono stato assunto da una scuola privata dove insegno italiano, storia e geografia; Charlie lavora in una piccola casa editrice scolastica. Ci siamo trasferiti in un appartamento più grande e anche se non navighiamo nell’oro non possiamo certo lamentarci. Abbiamo quasi trent’anni. Ogni tanto parliamo dell’eventualità di avere un bambino. Io leggo ancora romanzi russi, mentre Charlie ha progressivamente abbandonato il marxismo e ora dice, per scherzo ma nemmeno troppo, di sentirsi anarchica.
Un martedì sera di qualche settimana fa stavo passeggiando da solo per la piazza. Nell’aria c’era quella sorta di energia schiacciante tipica delle giornate che cominciano ad allungarsi. D’un tratto ho sentito qualcuno che mi chiamava: mi sono voltato e ho visto Paolo venirmi incontro. Nonostante non facesse freddo portava un giaccone invernale, nero e piuttosto lugubre. Si è avvicinato, ci siamo stretti la mano. Ho notato la sua nuova faccia misteriosa e contorta, un poco tirata. Mi ha chiesto come stavo, cosa facevo al momento. Gliel’ho raccontato senza troppi dettagli. Ha chiesto se stavo ancora con Charlie. Gli ho risposto di sì, e poi ho aggiunto: «Sempre». Lui ha sorriso, un sorriso meno triste di una volta.
«E a te come va?»
Ha alzato le spalle: «Abbastanza».
«Francesca?»
«Se n’è andata pochi mesi dopo quella cena. Diceva che non poteva più stare con me. Però non credo d’essere stato io il problema: era quel professore, ti ricordi? Cazzo, quel bastone la mandava fuori di testa. Che poi, senti questa: erano passati solo dieci giorni e una mattina mi capita di non sentire più nulla dal piano di sopra. Passa un giorno, due, e niente bastone. Quello stronzo mi aveva rovinato la vita e adesso decideva di smetterla! Ero triste e incazzato, davvero, non puoi capire. Allora sono salito e ho suonato il campanello: niente. Ho bussato: nessuna risposta. Gli ho pure urlato di uscire se aveva il coraggio. Niente di niente. Allora mi sono preoccupato e ho chiamato la polizia. Anche loro hanno provato a bussare, suonare, urlare, ma niente. Hanno chiamato i vigili del fuoco, si sono fatti aprire la porta, e indovina? Il vecchio era morto!»
Paolo ha cominciato a ridere di una risata isterica e sono rimasto a guardarlo senza sapere cosa fare.
«Capisci? Morto! Se Francesca l’avesse sopportato per altri dieci giorni sarebbe tutto finito, invece…», e ha ripreso a ridere. Per farlo smettere gli ho chiesto cos’ha fatto dopo.
«Ho provato a cercarla, naturalmente. Ma era andata non ricordo dove, a Roma mi pare. Di me non ne voleva più sapere».
«E adesso stai ancora in quell’appartamento?»
«No no, figurati. Dopo tutta ’sta storia odiavo quel posto: i lampadari, la cucina, il letto… soprattutto le sedie! E poi il bastone del vecchio in fondo mi teneva compagnia. Quando è morto, be’, non aveva più senso restare e sono tornato dai miei».
Ho annuito senza dire nulla.
«Dovrei ringraziare, invece, te e Charlie».
«Per cosa?»
«Per il libro che ci avete regalato quella sera. Dopo che Francesca è andata via me lo sono letto tutto. Un sacco di volte. E insomma, credo proprio che abbia ragione. Infatti sto per partire».
«Partire? Per andare dove?»
«Ma come, dove? In mezzo ai boschi per succhiare il midollo della vita, no?»
Ho annuito di nuovo, ma facevo fatica a capire di cosa stesse parlando e – tempo che mi venisse in mente – Paolo mi aveva già stretto la mano e continuando a ringraziarmi se n’era andato. Sono rimasto fermo a guardarlo allontanarsi e poi ho pensato: Cazzo, Charlie gli ha regalato Thoreau!

Secondo Charlie può succedere che ognuno di noi abbia un destino e che – non importa come quando dove e perché – alla fine ci tocchi percorrerlo. Non so se abbia ragione, ma certo pensare che uno come Paolo stia per andare a vivere nei boschi solo perché ha letto un libro mi dà un po’ da riflettere. Alla fine mi sono sentito in dovere di rileggere Thoreau e ho trovato una frase che forse può fare da finale a questa strana storia: «Un uomo non deve fare tutto, ma qualche cosa; e poiché tutto non lo può fare, non è necessario che faccia qualcosa di sbagliato». Quindi forse Francesca era sbagliata per Paolo e il suo qualche cosa era andarsene a vivere nei boschi; e forse il mio qualche cosa è stare vicino a Charlie e continuare ad amarla; e forse anche al destino piace travestirsi da altre cose – tipo l’inquilino di sopra – per farci comprendere questo qualche cosa. Chissà. Queste comunque sono parole che non rivelerei mai a Charlie perché, da anarchica, mi direbbe che sono soltanto uno stupido idealista romantico. Anche se, per me, le due cose non sono per niente in contraddizione. No, proprio per niente.

 

Ciro Gazzola (1990), nato a Bassano del Grappa, vive a Solagna. Lavora come insegnante. Nel 2010 ha vinto la XV edizione del Premio Campiello Giovani, mentre nel 2015 un suo romanzo è stato segnalato al Premio Calvino.

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