“L’inganno”
di Sofia Coppola

Tra southern gothic e letture anacronistiche

di / 28 luglio 2017

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, L’inganno segna il ritorno di Sofia Coppola a quattro anni di distanza da Bling Ring. Partendo dal romanzo The Beguiled di Thomas P. Cullinan (noto anche con il titolo A Painted Devil), la figlia di Francis Ford Coppola ha cambiato le premesse che avevano già portato il libro sullo schermo nel 1971 con la regia di Don Siegel, Clint Eastwood come protagonista e un titolo scelto dai distributori italiani che faceva aspettare la presenza di Alvaro Vitali nel cast (La notte brava del soldato Jonathan). Lontano dalle dinamiche quasi horror del southern gothic originale, L’inganno diventa un thriller psicologico che vuole anche riflettere sul ruolo della donna, un po’ a tutti i costi.

Durante la guerra di secessione, il caporale nordista Jonathan McBurney viene ferito in Virginia. Sperduto nei boschi, viene trovato e soccorso da una bambina ospite di un collegio femminile. Lì, in pieno territorio sudista, il soldato trova aiuto e conforto nelle donne dell’istituto rimaste sole. La presenza del nemico in casa scatena i dubbi della direttrice, Miss Martha, combattuta tra l’umanità e il dovere di denunciare la presenza del nemico, e la curiosità delle altre ragazze, inclusa l’insegnante Edwina.

Ci sono tutti gli elementi tipici del cinema di Sofia Coppola in L’inganno. L’attenzione per il mondo femminile e l’indulgenza nei confronti dei protagonisti si uniscono alla modernità del racconto, anche quando si cala in un contesto d’epoca come era già successo con Marie Antoinette. Coppola conferma tutto il suo talento nella capacità di mettere in scena le sue storie. Con l’aiuto fondamentale del direttore della fotografia Philippe Le Sourd, ricrea un mondo di luce naturale ispirato continuamente da raffinati momenti pittorici. Uno splendore da vedere che crea un contesto algido, austero, molto lontano dalla versione del 1971 del romanzo.

Spogliando la trama di quelle sfumature vicine all’horror che avevano fatto del libro un punto di riferimento per il genere southern gothic, e che erano fondamentali anche nel film di Siegel, L’inganno di Coppola sembra tornare allo spirito originale della trama solo nei momenti finali.

Il punto di vista maschile della Notte brava viene messo da parte da subito. McBurney esiste sullo schermo solo in funzione delle ragazze. Tutte è concentrato sulle dinamiche femminili, sulla solidarietà tra le ragazze, sullo spirito protettivo di Miss Martha, il desiderio ingenuo di indipendenza di Edwina. Il titolo originale, ambiguo nella sua neutralità (beguiled può essere tradotto sia come ingannato che ingannate) qui si schiera senza dubbio dalla parte delle donne, illuse dal maschio, pericoloso, cattivo e manipolatore.

Mantenendosi come sempre in equilibrio tra autorialità e spirito pop, Coppola sembra alla ricerca di un immagine di donna moderna in un contesto storico diverso, anacronistico rispetto al messaggio che vuole mandare (si veda la scena finale, soprattutto).

Come ai tempi del suo esordio nel 1999 con Il giardino delle vergini suicide (dal romanzo di Jeffrey Eugenides), come in parte fatto anche con Bling Ring, Coppola guarda alle relazioni femminili, alla naturalezza della condivisione, alla gelosia, ai legami segreti che reggono un gruppo di sole donne. E l’inganno del titolo, a differenza del film del ’71, è tutto psicologico, di illusione, di voglia di credere.

Senza bisogno di approfondire, Sofia Coppola confeziona un film volutamente piccolo, non puramente di genere, ma capace di unire diversi registri. In generale, mette solo quello che è necessario. Quando prova a mettere di più, rischia di finire fuori strada.

Nicole Kidman guida il cast con una delle sue interpretazioni miglior in assoluto, sicuramente la migliore negli ultimi (abbondanti) anni. Kirsten Dunst e Elle Fanning le ruotano intorno, mentre Colin Farrell dà un tocco ruvido al soldato seduttore che neanche Clint Eastwood aveva.

(L’inganno, di Sofia Coppola, 2017, drammatico, 91’)

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LA CRITICA

Sofia Coppola recupera un classico southern gothic degli anni Settanta per continuare il suo discorso cinematografico in costante equilibrio tra autorialità e spirito pop, guardando come sempre il mondo femminile. Una grande messa in scena e un ottimo cast aiutano.

VOTO

7/10

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