“L’arte della fuga”
di Fredrik Sjöberg

Alla ricerca della purezza nell’America incontaminata

di / 11 settembre 2017

La fuga è un’abilità tutta maschile: un talento innato che, grazie a Houdini, è diventato un mestiere, un modo per guadagnarsi il pane, senza bisogno di far altro che ostentare al mondo la capacità di fuggire di fronte a situazioni complicate o scomode.

E se l’illusionista americano ha costruito una carriera su una delle più grandi debolezze maschili, Johann Sebastian Bach l’ha elevata ad arte. Ma l’arte, esige regole precise, puntualità e rispetto, che a volte vengono infranti per rincorrere altro. Si fugge sempre da qualcosa o da qualcuno, senza preoccuparsi troppo di ciò che si abbandona. O di chi si abbandona. Lo scrittore Fredrik Sjöberg ha deciso di raccontare la storia di Gunnar Widforss in L’arte della fuga (Iperborea, 2017), pittore svedese che viaggiò per il mondo, per poi approdare negli Stati Uniti, terra promessa di tutti gli uomini in fuga.

La sua America non è quella delle frenetiche metropoli o della provincia borghese: i suoi luoghi sono la natura, i parchi nazionali, le riserve, e tutto ciò che il paesaggio offre di bello. La fuga di Widforss è una ricerca continua, ossessiva e spasmodica di una bellezza incontaminata, di una vita diversa, perennemente in bilico tra la purezza della semplicità e il necessario riconoscimento del suo talento.

Un talento ignorato in patria, ma celebrato postumo negli Stati Uniti: la Svezia ha dimenticato uno dei suoi figli più brillanti, offesa dal tradimento della fuga. Perché la fuga, ci ricorda Sjöberg, è un torto dal quale difficilmente ci si riprende: il senso di abbandono che pervade chi resta, contamina ogni cosa, come una nube velenosa. La colpa di Widforss fu di aver scelto una vita diversa, lontana da ciò che il mondo si aspettava da lui: abbandonare il proprio luogo di origine, per sceglierne un altro, è un peccato imperdonabile per qualunque uomo. Non si possono cambiare le proprie coordinate geografiche: sono i luoghi a scegliere per noi e non viceversa. Spostarsi in cerca del nostro posto nel mondo è al tempo stesso un atto di coraggio e di vigliaccheria: imperdonabile, in entrambi i casi.

Come se non bastasse, Widforss non si è limitato a ritrarre il luogo della sua fuga, ma ne ha riprodotto con un realismo quasi ossessivo ogni montagna, ogni canyon, ogni albero, gettandosi addosso un’altra colpa: aver dimenticato la natura europea per comprendere e ritrarre quella d’oltreoceano.

Ma il suo amore per le terre americane è, come tutti gli amori, imperfetto: mano a mano ci si accorge dei difetti, degli errori, delle contraddizioni. Tutte cose dalle quali all’inizio siamo irresistibilmente attratti, e dalle quali, poi, desideriamo allontanarci. La natura sa essere una madre amorevole e una matrigna crudele, così come l’America, terra di contraddizioni affascinanti e disturbanti. E se all’inizio la bellezza ci travolge, osservando con il rigore di un entomologo, riusciamo a carpirne le imperfezioni.

Potrebbe essere la fine dell’amore e l’inizio di una nuova fuga: o almeno è ciò che ci aspetteremmo da qualunque uomo. Ma Gunnar Widforss non era un uomo qualunque: e il suo amore per la natura fu superiore all’innato desiderio di fuga.

 

(Fredrik Sjöberg, L’arte della fuga, trad. di Fulvio Ferrari, Iperborea, 2017, pp. 192, euro 16)
  • condividi:

LA CRITICA

Sjöberg intreccia passato e presente, in un viaggio senza respiro nei luoghi di un’America pura e selvaggia, riportando in vita i suoi miti e la sua storia. Primo fra tutti il mito dell’uomo solo, dimenticato e talentuoso in cerca della sua identità e del suo posto nel mondo. Uno sguardo europeo sull’America. Una boccata d’aria fresca.

VOTO

7,5/10

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

Archivio