“A Fever dream”
degli Everything Everything

Ancora troppo sottovalutata la band di Jonathan Higgs?

di / 3 ottobre 2017

Due anni dopo l’ottimo Get to Heaven, torna la band di Manchester. Torna, con A Fever Dream, nel suo rodato massimalismo pop che fa da cornice alla continua discesa verso l’inferno di Jonathan Higgs fatto di immagini, flash, istantanee. Da Man Alive a Get to Heaven, passando per Arc, la lettura del rapporto individuo/società è sempre stata affrontata in maniera notevole, complice soprattutto l’incredibile capacità di manipolare la lingua a proprio piacimento, tra una certa indole punk e una certa tendenza postmoderna, costruendo testi che costruiscono mondi che parlano del mondo, dell’essere umano e di quell’assurdità che è la vita.

Sul perché sugli Everything Everything, ancora oggi, tra i gruppi usciti intorno al 2010, non ci sia stato il clamore che è ed è stato attorno ad altri – agli Alt-J, per esempio, tra i più grandi misteri degli ultimi anni, ma anche ai Foals, a cui sono stati spesso accostati, ma con cui non hanno nulla da spartire, se non qualcosa in Total Life Forever –, non si riesce a dare una risposta certa.
Il pop di matrice radioheaddiana mischiato a quello spitiro sfrontato prog, l’ hip hop schizzofrenico, i falsetti folli di Higgs, un Jeff Buckley dopo un corso intensivo di Stevie Wonder, i testi immaginifici, il tutto bilanciato in un equilibrio raro, dovrebbero porre la band di Manchester come uno dei gruppi più importanti, sicuramente tra i più innovativi, di questo secondo decennio del Duemila. La percezione, a oggi, è quella di un gruppo percepito come monco, incompiuto.

Ma gli Everything Everything non sono incompiuti e A Feaver Dream ne è la prova. Sicuramente non al livello Man Alive, che è la loro pietra miliare, tra le cose migliori uscite negli ultimi anni, certo, e probabilmente neanche Arc e Get to Heaven lo sono – nonostante quest’ultimo comprenda “No Reptiles”, forse il brano in cui meglio emerge la Bellezza dalla sperimentazione pop dei Quattro –, ma anche qui c’è un gruppo che ha un’idea dietro, musicale e testuale.
In A Fever Dream Higgs e soci continuano a giocare con gli strumenti e con le parole, riuscendo a rinchiudere in confini ben chiari, i confini della canzone, brani che si muovono in lande che rischierebbero di perdersi e dissolversi. Anche in questo lavoro c’è la qualità nel riuscire a gestire un quantitativo spropositato di idee, la forza di saper dare una forma ben chiara a un flusso continuo di intuizioni. Saper maneggiare una materia difficilmente maneggiabile. Saper proporre in maniera fruibile e codificabile il proprio genio.

Perchè far convivere lo strambo dubstep funk (“Night of the Long Knives”), l’elettro-pop di Thom Yorke (“A Fever Dream”), l’aver spostato in avanti l’idea di ballata verso una sorta di post-ballata (in Man Alive, ad esempio, “Nasa is on Your Side”, qui con “Big Game”), la marcia militare di “Ivory Tower”, il tutto espresso in quel modo pop prog, facendolo suonare come un lavoro con un solo cuore, è un’impresa, nonostante l’unica pecca,“Desire”, dove in maniera inconcepibile gli Every Everything ricordano i peggiori Muse, quelli della caduta rovinosa del dopo  Absolution, e li ricordano proprio nella melodia di quei cori esagerati che hanno segnato la fine artistica di Mattehew Bellamy.

Gli Everything Everything sono punk, sono prog, sono pop, sono rock. Sono tutto questo, ma lo sono solo come lo si può essere oggi.

(A Fever Dream, Everything Everything, Alt-Rock)

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LA CRITICA

A due anni dall’ultimo Get to Heaven, con A Feaver Dream gli Everything Everything si confermano la gemma dell’alt-rock inglese degli ultimi tempi.

VOTO

7/10

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effe

“effe – Periodico di altra narratività” numero sette

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