It, l’effetto nostalgia non fa più paura

Il clown di Stephen King arriva al cinema senza brividi

di / 27 ottobre 2017

Poster italiano di It su Flanerí

La prima parte della versione cinematografica di It, il romanzo di culto di Stephen King, a firma di Andy Muschietti, è diventata in pochissimo tempo un fenomeno pop che va oltre alla sala buia del cinema. Uscito in Italia lo scorso 19 ottobre, in molte altre parti del mondo già l’8 settembre, ha registrato incassi fenomenali a fronte di un budget molto limitato per gli standard delle produzioni hollywoodiane (35 milioni di dollari). La prossima notte di Halloween sarà piena – anche in Italia, ovviamente – di nuovi clown Pennywise come lo scorso anno lo era stata di Joker e Harley Queen dopo Suicide Squad. In attesa della seconda parte, prevista per il 2019, It è già diventato uno dei maggiori successi della storia del cinema horror.

Alla fine degli anni Ottanta a Derry, una cittadina del Maine, una serie di ragazzini inizia a scomparire nel nulla. L’adolescente Bill Denbrough guida un gruppo di coetanei alla ricerca del fratellino Georgie, sparito anche lui in un giorno di pioggia. I ragazzi, vittime di un bullo locale e autoproclamatisi “Club dei perdenti”, si ritroveranno presto perseguitati da un inquietante clown che sembra provenire da un’altra epoca e da un grande mistero della città.

Tralasciando la parziale intraducibilità in immagini del romanzo di King – stratificato, ampio e complesso più delle quasi 1.300 pagine su cui è distribuito – e ogni paragone con il film tv anni Novanta con Tim Curry, il film di Muschietti è un cortocircuito dell’imperante effetto nostalgia verso i due decenni finali del secolo scorso che intasa cinema, serie tv e cultura pop negli ultimi anni.

Trasportando l’azione di questa prima parte del Club dei perdenti dagli anni Cinquanta originali alla fine degli Ottanta, Muschietti e la produzione hanno deciso di andare sul sicuro, limitandosi a cavalcare il cavallo più veloce e ad aggiungere semplicemente una voce al coro dello sfruttamento commerciale della nostalgia senza preoccuparsi di essere solisti.

Il punto paradossale a cui si è arrivati è che un film tratto da un romanzo del 1985 sembra ispirarsi a una serie Netflix del 2015, Stranger Things, che si ispirava alla letteratura di King e al cinema horror anni Ottanta. Parlando di Blade Runner 2049 ci eravamo soffermati sulla fine dell’immaginario cinematografico, ormai saturato di una mitologia ingombrante e insuperabile. Denis Villeneuve era riuscito, nel sequel del cult di Ridley Scott, a trovare il modo di confrontarsi con il passato con le giuste dosi di rispetto e innovazione. L’It di Muschietti si limita a immergersi in un mondo di sicura presa commerciale sul pubblico senza preoccuparsi di offrire qualcosa di nuovo o quanto meno interessante.

Così, tra biciclette abbandonate in mezzo alla strada, videogiochi arcade, walkman e diapositive, va in scena l’ennesima rivalutazione del passato recente e della sua estetica. Senza la capacità immaginifica di J.J. Abrams in Super 8, questo It lascia l’effetto del primo episodio di una serie tv che vuole essere la copia – pallida – di Stranger Things.

È intrattenimento che funziona, senza dubbio, e i numeri parlano chiaro, ma senza il bisogno di soffermarsi su come la versione cinematografica appiattisca il romanzo e i suoi contenuti di racconto di formazione e di lotta alla discriminazione, It non ha neanche la potenza degli horror originali a cui sembra ispirarsi, Nightmare in testa. Il Pennywise di Bill Skarsgård è completamente privo di ironia e non si capisce in che modo la sua natura inquietante possa attirare i bambini del film. Il valore psicologico della paura del romanzo si disperde nella ricerca continua del cosiddetto “jumpscare” (il momento inaspettato di sorpresa che dovrebbe spaventare lo spettatore) che non arriva mai. Non è solo colpa del film. È l’effetto “già visto” a indebolire tutto. Dovrebbe essere un segnale chiaro: la nostalgia non fa più paura.

(It, di Andy Muschietti, 2017, horror, 135’)

 

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LA CRITICA

Da un romanzo culto, It di Andy Muschietti sembra confrontarsi più con la nostalgia anni Ottanta imperante che con il materiale narrativo originale. Bene, ma niente di più.

VOTO

6/10

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