St. Vincent non è solo il clamore attorno al mito contemporaneo St. Vincent

Il ritorno di Annie Clark con "Mass Seduction"

di / 31 ottobre 2017

Copertina di Masseduction su Flanerí

Annie Clark, vero nome di St. Vincent, torna dopo tre anni da St. Vincent con Masseduction e con lei torna, e si conferma, quell’aura finto mitologica che spesso fa dimenticare quanto sia parte integrale del processo artistico degli ultimi dieci anni e non esclusivamente un prodotto commerciale di quel processo artistico da esporre come un trofeo deumanizzato. Perché i lavori dell’artista americana – che non si fermano alla sola musica, ma che l’hanno vista cimentarsi quest’anno, per esempio, alla regia dell’episodio “The Birthday Party” nel film collettivo XX -, nella percezione del St.Vincent personaggio sembrano quasi un intoppo, una zavorra da togliere, qualcosa da scansare che non permette di osservare quello che, in maniera fuorviante, sarebbe: un oggetto.

Poter dire ascolto St. Vincent per dire vedo St. Vincent. Quasi come se non fosse fondamentale, di base, cosa ha fatto, in quanto tutto ciò di cui abbiamo bisogno per capire St. Vincent è necessariamente il nome St. Vincent, trasformando il significante in significato in maniera semplicistica.

Si confonde St. Vincent con dell’oggettistica da esporre per dare vita a situazioni proto ironiche, qualcosa per decontestualizzare un dato contesto e far capire che non bisogna prendere sul serio quel contesto, in un discorso intriso di relativismo spiccio e banale. Del glitch che nasce e muore in sé stesso. Se ci si ferma a intendere St. Vicent in quest’accezione, quella più superficiale, si perde. La difficoltà è qui: si confonde perché, è vero, Anne Clarke usa l’immagine che propone di sé stessa e della sua arte (da quest’ultima copertina, una posa smaccatamente non succinta che va a circonvenire il maschilismo più becero, a quella precedente, una sorta di iconografia della Madonna medievale catapultata nel Duemila), ma è solo un veicolo per arrivare a ciò a cui bisogna arrivare. Senza scomodare il barattolo  Campbell di Warhol, un’interpretazione dell’idea della rappresentazione di sé stessa. Ma tutto ciò che c’è sotto a questo è ciò che vale per poter leggere, poi, il modo in cui lei si manifesta. La musica di St. Vincent è importante, ed è un fenomeno da esplorare per capire com’è la musica oggi, perché nel suo essere iper contemporanea può farci pensare a come potrà essere.

E Masseduction, che segue cronologicamente ed esteticamente St.Vincent, continua il discorso artistico di Annie Clark senza problemi. Già in Actor, ma forse ancora di più con Marry Me, eravamo di fronte a lavori pieni di inventiva, camaleontici, dove sembrava di ascoltare pezzi vecchissimi scritti oggi e contemporaneamente pezzi di oggi scritti chissà quanti anni fa, brani dove a tutta la fantasia della cantante inglese si riusciva a dare la forma precisa della canzone. Masseduction è pieno di glam, dai T.Rex a, ovviamente, David Bowie, ma non è il glam degli anni ’70. È un’interpretazione del glam dopo il grunge e dopo il rock degli anni ’90. E’ glam, un post-glam, ma non solo questo. Perché se c’è quest’indole in pezzi come “Masseduction”, “Los Angeles”, “Fear the Future” o in “Sugar Boy” (quest’ultima sembra Donna Summer che canta i Bloc Party che avevano provato quella specie di pop-techno con “Flux”), cosa dire di “Dancing With Ghost” e “Slow Disco” (i Sigur Ros di Takk…), fino a “Smoking Section” (i Portishead di Dummy)? O delle ballate “Happy Birthday, Johnny” e “New York”? Abbiamo tra le mani un lavoro pieno di contrasti che definiscono ancora di più Annie Clark come rappresentante ultra moderna dell’oggi.

(Masseduction, St.Vincent, Rock/Glam)
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LA CRITICA

Dopo tre anni da St. Vincent, Annie Clark torna con Masseduction, un album che continua lungo il percorso fortunato dell’artista americana.

VOTO

7,5/10

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