Bjork, crepe e luci

Utopia, il nuovo lavoro della cantante islandese

di / 28 novembre 2017

Copertina di Utopia su flaneri

Due anni fa Bjork scriveva Vulnicura dopo la separazione dal marito e in quel lavoro era tangibile il dramma individuale della cantante islandese. Canzoni dove l’amore – quel “All is Full of Love” – partiva da Bjork per arrivare a Bjork. Non c’era un movimento dall’esterno verso l’interno o viceversa. Un’anomalia per un’artista che negli anni Novanta dava vita a Homogenic e di questo movimento faceva il perno della sua arte. In Vulnicura, dunque, il dramma sembrava tendere verso a un qualcosa che la facesse ritornare verso sé stessa: l’essere soli dopo essere stati in due e la distanza dall’essere soli senza essere stati in due precedentemente. Ne usciva un lavoro completo e ispirato, dove l’isolamento dal mondo funzionava da motore artistico (basti pensare solo a “Stonemilker”, manifesto completo di quel dolore). Due anni dopo, con Utopia, Bjork si stacca dalla dimensione patetica per tornare alla potenza creatrice della sua arte attraverso il distacco dal predecessore.

Utopia è un album intangibile. È un lavoro che ruota attorno a arrangiamenti che non danno punti di riferimento, dove le strutture delle canzoni disorientano costantemente. Utopia suona come un album post-pop, in un momento in cui l’espressione pop si toglie le vesti di popolare per vestire quelle di èlite. I brani sono allungati oltremodo. Il tempo sembra rallentare fino alla cristallizzazione. Vengono a crearsi, per ogni brano, episodi che somigliano a delle micro epopee (che sfociano poi nei quasi dieci minuti dell’epopea vera e propria, “Body Memory”). Il passaggio verso nuova vita è rappresentato qui come un luogo in cui spazio e tempo si confondono continuamente. È l’altro, è il contrasto con Vulnicura. È la riscrittura dell’amore di Vulnicura. È la riscrittura di quello che è stato prima.

Al centro c’è la voce (non come quella messa su un piedistallo in Medulla) e ci sono i flauti; ci sono suoni impercettibili, cinguettii, cori spettrali. Ancora flauti. Ci sono momenti in cui sembra piombare in un Medioevo che ha avuto il suo centro culturale tra i geyser (“Utopia”,“Courtship”, “Paradisa”), altri che arrivano direttamente da generi umani cresciuti su altri pianeti (“Sue Me”, “Claimstaker”), altri ancora che sembrano colonne sonore di film per bambini vissuti in case nello spazio (“Saint”).

Aiutata dal musicista venezuelano Alejandro Ghersi, in arte Arca (quest’anno uscito con Arca), Bjork con Utopia ha tra le mani un album che punta molto in alto, che sfiora la pretenziosità.

L’impressione è che, nonostante l’idea di fondo venga espressa, sia potente, la cantante islandese non sia riuscita a dare la forma giusta a qualcosa che, paradossalmente, sembra non dover avere una forma.

In questa dispersione sta la pecca di Utopia: un lavoro in potenza devastante, un possibile dittico-memorandum sull’amore con Vulnicura, che però non è riuscito a esprimersi.

Utopia non è un album godibile, non è intrattenimento, è arte uscita fuori, questa volta, con qualche crepa.

(Utopia, Bjork, elettronica/pop/chamber)
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LA CRITICA

Il decimo lavoro in studio di Bjork, Utopia, lascia addosso l’impressione di essere un modo bellissimo ancora inesplorato dove la cantante islandese non è riuscita a portarci.

VOTO

6,5/10

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