Storie da una terra sconosciuta

“Come tessere di un domino” di Zigmunds Skujiņš

di / 30 novembre 2017

«Leggendo i libri di storia che parlano di secoli lontani e di antichi eventi mi sono chiesto: dov’erano e cosa facevano allora i miei antenati? Sia che parliamo del Medioevo, dell’età della pietra o del diluvio universale, loro sono comunque esistiti, perché altrimenti io non sarei qui». (p.64)

Alla vigilia del suo trentesimo compleanno, la casa editrice Iperborea ha pubblicato il primo romanzo lettone del suo catalogo, Come tessere di un domino di Zigmunds Skujiņš.

Nei trenta capitoli del libro il narratore in prima persona dà vita a due storie parallele che coprono, a partire dalle allusioni al periodo medievale, l’immaginario e la storia del popolo lettone. Il protagonista della prima narrazione racconta retrospettivamente la sua esistenza e quella della sua famiglia durante il corso del secolo scorso, dal passato privato di quando era bambino alle dolorose esperienze di un paese che visse un secolo di dominazioni straniere, tra la potenza tedesca e quella russa. Il narratore dell’altra storia attraversa invece il Settecento, secolo della ragione, durante il quale, , scienza e magia hanno convissuto.

Il personaggio settecentesco di Cagliostro, il Grande Cofto, «l’ambasciatore dei profeti», ciarlatano e taumaturgo, accompagnato da un corteo di freaks, plasma con i suoi miracoli stupefacenti la mente di una piccola cerchia di curiosi tra cui la povera Baronessa; Waltraute, dal canto suo, insegue disperatamente il chirurgo Gibran perché, quasi impossibile a crederci, egli avrebbe salvato la vita a suo marito, cucito per sopravvivere in un corpo solo insieme a un uomo di umili origini, suo commilitone. Il lettore italiano penserà subito a Calvino, leggendo queste pagine piene di implicazioni filosofiche sul tema del doppio. C’è tuttavia una differenza sostanziale: il narratore di Come tessere di un domino racconta alla fine della sua vita e da vecchio con il senno di poi, dando la sensazione di un’amara onniscienza di cui egli spesso si serve per integrare le conoscenze più mature con i pensieri della sua infanzia, mentre in Calvino avviene esattamente il contrario e la storia ci dà una nuova prospettiva, quella dell’innocenza. Nella postfazione, la traduttrice Margherita Carbonaro spiega che Skujiņš non è digiuno di letteratura italiana novecentesca, conoscendo per esempio Tomasi di Lampedusa, marito, non a caso, di una donna lettone; è quindi plausibile che l’autore abbia avuto contezza della calviniana trilogia degli antenati.

Sia la Baronessa che Waltraute hanno quindi a che fare con un uomo che gioca a fingersi dio e entrambe vivranno sulla loro pelle il peso di un’illusione tradita. Nel primo caso un dio superstizioso, orfico, grande conoscitore del cosmo e veggente, nel secondo un dio scienziato che secondo la vox populi potrebbe sconfiggere la morte con la chirurgia. L’atmosfera magica si scontra con l’asprezza della realtà. Quella di Waltraute è la quête, la ricerca di un amante dimezzato, con un finale da farsa, che sa di beffa. Ulste, che per Waltraute convive con suo marito in un solo corpo, preoccupa la nobildonna a causa della sua bassa estrazione sociale. Lei arriverà, cercando le origini della sua famiglia, a perdersi in curiose genealogie fantastiche, frutto dell’immaginazione anche se desunte più di una volta dalla Storia. Le allusioni al dualismo sono sparse per tutto il libro: dal classico spettacolo circense in cui una donna viene tagliata a metà alle leggende di uomini e donne rimasti senza testa.

Skujiņš è uno scrittore che scava con serietà negli anfratti della storia umana e che contemporaneamente coltiva un’ironia profonda. Per esempio, egli in taluni casi deforma la linearità del tempo e, nella finzione della storia, finge che alcuni uomini mitici siano vissuti tremila anni, entrando in confidenza con personaggi storici dell’antichità come Cleopatra e Nabucodonosor, oppure scherza sul confine tra realtà e immaginazione, perdendosi con le parentesi aneddotiche e folkloristiche della cultura lettone. Accanto al faceto, però, c’è anche il serio. La Lettonia è narrata in un contesto poliglotta e multiculturale, con inserti in lingue diverse e lacerti di storie patrie altrui.

Il tema del susseguirsi delle generazioni va dall’inizio del millennio scorso alla contemporaneità e si fa più importante quando riguarda un’intera storia nazionale. Il libro è pieno di allusioni più o meno esplicite: «Già il saggio Salomone sapeva che al mondo non c’è niente di nuovo. È il serpente stesso che nel giardino del Paradiso ha dato ad Adamo ed Eva la possibilità di scegliere. A portata di mano hai sia il veleno che la medicina. Ogni vita è la somma delle sue generazioni precedenti, e un schema per quelle future». (p.344)

La storia infatti si affianca alla Storia. Le vicissitudini della Baronessa e di Waltraute e i loro duri epiloghi vanno di pari passo con una profonda riflessione, sia esplicita che implicita, su identità e origine di questo paese, la cui cultura non è né tedesca, né russa, né francese ma propriamente lettone, benché sia stata tale fino all’indipendenza e oltre, con momenti tragici e lotte intestine. La Storia è soprattutto novecentesca, in un confronto metaletterario con la vera vita dell’autore: il ghetto, i bombardamenti sulla città di Riga, le deportazioni, l’insieme degli assoggettamenti dovuti alle dominazioni straniere. Il personaggio dell’Aviatore, piuttosto marginale, è esemplato su un nazista realmente esistito. Il passaggio da verità a creazione narrativa è continuo e produce un fortissimo effetto di realtà anche nelle storie dove la fantasia prende il sopravvento.

Come tessere di un domino ci mostra come si è formato l’immaginario lettone e che cosa significa nascere lettoni, da un punto di vista letterario oltre che storico, con citazioni estemporanee che delineano inoltre una vaga storia di una letteratura lettone. «Il nonno mi ha consolato alla stessa maniera: “Perché non saresti lettone, se hai un cuore lettone?”. Il cuore però non lo vede nessuno. La faccia sì». (p.267)

La Storia si riflette anche sui profili dei personaggi e le culture più eterogenee entrano in gioco: il protagonista scopre di avere un fratello giapponese, Janis, la cui esperienza palesa le difficoltà dell’interazione tra culture diverse. Skujiņš con estrema sensibilità va oltre gli stereotipi, riuscendo a costruire un grande racconto. Egli funge proprio da esempio della complessità delle dinamiche di convivenza civile anche nella burrascosa relazione sentimentale che vivrà con Guna. In un affresco grandioso, Skujiņš è stato in grado di mettere a nudo le contraddizioni della sua Lettonia, servendosi della Storia (con la lettera maiuscola) per le sue storie, senza tuttavia abbandonare l’universo della letteratura e quello della narrazione.

 

(Zigmunds Skujiņš, Come tessere di un domino, trad. di Margherita Carbonaro, Iperborea, 2017, pp.364,  euro 18,50)
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LA CRITICA

Un romanzo che ci fa conoscere l’immaginario lettone da un punto di vista magico e contemporaneamente lucido sulla sua storia culturale e umana.

VOTO

8/10

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