[Best 2017] Gli album

di / 28 dicembre 2017

Anno dei grandi ritorni e delle piccole rivoluzioni, il 2017 si è giocato tra attese e aspettative. La redazione di Musica di Flanerí ha selezionato  gli album che più hanno incarnato le riconferme e i surplus artistici durante i dodici mesi appena trascorsi, ripercorrendo le eccellenze del mondo indipendente (e non) che meritano un posto d’onore nella memoria collettiva.

 

A Deeper Understanding dei  The War on Drugs

Parlando di eccellenze, il primo lavoro che salta alla mente è senza dubbio A Deeper Understanding dei The War on Drugs. Guidati dal genio della narrazione esperienziale, Adam Granduciel, la band non solo si riconferma tra i fenomeni purissimi, ma scala le gerarchie musicali degli ultimi 20 anni di produzione rock indipendente. Tra i richiami a Bruce Springsteen, Bob Dylan, Richard Manuel e a Neil Young, il talento dei The War on Drugs esplode puro, irrevocabile, potente all’interno della macchina melodica polistrumentale e dei testi d’autore.

Sleep Well Beast dei The National

Li avevamo lasciati nel 2012 con Trouble Will Find Me e ne abbiamo desiderato ossessivamente il ritorno durante tutti i cinque anni che lo hanno separato dall’uscita di Sleep Well Beast questo autunno. Le capacità poetiche di Matt Berninger dai richiami carveriani (unite a quelle della moglie Carin Besser, scrittrice di fiction anche per il Newyorker) e l’eleganza insostenibile della batteria di Bryan Devendorf, mettono ancora una volta la firma sul modus operandi della band, segnando ulteriormente lo scarto con le altre formazioni contemporanee. Sleep Well Beast non è una svolta elettronica, non è un album di declino: è una contaminazione perfetta di chi cavalca con estrema maestria le parabole della vita e della morte.

L’amore e la violenza dei Baustelle

Impossibile non citare quel trio toscano che, da solo, porta sulle spalle l’attività produttiva di un’ upper class italiana. Bianconi, Bastreghi e Brasini interpretano con una rispolverata energia anni ‘80 una tematica che avevano tralasciato nell’ultimo lavoro in studio (Fantasma): la mimetica passionale e il suo controllo – totalmente nelle mani della cultura popolare. D’altronde, chi altro decide se di fronte al mondo e alla sua manifestazione bisogna provare amore o odio, pietà o rabbia, se non la tv, la musica pop e la politica dei bar? Come al solito, i Baustelle si riconfermano i narratori più efficaci e sinceri della società come la conosciamo.

Pure Comedy di  Father John Misty

Sembra di essere ritornati nel movimento postmoderno degli anni Novanta. Father John Misty, fu Josh Tillman, abbraccia un neonato interesse per le influenze mediatiche all’interno delle vite singolari. Pure Comedy è un po’ l’equivalente tematico dei nostrani Baustelle, fatta eccezione per la scelta delle architetture musicali. Le ballate dell’album sono in pieno stile USA, costellate da chitarre acustiche, pianoforti e talento vocale non indifferente. Ma, anche stavolta, lo strumento patriottico è usato in chiave sarcastica: nel caso di Misty diventa il veicolo della più pungente delle ironie politically correct, condotto attraverso le strade delle dipendenze odierne — come lo zapping compulsivo tra i social dello smartphone o l’ incapacità di annoiarsi nell’era dell’intrattenimento.

Crack-up dei Fleet Foxes

Non solo Father John Misty, anzi. Anche la sua ex band guidata dal nostro intellettuale di fiducia Robin Pecknold è tornata sulle scene con un album a dir poco complesso. Con il titolo che è una citazione di una raccolta di racconti di Fitzgerald, le Volpi di Phoenix si ripresentano dopo sei anni di silenzio in una veste ancora più intelligente e creativa. Con Crack-up portano agli estremi il loro tipico onirismo, spalancando le porte di ciascuna traccia e dilatando le tempistiche dei brani; sullo sfondo, però, a tradire la loro anima folk c’è sempre un sentore di Crosby, Stills & Nash. E va più che bene così.

This Old Dog di Mac DeMarco

Gli atteggiamenti sopra le righe di Demarco hanno distorto la percezione reale della musica di Demarco, nel bene o nel male. Perché il cantautore canadese è sì un provocatore, ma è certamente un artista. This Old Dog conferma le sue doti e conferma la sensazione che un certo pop del futuro possa suonare in questo modo.

Masseduction  di St.Vincent

Discorso analogo per Annie Clark: con Masseduction siamo nell’anticamera del pop del futuro. Come Mac DeMarco deve fare i conti con il personaggio Mac Demarco, così St.Vincent deve fare i conti con il personaggio St.Vincent. Alla fine, però, quelle che sembrerebbero due storie raccontate (quella dell’artista e quella del personaggio), non sono altro che la stessa storia.

American Dream di Lcd Soundsystem

Altro grande e gradito ritorno quello della band di James Murphy, a sette anni dall’ultimo This is Happening. American Dream si muove tra l’influenza di David Bowie e i rimandi ai Talking Heads. American Dream è un album scuro, è una metafora dei paradossi dell’America. È un album che pone Lcd Soundsystem come band pilastro di questo secolo.

Canzoni Perse di Cesare Malfatti

In qualche punto del panorama italiano, da Tiziano Ferro a Calcutta, da Gabbani a The Giornalisti, c’è Cesare Malfatti, ex La Crus. C’è Canzoni Perse, lavoro passato in sordina in un anno che ha visto l’esplosione definitiva del pop Calcuttaforme da una parte e della trap dall’altra. C’è un lavoro di cui oggi abbiamo bisogno in Italia.

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