Lo scandalo di I.B. Singer

A proposito di “Keyla la Rossa”

di / 13 febbraio 2018

Copertina di Keyla la Rossa

Keyla la Rossa è uscito lo scorso autunno per i tipi di Adelphi, a quarant’anni esatti dalla sua prima e unica pubblicazione. Ignoravo che all’epoca il suo autore, Isaac Bashevis Singer, avesse considerato “inopportuna” la pubblicazione di un romanzo “scandaloso” a ridosso del Premio Nobel per la Letteratura ricevuto nel 1978. Yarmy un Keyle, questo il titolo originale, apparve solo a puntate su Forverts, quotidiano yiddish di New York, tra il 9 dicembre 1976 e il 7 ottobre 1977. Una lacuna sanata.

Come c’era da attendersi, le sfumature immorali nel corso di quattro decadi si sono perse completamente, resta invece immutata la forza narrativa, di taglio sociologico e antropologico, che tratteggia le tinte chiaro-scure di quel microcosmo che è il quartiere ebraico di Varsavia nei primi anni del Novecento. Il ghetto è descritto con minuziosa scabrosità attraverso gli occhi degli ultimi, dei diseredati, delle puttane, dei papponi, dei ladri e degli alcolizzati; un piccolo universo di bassifondi – qui la carica “scandalosa” – che mostrando i lati foschi presenti all’interno della comunità ebraica, altro non ricalca che la società dell’epoca tutta, con le sue contraddizioni, in subbuglio, all’alba della Rivoluzione d’ottobre e della Grande Guerra.

Keyla è una prostituta di ventinove anni, passata per tre bordelli, che prova a cogliere l’opportunità, rara per una ragazza con il suo passato, di riscattarsi. Sposa Yarme Spino, un ladro e protettore già finito quattro volte in carcere, che medita, grazie all’amore per Keyla, di abbandonare il crimine. A scombinare i loro piani arriva Max lo Storpio, un uomo ambiguo e seducente, che proporrà loro un ultimo, grande colpo: un giro di prostituzione da realizzare in Sudamerica adescando giovani ragazze polacche. Il ritorno alla vita criminale di Yarme e gli atteggiamenti torbidi di Max faranno fuggire Keyla, la quale troverà riparo e nuova speranza di redenzione tra le braccia di un giovane, Bunem, un ragazzo istruito, destinato a seguire le orme del padre rabbino e a sposare Solcha, ragazza di buona famiglia dagli ideali anarchici.

Le trame del romanzo, che conducono le vite dei personaggi dalla malfamata via Krochmalna di Varsavia ai quartieri newyorkesi pullulanti d’immigrati, si sviluppano attorno alla figura schizofrenica di Keyla, da un lato pentita del passato e desiderosa di redimersi agli occhi di Dio, dall’altro ancora preda delle sue paure, dei suoi demoni, dell’alcol. E presa in questo turbinio di emozioni, di passioni, Keyla si affida all’amore come speranza di salvezza, brama una rettitudine che lei per prima crede di non meritare, vive ai margini del baratro sotto il peso costante di un’antica moralità – inculcatale dalla sua famiglia che ormai l’ha ripudiata –, che però non sa gestire, che la schiaccia, che la fa sentire sempre inadeguata.

La scelta dell’editore di cambiare il titolo da Yarme e Keyla a Keyla la Rossa pare dunque quanto mai azzeccata, quasi che Yarme il ladro, partito con un ruolo da protagonista, nelle pubblicazioni bisettimanali sul Forverts abbia via via perso di prestigio nella storia, o interesse, a favore del giovane Bunem. Questi due personaggi sono agli antipodi, e lo sono anche agli occhi di Keyla: il primo non potrà far altro che trascinarla nuovamente sul fondo, l’altro, istruito, puro per certi versi, forse riuscirà, una volta per tutte, a trarla via dal fango, a donarle un’esistenza dignitosa.

Keyla la Rossa è un romanzo sull’amore, non un romanzo d’amore. L’energia che muove i protagonisti è ambigua, a tratti diabolica e oscura, luminosa e ingenua in altri. Essi, nello spazio di poche pagine, si dichiarano amore eterno, poi si minacciano di morte, poi si ritengono indegni di tale sentimento, poi ancora si domandano cosa sia, in realtà, questa forza che li domina. L’amore che Singer descrive è, da un lato, un irraggiungibile archetipo, dall’altro l’unica salvezza possibile; un miscuglio di passione, paura, stereotipo, disperazione, fragilità, fede inamovibile, uno spettro che sfugge a una definizione definitiva. Le anime semplici di Keyla, Bunem, Yarme, Max ne sono attratte e ammaliate, spaventate e corrotte, in una tensione, dai toni decadenti, che non si risolve neanche alla fine del romanzo, dove pare insinuarsi definitivamente il dubbio: cos’è quella cosa che chiamiamo amore?

Neanche la fede riesce a venirci in soccorso. All’inizio del Novecento la religione, non soltanto l’Ebraismo, pare ammonire Singer, è già un contenitore secolarizzato gremito di convenzioni vacue e di pagana scaramanzia, più che di sincera devozione. Nei protagonisti permangono i rituali, i dogmi, ma scompaiono gli antichi valori, la semantica originale. Aleggia una sorta di sottomissione a qualcosa d’incomprensibile, lontano, oppure il rifiuto completo. E questo allontanamento è tanto più palpabile nelle fasce misere della società, nelle quali, a salvare la propria anima, a sfamare il bisogno umano di spiritualità, si antepone l’urgenza di sfamarsi per davvero.

Non a caso il Dio di Bunem, l’unico personaggio in confidenza con le sacre scritture, è un Dio aleatorio, intangibile, che non si interessa affatto ai problemi e alle sofferenze degli esseri umani, e l’uomo, dirà infatti il ragazzo, è stato davvero creato a sua immagine e somiglianza.

Alla fine, tra le forze misteriose, contrastanti, tra le passioni e le paure, a vincere sembra essere il disincanto. E tutto lo “scandalo” di Singer sta nel portare luce laddove non si vorrebbe vedere.

 

(I.B. Singer, Keyla la Rossa, trad. di Marina Morpurgo, Adelphi, 2017, pp. 280, euro 20)

 

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LA CRITICA

Con Keyla la Rossa, Singer ci fa scoprire il lato oscuro della comunità ebraica di Varsavia d’inizio Novecento: uno spaccato della società dell’epoca che ci aiuta a capire come siamo oggi.

VOTO

8/10

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