La favola nera
di Andreas Moster

A proposito di “Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”

di / 26 febbraio 2018

Copertina di Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati

Sorprende Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati, romanzo d’esordio del tedesco Andreas Moster – traduttore e redattore in quel di Amburgo – perché in esso vi si ritrovano gli echi della miglior letteratura germanofona, dagli afflati romantici di Buchner e Hofmannsthal, alla precisione stilistica di Bernhard. Non sorprende invece che a portare in Italia una narrazione così estrema e irregolare sia il Saggiatore, da tempo impegnato nella ridefinizione dei confini del romanzo, basti pensare agli esordi di Morstabilini e Sibilla, o al recente caso di Voragine di Andrea Esposito. Sono tutte narrazioni accomunate dalla volontà di attraversare la normale percezione della realtà, ricercando nelle possibilità della lingua gli strumenti espressivi per rappresentare il reale al di là della mera forma fenomenica. Lo sconfinamento metafisico è uno dei punti di forza di Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati, perché la descrizione ossessiva di un mondo fatto di materia permette all’autore di inscenare una ricerca gnostica e rituale, in modo da capovolgere l’immanenza in trascendenza.

La storia prende le mosse dalla venuta di uno straniero in un paesino rurale della Germania più tradizionalista, un luogo chiuso e sospeso in cui si eternano usanze secolari. Lo scopo dello straniero è verificare la produttività della cava che sostenta l’economia del luogo. Lo straniero sa che la cava è esaurita, e che il posto è sull’orlo della decadenza, una situazione che presentono anche gli abitanti allarmati, e che li spinge a comportarsi con il nuovo venuto in maniera ostile. La storia potrebbe dirsi un’avventura gotica che riassorbe sul piano romantico lo spettro della crisi economica, ma la scrittura di Moster va oltre, muta sfociando nell’onirico. Perché nel paesino avviene l’omicidio di una ragazza e lo straniero risulta essere immediatamente il sospettato numero uno. Che sia la venuta del portatore della modernità a scombinare i secolari equilibri locali? Che sia invece una complicata rappresaglia nei confronti dello straniero? Il giallo di Moster assume i contorni di una parabola rituale, immersa in un ordine di cose in cui la sacralità della violenza è una presenza atavica quanto viva, al pari della legge degli uomini.

Nello spazio della prosa Moster si adopera per ricreare un universo di oggetti, una natura materica, immutabile, talmente idilliaca da essere sull’orlo del tracollo, come nei versi di Georg Trakl. Questa immutabilità è il palcoscenico su cui si muovono le vicende di generazioni indeterminate e crudeli: i padri che lavorano nella cava, le madri sottomesse e chiuse in casa, le figlie sfaccendate, vogliose di trasgressione e incuriosite dallo straniero.

Riprendendo la lezione di Bernhard, Moster fa della ripetizione il punto focale del suo stile: «Un uomo viene da noi in paese a voltare le pietre e le teste delle ragazze. Le pietre sono un muro bianco. che ripara il paese dalla parete della montagna. Le ragazze sono sedute in piazza e osservano l’uomo rivoltare le pietre». Pietre, ragazze, rivoltare: in queste frasi si evince la bravura dell’autore nel creare un periodare che modula gli stessi temi in molteplici variazioni, dando così l’impressione della dialettica fra differenza e ripetizione. Il ritmo della prosa si presenta come una sinfonia minimalista, una litania che incanta come una preghiera sussurrata. Proprio l’incanto è un altro effetto di questo stile, mentre il lettore si addentra nel cosmo del paese la narrazione si addensa di significati simbolici, e la moltiplicazione allegorica sfuma nel fiabesco. Lo scarto fra la violenza descritta e la dimensione rituale rimanda alla catarsi della tragedia, una catarsi sempre suggerita, che forse avrà il suo compimento nel finale.

Narrazioni come quella di Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati esulano dal normale psicologismo del romanzo borghese, e si pongono come parabole accessorie, vie laterali dell’immaginazione che portano a significati sepolti nell’inconscio. La realtà viene rappresentata attraverso la dimensione del sogno e dell’allegoria, un’atmosfera nera che in Italia ritroviamo soprattutto in un romanzo molto chiacchierato  come Dalle rovine di Luciano Funetta. Forse occorrerebbe fare più attenzione a questo tipo di letteratura, perché ci ricorda quanto di irrazionale ci sia nel presunto ordine razionale della nostra civile quotidianità.

 

(Andreas Moster, Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati, trad. di S. Albesano, ilSaggiatore, 2018, pp. 200, euro 21)
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LA CRITICA

Una favola nera che racconta una violenza atavica, calata nel contesto contemporaneo della crisi economica.

VOTO

7/10

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