La delazione che mi ha nutrito

Una drammatica scoperta postuma che rivela l'animo del proprio genitore

di / 5 marzo 2018

Da giorni provo a scrivere di Gli atti di mia madre di András Forgách (Neri Pozza, 2018) ma non riesco a ricacciare i terribili ricordi che mi hanno travolto durante la lettura: quelli della delazione, del diffuso spionaggio privato, forzato o volontario, che era stato elemento onnipresente prima del regime dello stalinista ungherese Mátyás Rákosi, e dopo il 1956, fino alla caduta del Muro, del regime meno violento di János Kádár.

La protagonista del romanzo documentario di Forgách, sua madre, era una spia (non si sa fino a che punto costretta dalle circostanze, o in che misura per sua scelta libera ideologica e opportunista). Io e i miei genitori, in un episodio che sarebbe potuto diventare fatale, eravamo invece le vittime, non direttamente della signora Pápai, come viene chiamata la signora Forgách negli atti riservati dei servizi segreti, ma di quella rete di spionaggio che aveva inoculato potenti veleni nella società ungherese per decenni. Per una vittima e figlia di vittime è difficile valutare con oggettività, guardare alla signora Forgách/Pápai con occhio benevolo, provare l’empatia suggerita dal figlio, ma da recensore devo tentare.

Mi vengono in soccorso queste righe dell’autore su sua madre. quasi a metà del libro: «Era sensibile alle arti, disponibile con chiunque le si rivolgesse per una qualche lamentela, aveva aiutato tantissima gente, anche chi non lo avrebbe meritato, parlava diverse lingue, comprendeva i disagi fisici e psicologici della gente, come interprete praticante aveva a che fare con persone delle più diverse classi sociali, stranieri e ungheresi, e incantava sistematicamente i suoi interlocutori».

András Forgách, classe 1952, drammaturgo, sceneggiatore, romanziere, docente universitario, illustratore e traduttore, scopre nel 2014 che sua madre, la bellissima Bruria Avi-Shaul, nata e cresciuta in Palestina, per una decina di anni prima della sua morte avvenuta nel 1985, era un’agente dei servizi segreti magiari. Era stata assoldata per sostituire suo marito, il giornalista Marcell Forgács nato Friedman, signor Pápai per i servizi segreti, che era ricoverato, inguaribile, in una clinica psichiatrica. I coniugi Forgács si erano stabiliti in Ungheria subito dopo la Seconda guerra mondiale e avevano quattro figli, Gli atti di mia madre è una creatura del figlio maschio più piccolo, András, fortemente sostenuto dal fratello maggiore.

Non è la prima volta che un’opera letteraria ungherese abbia per tema l’insospettabile storia di spia del proprio genitore. Un esempio su tutti: dopo il romanzo familiare Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2003, traduzione di Antonio Sciacovelli, a cura di Giorgio Pressburger), l’autore, Péter Esterházy, entra in possesso di documenti che testimoniano l’attività di informatore di suo padre con i servizi segreti fra il 1957 e il 1980 e ne nasce la dolorosa L’edizione corretta di Harmonia caelestis (Feltrinelli, 2005, traduzione di Marinella D’Alessandro).

Gli atti di mia madre è una ricostruzione complessa, riordinata in tre parti suddivise in capitoli stilisticamente e tematicamente molto diversi fra loro, delle vite non comuni di due ebrei divenuti ungheresi per una scelta ideologica fatta alla fine degli anni Quaranta, senza più farsi influenzare dalla naturale evoluzione della Storia, o quasi. Un’opera discontinua che narra l’emozionante e allo stesso tempo indisponente storia di un’ebrea antisionista legata indissolubilmente a Israele che arriva a tradire persino un amico del figlio, il compianto poeta György Petri. Forgách accusa, spiega e assolve, e non fa parola degli effetti provocati dall’attività dei genitori: non sappiamo chi e in che misura ha subìto, se ha subìto, per mano loro.

Il capitolo degli informatori dei servizi segreti è un nervo scoperto in Ungheria, e questo libro ne è testimone. E malgrado gli sforzi della traduttrice, in collaborazione con l’autore, è probabile che il lettore italiano faccia molta fatica a farsene un’idea non superficiale, per via dell’approccio narrativo rivolto a lettori ungheresi già al corrente di fatti e circostanze che in Italia non sono noti. Ma resta una lettura utile per avvicinarsi a un certo periodo storico di un paese e ad alcune sfaccettature dell’animo umano.

(András Forgách, Gli atti di mia madre, Neri Pozza, 2018, Trad. di Mariarosaria Sciglitano, 320 pp., € 18,00)
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LA CRITICA

«Chi troppe patrie vuole nessuna ne stringe, potrei dire, ma non lo dico. Chi troppe patrie tradisce, perisce». Un romanzo di tradimenti postumi.

VOTO

7/10

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