Chi decide cos’è la felicità

“Resta con me” di Ayòbámi Adébáyò

di / 12 marzo 2018

Leggere Resta con me di Ayòbámi Adébáyò (La nave di Teseo, 2018) vuol dire entrare in una grande casa in cui ogni capitolo è una stanza e ogni pagina una porta spalancata sul dolore. Si attraversano le camere, si può scendere al piano inferiore, ma i muri continuano a trattenere la sofferenza di quello che vi succede all’interno e, per quanto si spingano le porte, non si riesce a chiuderle definitivamente.

La storia di Yejide e Akin nasce senza nulla di strabiliante, è la normalità ad accompagnare la serenità della coppia dopo l’incontro all’università di Lagos, per i primi anni di matrimonio, nella scelta della monogamia in un contesto familiare in cui i rispettivi padri hanno preso più mogli. Attraverso l’alternarsi di due voci narranti durante presente e passato si riscostruisce il percorso personale e di coppia di ognuno dei due protagonisti, insieme e soli allo stesso tempo. Si esplora come la forza di un elemento esterno alla persona sia in grado di cambiarne la vita stessa, di spingerne le decisioni verso direzioni impensabili, di stravolgere quello in cui si pensava di credere e quello che si credeva di volere.

Quanta influenza ha la società sui binari delle scelte personali? Quanta responsabilità sulle conseguenze? Ayòbámi Adébáyò, autrice nigeriana al suo primo romanzo, racconta che cosa succede quando in un contesto in cui ci si pensa felici subentra un elemento che fa vacillare tale certezza e indaga le estreme conseguenze cui può portare dover seguire una regola che non ci appartiene, conformarsi a chi stabilisce cosa è meglio per tutti e per noi. La protagonista Yejide vede ribaltarsi le proprie sicurezze quando viene a sapere che la famiglia del marito ha trovato per lui una nuova moglie ritenuta in grado di dargli dei figli, al contrario della prima moglie che fino a quel momento non si è rivelata prolifica. Yejide era convinta di essere felice. Akin credeva lo stesso. La famiglia e la società decidono che senza un figlio nessuno lo è, plasmano il concetto stesso di felicità e inducono la donna a compiere una serie di attività e di esperimenti imbarazzanti, degradanti, lancinanti. Yejide accetta di sottomettersi a pratiche ridicole e improbabili, si convince di essere incinta, vi riesce davvero, accetta il compromesso e la vergogna, la menzogna, convinta a seguire quel che ci si attende da lei, persuasa lei stessa.

Nei contrasti di una Nigeria moderna e tradizionalista, perennemente sospesa nell’incertezza politica degli anni Ottanta, tra dolori che si inseguono incapaci di placarsi, Adébáyò si concentra con delicatezza ed estrema chiarezza sul ruolo, non solo femminile, all’interno di un contesto, tuttora presente e pressante, in cui si impone e si dà per scontato che gli uomini e le donne siano completi solo se sono come ce li si attende: «Un tempo ci credevo, e accettavo – come la tartaruga e sua moglie, che non si potesse vivere senza una discendenza. Pensavo che avere dei figli che mi chiamassero Baba avrebbe cambiato la forma stessa del mondo in cui vivevo, mi avrebbe purificato (…). E sebbene raccontassi molte volte quella favola a Rotimi, non credevo più che avere un figlio significasse possedere il mondo intero».

 

(Ayòbámi Adébáyò, Resta con me, trad. Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, La nave di Teseo, pp. 324, euro 18,00)
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LA CRITICA

Una ricorsa verso distruzione e costruzione generata dal convincersi che la società sappia decidere per noi.

VOTO

7/10

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