Vale ancora la pena fidarsi dei Ministri?

L'ultimo album in studio della band milanese

di / 4 aprile 2018

copertina di fidarsi su flaneri

Si prospetta una gradevole primavera musicale. Tutta italiana. Non sarà nulla di epico, eppure ci terrà degnamente compagnia. In un contesto attuale dominato dalle uscite di Baustelle, The Zen Circus, Bud Spencer Blues Explosion e dagli imminenti ritorni di Francesco Motta e Calcutta,  si inserisce in questa stagione anche l’ultimo lavoro dei Ministri, Fidatevi. Qualche anno fa parlavamo proprio qui di come Cultura generale fosse un bel passo indietro rispetto al feroce Per un passato migliore. Nonostante l’incessante attività live e un corposo stuolo di fedelissimi, ammetto le prevenute preoccupazioni riguardo la loro sesta fatica discografica: nessun accanimento, solo il lecito chiedersi quanto i Ministri  abbiano ancora da dire (e come lo diranno) e se l’incendiaria foga degli esordi si è tramutata in qualcosa di significativo.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso fin dai primi ascolti: Fidatevi è un disco molto “a fuoco” con momenti estremamente ispirati. Non pretendo da una band sempre la stessa formula: apprezzo i cambiamenti, i tentativi di rinnovarsi, anche se imperfetti. I Ministri rimangono sempre gli stessi ma in Fidatevi finalmente aprono ad altre possibilità con ottimi risultati, creando un gradevole mix di brani arrabbiati e riflessivi, il tutto innestato in contesto melodico ben calibrato. Sorprendentemente, i passaggi preferiti di chi vi scrive sono le dolenti ballate che già in passato avevano portato ad alcuni dei risultati più emozionanti della produzione del gruppo: penso a “Ballata del lavoro interinale”, “I tuoi weekend mi distruggono”, “Le mie notti sono migliori dei vostri giorni”.

I Ministri sono cresciuti, maturati e piuttosto che spingere sull’acceleratore e risultare forzati, scelgono – saggiamente – di approfondire il lato più oscuro e complesso della crescita e dei rapporti umani. Cosa c’è di più difficile e pericoloso (quasi quanto lo squalo in copertina?) del buttarsi alla cieca in rapporto di fiducia, che sia sentimentale, lavorativo e visti i tempi, anche politico?

L’iniziale “Tra le vite degli altri” è una intensa apertura, in cui la chitarra di Dragogna risulta inaspettatamente armoniosa ma sempre incisiva, mentre Divi Autelitano riscalda ulteriormente l’atmosfera con la solita sentita performance vocale. La successiva title-track invece è un brano in puro stile Ministri: tesa e rabbiosa, tra chitarre ruggenti e «gatti che aprono le porte, uno ti frega il posto gli auguri la morte». I testi sono incentrati sia sui soliti mali attuali (gli spunti non mancano), sia sugli aspetti interiori più sofferti, producendo canzoni fosche e impetuose come “Crateri” e “Fantasmi”: «Io voglio solo pagare una persona che / Che mi metta in ordine la vita / Che mi faccia da servo e da padrone / Che mi dica non è ancora finita».

Prodotto da Taketo Gohara, Fidatevi regala ulteriori momenti importanti: la dolente “Tienimi che ci perdiamo” in cui spicca il  bellissimo assolo di  Federico Dragogna, “Un dio da scegliere” e il bel distico finale di “Nella battaglia” e “Dimmi che cosa”. Alternando sapientemente il loro ritornelli trascinanti a sentite ballate, Fidatevi è la forma matura e più ragionata dei Ministri “cresciuti”. Niente di epocale come dicevamo all’inizio, ma l’ascolto filato di un bel disco italiano dall’inizio alla fine è sempre una boccata d’ossigeno.

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LA CRITICA

Buon ritorno della band milanese, tra momenti oscuri e i soliti passaggi rock.

VOTO

6,5/10

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