La fine della festa

"Festa mobile" di Ernest Hemingway

di / 5 aprile 2018

Federico Leoni prosegue nel suo percorso nelle opere incompiute di grandi autori. Ha già parlato degli infiniti ostacoli di Kafka e raccontato la sua idea sugli incompiuti in un campionamento del non finito.

 

 

Devo a Ernest Hemingway il gusto per i gesti azzardati. L’ultima volta che sono stato al Ritz di Parigi, ormai diversi anni fa, ho rubato il menù dell’american bar, formalmente in vendita a cinque euro. Hemingway sarebbe stato orgoglioso di me. Sulla prima pagina c’è una foto dell’autore a circa trent’anni. Quello che ancora non sapevo, mentre compivo il furto, era che proprio al Ritz, nel 1956, Ernest Hemingway aveva scoperto di aver lasciato ventotto anni prima due bauli da marinaio pieni di appunti. Il materiale, risalente agli anni in cui Hemingway viveva in Francia cercando di affermarsi come scrittore, sarebbe stato il nucleo originario di Festa Mobile, pubblicato postumo nel 1964.

È davvero difficile considerare Festa Mobile un libro incompiuto, per lo meno se insistiamo nel considerare gli incompiuti come romanzi che falliscono l’obiettivo di veicolare il proprio messaggio. Libri vani, insomma. Festa Mobile è così poco vano che i suoi effetti si trascinano nel corso degli anni. È servito, tra le altre cose, per guidare una riscossa, per dare coerenza a un sogno e per alimentare propositi di vendetta. La riscossa è quella di Parigi, che dopo gli attentati del 2015 ha trovato nel libro di Hemingway l’esprit necessario a rialzare la testa, facendo registrare un boom di vendite per lo meno singolare per un libro di circa cinquant’anni prima. Il sogno è invece quello di tanti aspiranti romanzieri che hanno cercato in Festa Mobile il manuale della cifra Hemingwayana, quello stile scarno ed essenziale la cui ricchezza è celata tra righe asciutte e cantilenanti. La vendetta, infine, è quella di Mary Hemingway, che dando alle stampe il manoscritto incompiuto del marito scomparso cercò di tutelare il proprio ruolo di quarta moglie, chissà quanto consapevolmente, nei confronti di appunti che celebravano la prima consorte Hadley come un’eroina (sic).

La prima edizione del volume risente di questi interventi indebiti, ma oggi possiamo leggere i frammenti di Hemingway nella loro completezza e farci un’idea chiara della faccenda. Il tempo si vendica anche delle vendette, evidentemente. Sembra che Ernest non riesca a darsi pace per aver abbandonato la vita semplice con Hadley, quando «eravamo molto poveri e molto felici», per convolare a ingiuste nozze con la sofisticata Pauline Pfeiffer. Il libro, non a caso, avrebbe potuto chiamarsi. Com’era diverso quando c’eri tu. Hemingway stilava liste infinite di titoli prima di scegliere quello più adatto: per i suoi bozzetti parigini, come spesso li definiva, ipotizzò Come ebbe inizio, Amare e scrivere bene o addirittura Le unghie di Dio sono d’acciaio. Alla fine a scegliere fu Mary, dopo la morte del marito, ispirandosi a una frase pronunciata da Ernest anni prima. Le feste mobili sono quelle ricorrenze religiose che, essendo legate alla Pasqua, non cadono mai nella stessa data; ma la festa parigina di Hemingway assomiglia piuttosto alla ricorrenza citata da Shakespeare in Enrico V, quando il re arringa le truppe nel giorno di San Crispino: «chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici e dirà: “queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”».

 

 

«Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane», aveva detto Hemingway nel discorso che ispirò la moglie, «dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna». È chiaro, allora, che Festa Mobile non parla di una città o di un’epoca, ma del trascorrere inesorabile del tempo, come quasi tutti i libri che valga la pena leggere. Nella sua biografia, Anthony Burgess scrive: «la Parigi che aveva in mente Hemingway […] era una libération nostalgique». La nostalgia di Ernest non si rivolge a un luogo, ma a un momento, e se i luoghi sono più o meno disposti ad aspettarci i momenti fuggono via insensibili. La forza degli scrittori consiste nel coraggio di combattere una battaglia persa in partenza, la battaglia della memoria. Era una battaglia particolarmente ardua, per Hemingway.

Alla fine degli anni Cinquanta il premio Nobel era un anziano depresso e agitato. Incalzato dalle manie di persecuzione, era stato sottoposto a elettroshock, terapia che aveva peggiorato la situazione minando pesantemente la sua capacità di attingere ai ricordi. In quelle che forse sono le ultime righe di una lunga carriera, Hemingway confessa: «questo libro contiene materiale dalle remises della mia memoria e del mio cuore. Anche se la prima è stata manomessa e il secondo non esiste».

Il passato è una nebbia confusa. «Questo è un libro di fantasia», scrive, anche se chiaramente non lo è, e infatti Ernest è costretto ad aggiungere che «la fantasia può fare un po’ di luce su ciò che è stato scritto come fatto reale». Dunque si tratta di fantasie fatte passare per eventi reali, avverate da fantasie ispirate alla realtà e forse più concrete di essa. Chiaro, no? No. Nei frammenti che (non) concludono il libro c’è una frase eloquente: «ogni ricordo di cose passate è fantasia».

Non rimaneva niente. Negli anni Venti, ben altri tempi, Hemingway l’aveva predetto. Il racconto si intitola Un posto pulito, illuminato bene: «Di che aveva paura? Non era paura né terrore. Era un nulla che egli conosceva anche troppo bene. […] nada y pues nada y nada y pues nada». Il nulla in cui si risolve il tutto è la verità, la verità di Hemingway per lo meno, e lo scrittore ha il dovere morale di affrontarla.

Credo che la tendenza a mentire nella vita di tutti i giorni sia stata per Hemingway una reazione alla disciplina ferrea con cui si imponeva di parlare chiaro quando scriveva. I libri di “Papa” sono una sequela di indiscutibili verità, verità minime e fondamentali. Lo è anche Festa Mobile. Come non essere d’accordo con Hemingway quando nota che servono «bellissimi zigomi per i toni altezzosi»? O quando sostiene che tutti gli scrittori non presuntuosi mostrano timidezza quando fanno qualcosa di molto bello? O quando scrive che alla fine di un giorno sprecato si prova una solitudine mortale? Prendete questa frase: «ogni cosa per essere davvero perfida deve cominciare da uno stato d’innocenza». Se i decaloghi per aspiranti scrittori servissero a qualcosa (ma non servono a niente) il primo punto dovrebbe essere il consiglio che Hemingway elargisce a Francis Scott Fitzgerald: «scrivi la storia più bella che puoi e scrivila nel modo più diretto che puoi».

 

 

Anche l’impietosa descrizione che Papa fa di molti colleghi nelle pagine di Festa Mobile, e che gli è valsa ripetute critiche, dipende probabilmente dalla volontà di essere sincero a tutti i costi. I ritratti di Hemingway sono schizzi di meravigliosa parzialità: Ford Madox Ford esalava «un fiato più nauseabondo del getto di una balena», Fitzgerald non poteva essere definito un alcolizzato, «data la modesta quantità di alcol che basta a ubriacarlo», Gertrude Stein indossava «strani indumenti da poveraccia». L’anziano Hemingway guardava anche a sé stesso con un senso di alterità. Uno degli espedienti più riusciti di Festa Mobile è l’improvviso e ripetuto ricorso alla seconda persona singolare, in maniera del tutto libera e imprevedibile. Ernest parla di sé stesso e poi improvvisamente parla a sé stesso con la tenerezza malinconica che potremmo riservare a un fratello perduto: «quando saltavi i pasti nel periodo in cui avevi mollato il giornalismo e non scrivevi niente che in America qualcuno avrebbe comperato, spiegando a casa che andavi a pranzo fuori con qualcuno, il posto migliore per farlo erano i giardini del Luxembourg dove non vedevi né fiutavi niente da mangiare per tutta la strada».

Il giovane Ernest è molto distante dal vecchio Hemingway, e nonostante sia a corto di denaro sembra meno affamato: è meglio non avere cibo che non avere futuro. Ricordando le vacanze in Austria, Hemingway scrive che sciare «era più bello che volare o qualsiasi altra cosa, e ti costruivi la capacità di farlo e di sopportarlo con le lunghe salite carico del tuo pesante zaino». Probabilmente Ernest immaginava così anche il futuro, la meritata discesa al termine di un’ascensione, ma alla fine tutta la fatica fatta per costruire l’avvenire non era servita a renderlo meno deludente.

La cosa veramente difficile, scrivendo Festa Mobile, fu cercare di concluderlo, e infatti Hemingway non ci riuscì. Il libro sfuma in una lista di frammenti che provano in maniera evidente lo stato confusionale in cui era precipitato l’autore. «Non c’è un ultimo capitolo», ammette lo scrittore, «ce ne sono stati cinquanta». D’altronde, a detta di Harold Bloom, troviamo le parole solo per ciò che è morto nel nostro cuore, e i ricordi di Parigi erano tutt’altro che morti nel cuore di Hemingway. Lo scrittore chiese alla Scribner’s di togliere il titolo dall’elenco delle novità in arrivo. «Un libro dannatamente meraviglioso e non riesco a finirlo», disse all’amico A. E. Hotchner. Quello che riuscì a fare, invece, fu togliersi la vita, nonostante le sue credenze più profonde, il ricordo del padre suicida e l’adesione nominale al cattolicesimo. Notate l’enormità della cosa: uno scrittore che fa più fatica a concludere un libro che non ad uccidersi. Così ti sei svegliato nella tua lugubre casa dell’Idaho, hai aperto l’armadietto dei fucili, ti sei ficcato la canna in gola e hai premuto il grilletto.

Sei finito sottoterra, eppure non sei morto.

 

 

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