Guida patriottica dell’Islanda

“Atlante leggendario delle strade d’Islanda” di Jón R. Hjálmarsson

di / 3 maggio 2018

copertina di ATLANTE LEGGENDARIO DELLE STRADE D’ISLANDA

Pronti per partire alla volta dell’Islanda? Percorreremo la statale n. 1 islandese, accompagnati dalla guida scritta dallo storico Jón R. Hjálmarsson, Atlante leggendario delle strade d’Islanda (Iperborea, 2017) tradotta in italiano da Silvia Cosimini.

Non siamo alle prese con una banale guida turistica: il termine leggendario presente nel titolo lascia intuire che il focus della narrazione si incentra su fatti leggendari e racconti popolari collegati al paesaggio osservato, piuttosto che sull’arte o su altri aspetti del luogo.

A tale scopo, come avverte l’autore nella breve introduzione, di tanto in tanto gli è necessario effettuare deviazioni su strade minori o poco battute: leggendo metaforicamente tale affermazione, Hjálmarsson potrebbe suggerirci che osserva la statale con occhi inconsueti, da storico e appassionato di miti, ritenendola a differenza degli altri automobilisti non semplicemente luogo artificiale di transito, bensì portale di accesso alle enormi meraviglie che la sua terra offre e che, con orgoglio patriottico, egli riferisce.

Nel dar inizio alla narrazione partendo dalle località più importanti, Reykjavík e i posti vicini, l’autore ha il suo antecedente nel periegeta greco di quasi due millenni fa Pausania, che, con l’intenzione di descrivere lo splendore della Grecia, cominciò il racconto da Atene e dai luoghi attigui.

L’atlante si divide in sei parti, una per ogni area dell’Islanda, e contiene sessanta tappe; accompagnano il testo una mappa geografica della zona interessata posta all’inizio di ogni sezione, nella quale sono segnalati i paesaggi in cui avvengono le leggende, e le illustrazioni di Felix Petruška che raffigurano i personaggi mitici trattati.

Allo scopo di immedesimare il lettore e metterlo a conoscenza della storia, della topografia, della cultura, degli usi, dei costumi della località, i racconti veri e propri di ogni tappa vengono introdotti da un breve excursus, che segue logiche di razionalità e di approccio scientifico all’argomento; spesso negli ultimi righi dell’excursus emerge però la prospettiva mitica, quando l’autore anticipa aspetti del racconto che si appresta a narrare, etichettandolo dall’alto della propria razionalità come “leggenda”.

A dire il vero, Hjálmarsson avrebbe potuto migliorare questa introduzione, che in certi casi appare più uno sfoggio (assai interessante) di cultura, il cui legame con il racconto seguente può apparire quasi pretestuoso. Tale sfoggio si presenta esteso, per chi se ne servisse come guida turistica, ma conciso per chi compie da casa un viaggio immaginario; nello sforzo di indirizzare l’opera alle categorie di lettori appena menzionate, come si legge nell’introduzione, sembra che Hjálmarsson le scontenti entrambe.

Eccoci dunque finalmente giunti ai racconti, che dovrebbero costituire l’essenza dell’opera. Questi, come spiegato nell’introduzione, sono stati adattati o sintetizzati, senza alterarne la sostanza; tuttavia, risultano alquanto brevi e occupano da mezza pagina a un massimo di cinque pagine, quindi si intuisce facilmente che il lettore non sempre riesce ad appassionarsi alla trama narrata e ai suoi protagonisti, che risultano in certi casi piatti e monodimensionali, senza alcuna descrizione fisica o morale.

Lo storico si immedesima pressoché totalmente nel pensiero popolare («Alla Scuola Nera il preside era il diavolo in persona e si potevano imparare magie e altri arcani misteri», così inizia la tappa 48), fornendo addirittura le prove che attestano la veridicità del racconto.

In tali storie si dispiega il fascino del mondo islandese: reverendi che gabbano sistematicamente il diavolo, elfe che si vendicano degli uomini fedifraghi trasformandoli in crudeli balene, elfi che celebrano messe precluse al popolo, mostri assassini che chiedono e ottengono clemenza dagli uomini perché «una pecora nera deve pur avere un posto in cui stare» (p. 36), troll e trollesse, Odino che passa vicino alla terra lasciandone un segno evidente, esseri mitici che cantano nei boschi rivelando ingenuamente la soluzioni a enigmi proposti agli uomini, guerrieri biblici che subiscono una metamorfosi in foche, espedienti usati per uscire da un assedio identici a quelli presenti nella storia dell’antica Roma, diuturne e affascinanti tenzoni poetiche con gravose punizioni per lo sconfitto, animali benevoli che con apparenti dispetti salvano dolci fanciulle, e poi una natura inusitata, con geyser, fenomeni peculiari di vulcanesimo e deserti di sabbia alluvionali.

Gli aspetti del libro che affascinano maggiormente, tuttavia, sono la tendenza eziologica, volta a spiegare le cause dei nomi delle località o dell’esistenza di alcuni edifici, paesaggi o usi, e la congerie di notizie sparse su cultura, storia, letteratura e particolarità dell’Islanda: la sua scoperta, la colonizzazione, la conversione al Cristianesimo, i poeti, i poemi ed i personaggi epici più celebri, l’origine dei Fiordi occidentali che formano una penisola poiché i troll non fecero in tempo a scavare un tunnel e a separare la zona dal resto dell’Islanda, la costruzione di un ponte che proiettò l’Islanda nel mondo contemporaneo.

Tali elementi, che potrebbero apparire come simpatiche chicche, soverchiano però a tratti i racconti; una scelta che potrebbe apparire insensata, ma che è dovuta con ogni probabilità agli obiettivi preposti dall’autore, da buono storico: mettere per iscritto e fissare il patrimonio esclusivo di testimonianze orali, leggende e gesta che inevitabilmente si perderebbero o quantomeno si modificherebbero se affidati all’oralità, e portare orgogliosamente a conoscenza dei lettori stranieri gli elementi che formano il folklore di uno Stato unico al mondo ma che non potrebbero entrare in un libro di Storia (come quello scritto proprio da Hjálmarsson, History of Iceland) tenuto a rispettare certi canoni compositivi.

D’altra parte, questi furono gli obiettivi che predilesse il già citato Pausania nella sua guida alla Grecia: è il genere stesso che, a discrezione dell’autore, permette di essere piegato a toni velatamente encomiastici dello Stato di appartenenza.

Al termine del viaggio, rimane una sensazione di malinconia, l’impressione che lo storico e professore non sia un narratore di professione e che non sia riuscito ad appassionare sino in fondo il lettore dinanzi a una materia entusiasmante: una materia, però, che il lettore, spinto dalle suggestioni narrate e dall’ingente numero di piacevoli divagazioni dotte, potrebbe manifestare la voglia di approfondire con un viaggio in Islanda, al fine di rivivere di persona le emozioni presenti nell’opera.

 

(Jón R. Hjálmarsson, Atlante leggendario delle strade d’Islanda, trad. it. Di Silvia Cosimini, Iperborea, 2017, pp. 252, euro 16)
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6,5/10

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