Quindici storie di rinascita

Intervista a Angela Iantosca, autrice di “Una sottile linea bianca”

di / 7 giugno 2018

Copertina di “Una sottile linea bianca”

Dopo aver scritto di mafia e ’ndrangheta raccontate attraverso le storie di donne e bambini con Onora la madre (Rubbettino, 2013) e Bambini a metà (Giulio Perrone, 2015), dopo aver trattato del “viziaccio” più antico dei potenti nel corso della storia con Voce del verbo corrompere (Maria Margherita Bulgarini, 2017) e della diversità sessuale con La Vittoria che nessuno sa (Sperling & Kupfer) una biografia scritta a quattro mani con Vittoria Schisano, per la giornalista e scrittrice Angela Iantosca arriva oggi il quinto libro: Una sottile linea bianca (Giulio Perrone, 2018).

Si parla di droghe nel nuovo lavoro della reporter originaria di Latina. Delle piazze di spaccio, della disperazione, della voglia di uscire dal tunnel della tossicodipendenza, di comunità come quella di San Patrignano. Il tutto raccontato attraverso quindici storie in prima persone e raccolte attraverso incontri diretti, sul campo.

«È forse il libro che ho impiegato di più a scrivere, frutto di una lunga elaborazione interiore», ci confessa Iantosca a margine della sua partecipazione al programma Indieland negli studi della storica emittente romana Radio Città Futura.

 

Sei una di quelle giornaliste a cui piace andare sul campo a trovare e verificare le notizie. Hai scritto di ’ndrangheta, di corruzione adesso con Una sottile linea bianca ti occupi di droga e spaccio. Cosa ti ha portato a questo argomento?

Quella nostra dei trenta/quarantenni è una generazione cresciuta in un periodo storico in cui si parlava molto di droga e tossicodipendenze. Quando ero ragazzina i grandi ci facevano credere, quasi, che un giorno tutti ci saremmo drogati. Poi una decina di anni fa don Aniello Manganiello (prete attivista del Centro di Riabilitazione Don Guanella da sedici anni, ndr) mi portò a Scampia in quella che nell’immaginario collettivo è la piazza di spaccio per eccellenza. L’esperienza mi colpì molto, presi appunti mentali. Tre anni fa, poi, ho cominciato a concepire il libro quando sono entrata per la prima volta nella comunità di San Patrignano come inviata di La vita in diretta, per la quale in quegli anni lavoravo. Lì ho incontrato Roberta, la parrucchiera del Sanpa Hair. Dovevo raccontare la sua storia ed è stato molto intenso il nostro incontro, ascoltare le sue parole, vedere la sua fragilità e la sua forza. Ascoltare lei e gli altri mi ha provocato un effetto potente. Ho sentito come un pugno nello stomaco che è la sensazione che sento quando devo seguire una storia…

 

Che cosa hai fatto allora?

Ho pensato di raccontare questi ragazzi. Ma ero convinta ci fossero molti libri su questo tema. E invece no. Allora ho parlato con la comunità e ho spiegato che, attraverso le storie di queste persone, avrei voluto raccontare l’Italia, perché San Patrignano, in realtà è un punto di vista privilegiato, un microcosmo grazie al quale poter raccontare cosa accade in Italia, nel “Paese reale”.

 

Cosa è emerso?

Che la droga è democratica, che non si “formalizza”, che non è interessata al titolo di studio o alla provenienza sociale o geografica. L’unica cosa che conta è avere il contante giusto per comprarla!

 

Qual è il filo conduttore di queste storie personali, il crocevia che porta all’incontro con la droga?

Sono tutti mossi da una ferita, da un vuoto d’amore, da un dolore che non sanno colmare in altro modo. Ma le loro storie non sono diverse dalle nostre. La differenza è che ognuno reagisce alle difficoltà della vita a modo proprio, con le proprie dipendenze. Da qui il titolo che, oltre a indicare la striscia di cocaina, indica anche quel confine labile che esiste tra noi e loro. In realtà il tossicodipendente è molto più simile a noi di quanto si pensi: nella vita tutti ci troviamo spesso di fronte a un bivio.
C’è il minorenne, la ragazza che rimane incinta e porta a compimento la gravidanza continuandosi a drogare, c’è il figlio del benessere, la figlia di separati, il ragazzo che ha perso il padre e la madre, c’è chi non ha sopportato di essere lasciata da un ragazzo e chi per caso ha cominciato a frequentare le compagnie sbagliate. Nelle piazze di spaccio ho trovato il laureato, il disoccupato, il figlio di un esponente delle forze dell’ordine, fidanzati, sposati, pizzaioli, medici, infermieri, operai. Ognuno è lì in cerca di qualcosa: un modo per mettere a tacere quel dolore o quel vuoto, per raggiungere un onirico sonno o per sballarsi e non pensare. C’è una frase di Vincenzo Muccioli che ho voluto inserire nel libro che fa comprendere a fondo il perché della droga: «Al centro del dramma non ci sono hashish, cocaina, eroina, ecstasy, non c’è la crisi d’astinenza, ma c’è l’uomo con le sue paure e i suoi vuoti in cui rischia di essere inghiottito».

 

Come è cambiata la “clientela” della droga negli anni?

Si è abbassata l’età, ora si comincia a dodici anni. C’è sempre più poliassunzione, cioè non si sceglie una sola sostanza, ma si prende quello che c’è. Più del 60% dei ragazzi in comunità non ha mai usato la siringa. E questo è un dato da sottolineare, perché chi si droga ha la percezione di essere un tossicodipendente solo quando comincia a usare le siringhe: è tossico chi usa eroina e chi si inietta!
Altro elemento grave è il ritorno dell’eroina, pur essendo ancora la cocaina la sostanza più usata, seguita da hashish e marijuana. L’eroina oggi si può trovare anche a cinque euro o addirittura due euro e cinquanta a dose. Accade a Rogoredo, periferia di Milano: si tratta di scarti, chiaramente. Ma, premesso che è difficile trovare sostanze non tagliate nelle piazze di spaccio, ricordiamo che tutte le sostanze anche se pure sono pericolose. Detto questo è giusto che i ragazzi sappiano che, per esempio, la cocaina si trova pura al 49%, che al suo interno si trova anche veleno per topi e farmaci generici e che è fatta di benzina e calce bianca oltre che soda caustica. Insomma niente che possa far pensare a qualcosa di salutare. Senza parlare poi delle nuove sostanze psicoattive, rispetto alle quali i ragazzi sono delle vere e proprie cavie.

 

Quando raccontavi di ’ndrangheta ti sei insinuata fin quasi nell’Aspromonte. Per questo libro ti sei praticamente finta poliziotta, scortata dalle vere forze dell’ordine . Com’è andata?

Non si può raccontare una piazza di spaccio partendo dalle carte. Bisogna odorarle le piazze e infatti il libro comincia con questa frase: «L’odore di Roma…». Andare nelle piazze ti permette di capire meglio, di entrare davvero nel mondo di chi ha fatto uso di sostanze. Per il libro ho scelto tre piazze: Milano, Roma e Napoli (sia Scampia che Caivano). Nelle piazze incontri davvero di tutto. Io ho avuto la possibilità di girare con la Squadra mobile di Roma, oltre che con le volanti. E quello che ho incontrato sembra quasi un mondo parallelo: Tor Bella Monaca, San Basilio per chi è interessato sono supermercati sempre aperti.

 

Scrivi: «Chi si droga è come un vaso che non riempie mai, quasi contrappasso dantesco di una colpa commessa». Cosa intendi?

La droga riempie un vuoto che si continua a formare. Non si riempie mai. Il dolore è sempre lì. Si ha la sensazione che si colmi appena ci si droga, poi quel vuoto, quel dolore torna con più violenza di prima. E allora più si va avanti nel tunnel e più si cerca quella pace o quel piacere. Una corsa senza fine verso la fine. Molti mi hanno raccontato che neanche l’overdose li spaventa. Molti, una volta ripresisi, andavano a cercare lo spacciatore per una nuova dose.

 

E San Patrignano?

In comunità fanno un lavoro profondo sulla persona. Quando entrano i ragazzi devono dimenticare il cellulare, internet, la famiglia. Scrivono usando carta e penna, guardano i tg registrati, non hanno accesso a internet, rivedranno la famiglia dopo un anno. Perché hanno bisogno di ritrovare prima di tutto loro stessi. Quando entrano non sanno chi sono: hanno annullato tutto, partendo da se stessi, in nome della droga. Quindi, ciò che si deve fare è ricostruirsi. Non vengono considerati malati, ma persone, persone che hanno deciso di intraprendere un lungo percorso che li riporterà alla vita. Nel 70% dei casi i ragazzi non ricadono, anche perché in comunità lavorano, vengono formati e hanno la possibilità di crescere, anche di studiare, in modo da avere qualcosa di concreto una volta usciti. È difficile da spiegare la comunità, la si comprende a fondo quando la si vive. Io, ogni volta che vado, imparo qualcosa, comprendo aspetti nuovi, riesco a leggere sempre meglio negli occhi dei ragazzi.

 

(Angela Iantosca, Una sottile linea bianca, Giulio Perrone Editore, 2018, pp. 120, euro 18)
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