Schiavi del desiderio

“Le stelle cadranno tutte insieme” di Iacopo Barison

di / 12 giugno 2018

Copertina di “Le stelle cadranno tutte insieme”

La dicitura “giovane scrittore” non è molto lusinghiera, come se il fatto di essere giovane costituisse di per sé una motivazione dello scrivere. Più corretto sarebbe dire “scrittore giovane”, ovvero scrivente padrone dei propri mezzi, e con un’età anagrafica tale da avere uno sguardo sul mondo diverso. Ciò non qualifica uno scrittore in maniera migliore o peggiore, ma può dare un’idea del cosmo che gira nella testa di chi prende la penna in mano. Ebbene: Iacopo Barison è uno scrittore giovane, e per nostra fortuna nella sua prosa la capacità di prendere in considerazione fenomeni nuovissimi si sente.

L’autore aveva esordito qualche anno fa nella prima talentuosa covata della Tunué. Stalin + Bianca era un romanzo di viaggio in cui si sentiva forte la presenza dell’universo cinematografico, le scene avevano una composizione e una dilatazione di movimenti tale da essere immaginate come proiettate su uno schermo. Forse è uno dei motivi per cui Daniele Ciprì ha deciso di trarre un film dal romanzo.

Non so quanto l’esperienza abbia influito sull’autore, sta di fatto che il protagonista di questa seconda prova è uno sceneggiatore, seguiamo la sua voce narrante e ci inabissiamo nella contemporaneità. La prima differenza rispetto al precedente sta proprio in questa precisa focalizzazione: se nel romanzo d’esordio la realtà era presa in considerazione attraverso il campo lungo di una prosa dalla forte componente visuale, in Le stelle cadranno tutte insieme (Fandango Libri, 2018) ogni avvenimento è filtrato dallo sguardo del protagonista.

È come se prendessimo posto nello scafandro della sua testa, e assistessimo al dialogo semiserio fra il narratore e la propria coscienza. Nelle riflessioni del giovane si agita una sincerità che può essere colta dal lettore, un mare di considerazioni che debbono tacersi nel contesto sociale, perché fuori luogo in una realtà così complessa da essere schiava delle interdipendenze.

La tematica del desiderio si configura come il nucleo portante del romanzo, giacché è motore per le azioni del narratore, ma allo stesso tempo fonte di disagio. Nel mondo contemporaneo il desiderio si manifesta come ambizione: si tratta del tentativo di un’ascesa sociale, o anche solo del raggiungimento materiale dei propri sogni. Il narratore vive questa ambivalenza: sostenuto dal suo sogno di potersi esprimere (nell’arte, nella possibilità di vedere riconosciuti i propri talenti) ma allo stesso tempo – quando sopraggiungono i cedimenti – spaventato dai sogni troppo grandi.

L’ambizione diviene una spina nel fianco, e sopraggiunge l’apatia, il trauma nella relazione fra io e mondo.

Tanto più che ambire a qualcosa significa sfidare un reale evanescente, e prendere in considerazione le mille variabili del mondo sovrastimolato dai media. Al dialogo con se stessi si aggiunge la dissociazione, la frammentazione di un io moltiplicato sui social, nel flusso di informazioni che rendono il cosmo troppo piccolo e troppo grande, il tempo simultaneo, ripiegato su se stesso e dunque sfuggente.

Barison sa rendere bene – e con invidiabile leggerezza – la sensazione di proliferazione di mondi coevi di un solo istante di vita passato su questo pianeta. Basta prendere l’incipit del romanzo per accorgersene: «E poi? L’acqua defluisce dalle grondaie, le buche diventano pozzanghere e i lampi illuminano le villette a schiera. Qui, nel mio letto, sono le 3.44. A Los Angeles, invece, le 18.44 e Cameron Diaz ha appena twittato un articolo sulle vittime della diarrea in Etiopia. Vorrei parlare con qualcuno, sentire una voce in risposta alla, mia. A New York sono le 21.44, il cielo è nuvoloso e più scuro del solito e Hugh Jackman ha ordinato un dolce che su Instagram sta riscuotendo un ampio consenso. Al televisione a volume zero, le lenzuola gettate sul pavimento».

Si tratta di una realtà percepita sugli schermi, una solitudine privata che si apre al dialogo fittizio con attori-feticcio, simboli lontanissimi. E questo è solo uno spaccato di vita di un flusso continuo, quel «e poi?» iniziale ci dà l’idea dell’impossibilità di stabilire un’origine della storia.

Accanto ai sogni del narratore ci sono le stralunate facezie di Aria, ragazza ingenua e profonda al tempo stesso, convinta di poter parlare con i defunti. Aria intrattiene un rapporto di incontro-scontro con suo fratello, prototipo del nerd paranoico, spaventato da una imminente invasione aliena. A completare la combriccola Danny, aspirante attore dai comportamenti spiccatamente edonisti, con il pallino di percepirsi sempre nel mezzo di un kolossal, come se la sua vita si appiattisse sui blockbuster con cui è cresciuto, e a cui vorrebbe tornare da interprete.

Le parabole raccontate da Barison hanno traiettorie strane, scarti improvvisi che ci ricordano la moltiplicazione di elementi fittizi tanto cari al postmodernismo americano. La prosa dell’autore incrocia l’attenzione ossessiva al dettaglio materiale di DeLillo – ma svuotato della componente metafisica – e la pasta melodrammatica della scrittura di Eggers. Non stupisce che Barison sia finito su McSweeney’s, perché l’universo a cui rimanda è quello bizzarro della famosa rivista americana.

Se avete visto BoJack Horseman saprete quanta delicatezza c’è nella narrazione di un mondo di cartapesta che può indurre all’apatia, se non proprio alla depressione. In questo romanzo ci si cala nella testa di un personaggio simile a BoJack, e si sperimenta la quotidianità alle prese con i proprio desideri indirizzati dall’entropia di un Occidente materialista e competitivo. Barison, con la sapienza di un narratore rodato, ci dà l’illusione che quei pensieri siano proprio i nostri.

 

(Iacopo Barison, Le stelle cadranno tutte insieme, Fandango Libri, 2018, pp. 279, 17 euro)
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LA CRITICA

Un romanzo che riflette sulla contemporaneità, sui desideri e le ambizioni, sulla moltiplicazione del mondo virtuale – mitigando con un tocco di umanità e leggerezza.

VOTO

8/10

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