La letteratura come talismano per cuori infranti

Gabriele Di Fronzo, “Cosa faremo di questo amore”

di / 29 giugno 2018

«I libri – come scrive Stefan Zweig a conclusione del suo Mendel dei libri – esistono innanzitutto per sopravvivere al di là del nostro breve respiro: si capisce che si trovano a loro agio ad ospitare gli amanti separati, meglio del divano dell’amico più intimo». Ed è esattamente questo che ci dimostra Gabriele Di Fronzo nel suo ultimo libro (Cosa faremo di questo amore, Einaudi, 2018), un viaggio terapeutico nella letteratura di fior di scrittori e scrittrici che negli anni hanno raccontato la fine del sentimento, lo sgretolarsi di una relazione, il senso di mancanza e di dolore indicibile che ci pervade quando un amore termina.

Del resto «la letteratura corteggia le assenze, fiorisce nella mancanza, la letteratura è un rito per preservare, un talismano». L’io narrante, bibliotecario protagonista egli stesso di una storia d’amore che si interrompe, ci guida attraverso abbandoni e addii che hanno un romanticismo inedito, paragonato ad un arcobaleno sottoterra: un sortilegio notturno che possiede comunque una sua luce.

Come spiega Di Fronzo in uno dei suoi paragrafi, il termine “abbandono” deriva dal francese medioevale “à ban donner”, ovvero mettere a disposizione di chicchesia, lasciare ad altri che non siamo noi, dando vita ad un senso di tristezza nebulizzato difficile da mandar via.

Guardare gli addii e i diversi epiloghi degli scrittori, che Di Fronzo ha scelto di narrare in quello che si presenta come un vero saggio sulla fine delle relazioni, diventa catarsi e confronto: lui stesso in diversi passaggi del libro si identifica in qualche episodio e vi trova conforto. Un conforto che viene offerto anche al lettore, poiché ciascuno di noi ha perso un amore speciale; ognuno di noi conosce il retrogusto amaro che Di Fronzo esorcizza con la magia della letteratura.

Si passa dall’esempio di Pazienza, Primavera di Goffredo Parise (con i due protagonisti che si danno appuntamento sotto una piccola pensilina per lasciarsi, valutando anche l’idea di restare nella loro letargia e quindi comunque non restando insieme), alla tragica fine di Didone, che si toglie la vita dopo il crollo della relazione con Enea.

Ci si ritrova con le domande più classiche come quelle di Edoardo Albinati in L’uomo che bruciò un’isola per amore: come è possibile che un rapporto d’amore si trasformi in una tortura? E si arriva alla consapevolezza che lasciarsi reciprocamente non serve a stare meglio, come spiega Giorgio Manganelli in uno dei racconti di Centuria.

Non mancano le provocazioni, che Di Fronzo propone tra un aneddoto letterario ed un altro: «il primo appuntamento è importante sì, ma come priorità io penserei a foggiare due cuori che siano preparati anche all’ultimo incontro». Anche le nuove generazioni, insomma, andrebbero educate ai segreti di un buon addio che invece è quasi sempre un caravanserraglio di mostruosità sentimentali.  Con difficoltà enormi quando ci sono i figli, come Di Fronzo ci suggerisce, citando il libro di Brigitte Giraud Come dirlo ai bambini e Le bambine restano della grande Alice Munro.

Ma cosa scatena un addio? Cosa succede a chi lo subisce e a chi invece ne è l’artefice? Di Fronzo ammette: «Non risolvo il delitto, insomma, ma posso tentare di decifrarlo». Della sua storia d’amore andata in frantumi, che si mischia alle grandi storie della letteratura scelta, l’io narrante ci fa toccare il dolore: «ho il terrore di non scordarla» dice di lei, la sua Rebecca. E subito ci si collega ad Annie Ernaux che nel suo Memorie di ragazza descrive lo «sconcerto del reale» che accade quando lasciati dalla persona che stimiamo la più preziosa della terra, si è invischiati «che quella torni per concederti la grazia di sfiorarti ancora una volta».

Accettare l’abbandono è insomma cosa dura e lo stesso scrittore lo ammette: «Penso ininterrottamente a ciò che non riesco ad abbrancare e domando aiuto alle cavernosità letterarie». L’effetto sollievo quindi arriva: con Tolstoj, De Lillo, Handke, Truffaut, McEwan, Mari, Simenon.

E con l’invito meraviglioso a riscoprire quel classico o quel romanziere che non conoscevamo e che invece sembra parlare proprio di noi.

 

 

(Gabriele Di Fronzo, Cosa faremo di questo amore. Terapia letteraria per cuori infranti, Einaudi, 2018, pp. 127, € 13.00)
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LA CRITICA

Un libro che accompagna il lettore nelle impervie elaborazioni della perdita, attraverso la letteratura da scoprire o rileggere. Uno stile fluido e confidenziale.

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7/10

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