Il silenzio fa eco al silenzio

Jean-Claude Izzo, “Lontano da ogni riva”

di / 2 luglio 2018

Jean-Claude Izzo è conosciuto dai lettori italiani soprattutto come romanziere, attraverso una trilogia marsigliese ascrivibile al sottogenere del noir geolocalizzato in quanto mediterraneo. È Izzo stesso a ricordare con tenero campanilismo, in un’intervista del 1998, il rapporto intimo che lo ha sempre legato alla sua città d’origine: «Appartengo al Mediterraneo. Questo mare lo vivo, lo respiro, lo sogno, lo penso da un solo punto di vista. Quello di Marsiglia», considerando al contempo come fratello «l’altro mediterraneo, africano, asiatico e latino-americano», un luogo insomma dove gli uomini sono più importanti dei confini. Da Marsiglia, Izzo vuole conoscere il mondo. La casa editrice Ensemble ha stampato la sua penultima raccolta di poesie Lontano da ogni riva (2018. Edizione originale, Loin de tous rivages, 1997), curata e tradotta egregiamente – con testo a fronte – da Annalisa Comes, con illustrazioni paesaggistiche di Jacques Ferrandez e inserita all’interno della collana Erranze, diretta da Gezim Hajdari.

Si tratta di una raccolta piuttosto eterogenea in cui l’autore, attraverso piccoli cicli di poesie coerenti tra loro, traccia un cammino tortuoso negli anfratti della sua soggettività, vissuta da uno spazio e da un tempo che si incontrano dove riposa la storia.

Il paesaggio di questa raccolta, dopo che ha conosciuto il tempo, è una landa di rovine. Anche da un punto di vista lessicale, con parole come rovine, rovi, pietre, sangue, Izzo manifesta la materialità dei momenti di un’esistenza. Le pietre, quasi personificate, parlano o sono mute, i rovi stringono l’uomo come un cappio da cui non sa sottrarsi. Con la memoria, simultaneamente soggettiva e universale, egli ricostruire gli amabili resti di un luogo che fuori dall’io lirico non potrebbe sopravvivere.  In questa raccolta, la natura non ha vita propria se non in relazione a ciò che vive l’io lirico: Izzo non esce dalla propria soggettività, esprimendosi in prima persona e servendosi del mondo per raccontare il suo paesaggio interiore: «Noi? Ignoro questo plurale che si insinua nelle mie frasi», o ancora: «Sospese nel silenzio: le pietre contro il tempo, combattimento che esiste solo per la mia presenza».

Alcuni nuclei pregni di senso ricorrono tra una poesia e l’altra, secondo l’artificio retorico che i provenzali chiamavano coblas capfinidas: per esempio il lettore potrà seguire il fil rouge di un Mezzogiorno sia geografico che temporale, tra il campo semantico della terra e quello del mare. Accanto agli anacoluti, alle sinestesie e alle altre figure retoriche di cui si serve il poeta, questi elementi ricorrenti sono rappresentati il più delle volte da una parola isolata che dà alla raccolta una grande unità, come d’altronde avviene proprio con Mezzogiorno. Alcuni componimenti sembrano poesie in forma di prosa e l’armonia tra narrazione e lirica fa capire che Izzo fu principalmente un romanziere, anche se da sempre scrisse poesie.

Continuando il parallelismo con la lirica provenzale, al di là del titolo stesso della raccolta che richiama l’amor de lonh di Jauffre Rudel e il suo desiderio di amore e conoscenza proiettato in una distanza spaziale ed esistenziale, un’altra analogia potrebbe trovarsi nell’uso curioso e sapientemente improprio dei deittici. Se a laggiù, o , non segue o precede una contestualizzazione, il lettore si immagina in un luogo vago e indefinito senza potersi orientare. In questo altrove delineato dal poeta, la vita è asfissiata da un silenzio che sembra avere una coscienza («silenzio che sogna»). «Quindi alle labbra questo sapore dimenticato di frutti polposi. Qui e in quest’ora la parola sarebbe solo lacerazione. Sogno. Forse la mia vocazione è il silenzio».

«Nessuna parola allora sulle mie labbra, e la vertigine di sapersi lontano da ogni riva». Nonostante tutto, bisogna sempre capire dove e quando andare: «e non un istante dura, ed è l’eternità».

 

(Jean-Claude Izzo, Lontano da ogni riva, traduzione di Annalisa Comes, Edizioni Ensemble, 2018, 160 pp, € 12.00)
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LA CRITICA

Una raccolta eterogenea radicata nella terra e solcata dal tempo.

VOTO

7/10

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