Sopravvivere alla tragedia

Su “Il sacrificio del cervo sacro”

di / 13 luglio 2018

Poster di Il sacrificio del cervo sacro su Flanerí

Dopo la definitiva conferma internazionale di The Lobster (2015), il regista greco Yorgos Lanthimos è tornato nel 2017 a Cannes con Il sacrificio del cervo sacro, il suo secondo film in lingua inglese, atteso da critica e pubblico come conferma definitiva di un talento ammirato e criticato con uguale intensità.

Il cinema di Lanthimos è divisorio. È rigoroso nella sua messa in scena, enigmatico nei contenuti, controverso per le sue tematiche. Mostra con un’ironia gelida e distaccata i meccanismi più controversi della psicologia umana. Riflette sul valore dei legami affettivi rifacendosi a letture archetipiche che prendono dalla mitologia e dalle favole, dall’orrore e dalla cronaca.

Il sacrificio del cervo sacro si ricollega, soprattutto nel titolo, al mito di Ifigenia (vedi anche la tragedia di Euripide, Ifigenia in Aulide), la figlia prediletta di Agamennone (quello dell’Iliade), che finisce sull’altare come vittima sacrificale per una sfida che il padre aveva osato lanciare ad Artemide. L’equivalente di Agamennone qui è Steven Murphy, cardiochirurgo stimato e di successo, con un passato di troppo alcol nascosto sotto il tappeto. Il vizio di bere lo ha portato a un errore, anni prima, che è costato la vita a un suo paziente. Da allora, Steven è diventato una specie di padre surrogato per il figlio della vittima, Martin. Quando introduce il ragazzo in casa sua, presentandolo alla moglie e ai figli Kim e Bob, qualcosa cambia nel loro rapporto e presto l’immagine della famiglia ideale inizia a mostrare tutte le sue imperfezioni.

Tutti i film di Lanthimos osservano i rapporti personali e familiari con la spietata scrupolosità di un’autopsia. Anche nei legami più profondi, sembra sostenere, prevale sempre l’egoismo, l’istinto di sopravvivenza, la difesa di sé. Dopo l’incontro con Martin, Bob si ammala, seguito dopo poco tempo da Kim. La moglie di Steven sembra destinata alla stessa sorte. Non si capiscono le cause, ma Martin sostiene di essere in qualche modo il responsabile.

Se il finale di The Lobster faceva capire che non esiste amore così grande da giustificare il sacrificio di sé, il nuovo film di Lanthimos pone Steven di fronte a una scelta diversa: quale delle persone amate sacrificare per salvare le altre. Non c’è solo il mito greco, c’è l’Antico Testamento di Abramo e Isacco  nella prova a cui Martin sottopone il cardiochirurgo. Il triplo agnello sacrificale è un fardello che pesa sulle spalle di Steven, incapace di accettare l’irrazionale e ostinato a rifugiarsi nella scienza per trovare una soluzione che non c’è.

Lanthimos mantiene il suo rigore formale per tutto il film, conservando il gelo di una messa in scena quasi asettica, immobile, in cui i personaggi dialogano senza muoversi, senza superare la linea del corpo per incontrare l’altro. È un mondo di distanza, come in tutti i film del regista greco, fatto di convenzioni che aspettano solo di essere scardinate dall’emergere della dimensione umana mossa dai suoi istinti più forti: la rabbia, la sopravvivenza, la paura. Se si osserva l’insieme dell’opera del regista greco sembra che lui e il co-sceneggiatore Efthymis Filippou portino avanti un discorso unico.

L’immobilità di Il sacrificio del cervo sacro si smuove solo quando arriva il momento della violenza, che sia quella delle parole di Martin – la scena degli spaghetti, inquietante quanto quella di Gummo che Lanthimos omaggia – o del tentativo di Steven di imporsi a pugni e colpi di fucile. Solo la forza primordiale rompe la gabbia della famiglia borghese.

A seconda dei punti di vista Il sacrificio del cervo sacro può essere liquidato come un film pretenzioso, arrogante e inutilmente manieristico, oppure come l’opera coerente di un autore che continua a porsi le stesse domande e a fornire sempre la stessa risposta, declinata in un modo nuovo. Stiamo dalla seconda parte.

Dopo  The Lobster, Lanthimos ha richiamato Colin Farrell, che sa perfettamente quello che deve fare per il greco, e gli ha affiancato  una Nicole Kidman tornata ormai all’eccellenza di inizio 2000. La coppia aveva già funzionato molto bene in L’inganno di Sofia Coppola, ma a rubare la scena è il giovane Barry Keoghan (Martin).

Dovrà stare attento, nel suo futuro, Yorgos Lanthimos a non finire prigioniero di se stesso e del suo cinema. Il prossimo film, The Favorite, il primo senza il cosceneggiatore Filippou, sembra mostrare, almeno dal trailer, una strada nuova.

 

(Il sacrificio del cervo sacro, di Yorgos Lanthimos, 2017, drammatico, 109’)

 

  • condividi:

LA CRITICA

Yorgos Lanthimos si conferma come uno degli autori più interessanti del cinema del nuovo millennio. Ha una visione dell’umanità che si conferma con Il sacrificio del cervo sacro, ma il confine tra indagine umana e pura e semplice provocazione rischia di farsi troppo sottile.

VOTO

7/10

Comments

News

effe

“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

Archivio