Cercando il proprio posto nel mondo

Federica Tuzi, “Più veloce dell’ombra”

di / 27 agosto 2018

Chiunque sia alla ricerca di un classico happy ending non può certo trovarlo in Più veloce dell’ombra (Fandango, 2018), il nuovo romanzo di Federica Tuzi, già vincitrice del Premio John Fante con Non ci lasceremo mai: qui, al contrario, è possibile trovare il senso autentico di un riscatto di una preadolescente che cerca il suo posto nel mondo. Ed è cercando questo posto che Alessandra, la protagonista del libro, compie un percorso di formazione e di riscoperta del valore di sé, che all’inizio sembra quasi non esistere.

Siamo nella Torino anni Ottanta, in un quartiere residenziale definito Mattel per una intuibile vicinanza al mondo delle villette di Barbie: i passatempi preferiti sono l’aerobica, la ricerca di un abbigliamento griffato, l’ostentazione di un benessere oltre misura, la perfezione estetica. Alessandra ha undici anni e due genitori; Magnum – come Magum P.I – e Kelly che sono allineati col mondo patinato in cui vivono e che, essendo bellissimi e perfetti, devoti all’immagine e alla forma, desidererebbero una figlia che con con quella toccata loro in sorte non c’entra nulla. Alessandra è grassottella, adora mangiare, sua nonna è il suo unico punto di riferimento, non si adegua alla moda paninara e rifugge dai cliché ai quali la sua famiglia è invece asservita.

I suoi sogni sono invece quelli di una ragazzina diversa dai coetanei: «Se il genio della lampada mi avesse chiesto di esprimere tre desideri, avrei detto: E.T (quello vero, non di peluche), una tavoletta di cioccolata che se la mordi si ricrea all’infinito, un flipper». E poi i sentimenti, dolci e incomprensibili, come quello provato – e descritto con abilità stilistica semplice e profonda dall’autrice – per Elena, una ragazzina più grande, con i capelli biondo cenere come le principesse delle favole, la grazia dei movimenti, l’aria intelligente. Una specie di sollievo anche solo pensarla, quando il mondo intorno diventa troppo spietato: infatti a scuola Alessandra è costantemente presa in giro per i suoi tic, il suo aspetto esteriore, la sua salopette. Alessandra è una diversa con cui si entra subito in empatia: perché la sua quotidianità ci porta inevitabilmente a pensare ai gruppi di appartenenza, che si trasformano a seconda dell’ambiente famigliare e della sua cultura e alla sfida che dobbiamo ingaggiare con noi stessi per essere appunto individui liberi, con le nostre caratteristiche.

La stessa cosa vale per i modelli maschile e femminile e per chi vorrebbe indirizzare le scelte più intime: non a caso Alessandra si chiede «cosa avevo che non andava?» quando si sente rifiutata da Elena e non sa gestire quel suo primo forte interesse per una coetanea dello stesso sesso. Sua madre inoltre non riesce a parlare davvero con lei: è più preoccupata di fissarle un appuntamento alla Weight Watchers, «un posto orribile con luci al neon e poster di modelle appesi alle pareti». Alessandra è una pura: questo si capisce, quando pagina dopo pagina, descrive il mondo esteriore e quello interiore. Ha dei valori, è ironica, intelligente e quando arriva Frida, un cagnolino determinato come lei, la narrazione prende un altro ritmo e la protagonista acquista una nuova sicurezza.

Fino a una specie di rito di iniziazione: aggirarsi alla stazione di Porta Nuova dove incontra Detlef, un piccolo outsider col quale baratta la sua giacca alla moda per una molto più vecchia, e instaura un’amicizia con Dario, compagno di banco brillante col quale dà avvio ad un album di figurine con mille curiosità sul mondo animale.

La Tuzi sa strappare molti sorrisi al lettore, ma sa anche trasmettere l’amarezza e l’angoscia di non sentirsi capiti, in una preadolescenza in cui la voglia di essere accettati e amati per come si è si infrange con sciocche presunzioni di “normalità”. Ma alla fine, Alessandra impara a guardare oltre e a trovare se stessa.

 

(Federica Tuzi, Più veloce dell’ombra, Fandango Libri, 2018, pp. 254, € 17.00)
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LA CRITICA

Sorrisi e amarezza all’ingresso dell’adolescenza. L’inizio di un percorso in cui si impara a guardare al di là delle cose.

 

VOTO

7/10

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