«Lo sguardo è spietato, ma il cuore gli batte forte in gola»

La fortuna italiana di Dezső Kosztolányi

di / 8 ottobre 2018

«Lo sguardo è spietato, ma il cuore gli batte forte in gola» Con queste parole Gábor Halász, uno dei migliori saggisti ungheresi fra le due guerre, disegnò il ritratto del poeta, scrittore, giornalista e traduttore ungherese Dezső Kosztolányi (1885-1936), suo contemporaneo. Kosztolányi era con ogni probabilità l’intellettuale più versatile nell’Ungheria del ventesimo secolo. Alcune sue opere accompagnano gli ungheresi da decenni; suoi versi ricorrono nelle conversazioni quotidiane almeno da tre generazioni e i protagonisti dei suoi romanzi, in particolare la domestica Anna Édes del romanzo omonimo, sono figure familiari e comuni punti di riferimento in Ungheria.

Ho avuto il privilegio di co-tradurre, con Mónika Szilágyi, Anna Édes per la casa editrice Anfora, e con l’occasione ho rispolverato le mie reminiscenze scolastiche. Avendo frequentato le scuole in Ungheria mi cullavo nell’illusione di conoscere bene l’autore, invece ho avuto solo la conferma che la storia della letteratura è una disciplina scientifica come le altre, soggetta a continue nuove scoperte e elaborazioni, al punto che grazie a fonti divenute accessibili di recente, il volume appena uscito in Ungheria della ricercatrice Zsuzsanna Arany (dal titolo che in italiano suona come Vita di Dezső Kosztolányi) rettifica anche le monografie uscite pochi anni or sono.

Essendo stato Kosztolányi testimone della prima guerra mondiale, della breve parentesi comunista del 1919, del trattato di Trianon, e in punto di morte anche del nazismo nascente, la sua figura e le sue opere, la sua stessa persona, venivano interpretate, valutate e rimodellate secondo la politica dominante del momento. In particolare la Repubblica dei soviet e il trattato di Trianon determinarono la vita e la creazione artistica di Kosztolányi – e ovviamente di tutti i suoi contemporanei – e la conoscenza di questi fatti storici è imprescindibile per potersi avvicinare a tutta la produzione letteraria ungherese dell’ultimo secolo.

Kosztolányi era una pietra miliare della poetica ungherese ed era anche un narratore di prim’ordine. «Una sfrenatezza tenuta a freno» diceva della sua opera Aladár Schöpflin, il grande critico letterario di “Nyugat”, “Occidente” in italiano, la rivista letteraria e il movimento culturale più incisivi del Novecento ungherese. L’autore nasce nel 1885 in una famiglia borghese a Szabadka, oggi Subotica nella regione autonoma in parte magiarofona della Voivodina in Serbia. Frequenta filosofia all’università di Budapest, che però abbandona per il giornalismo. Residente della Budapest mitteleuropea effervescente e bohémienne, esordisce nel 1907 con una raccolta di poesie, e nell’anno seguente diventa collaboratore stabile di “Nyugat”, appena nata, che molti anni dopo ospiterà a puntate qualcuno dei suoi romanzi, come era consuetudine dell’epoca, prima della pubblicazione sotto forma di libro. Pubblica altri tre volumi di poesie e nel 1913 sposa Ilona Harmos, attrice e scrittrice, in seguito anche sua biografa, nonché madre del loro unico figlio. L’anno delle nozze coincide con l’uscita di un’antologia di traduzioni di poeti stranieri che lo immortala anche nei panni di traduttore di straordinario talento.

Fortemente influenzato dagli eventi storici occorsi fra il 1918 e il 1921, quali la tragica fine della prima guerra mondiale, le rivoluzioni, le controrivoluzioni, l’epidemia di spagnola e la dissoluzione della Monarchia, negli anni Venti scrive cinque romanzi che segnalano il culmine della sua arte di prosatore, ben nota anche grazie a numerosi racconti. Nel 1930 viene eletto a primo presidente del Pen Club ungherese, quindi acquisisce autorità indiscussa anche a livello internazionale. Nel 1933 cambia ancora: abbandona il romanzo per un ciclo di novelle con un unico protagonista, Kornél Esti, «veicolo per superare di slancio i crepacci del tempo», lo definisce Bruno Ventavoli. L’ultimo racconto, apparso l’anno prima della morte dell’autore per cancro, si intitola profeticamente La fine del mondo, ed è il suo «giudizio universale sulle rive del Danubio blu». La definizione è ancora di Ventavoli, il primo traduttore in italiano di Kornél Esti.

La prosa di Kosztolányi ha colori inquieti, i personaggi prendono vita con poche pennellate tratte con mano sicura. Percepiamo ogni fremito, ogni pulsione dei suoi personaggi, è il risultato della tecnica adottata che vede l’alternarsi fra studio analitico a macchie impressioniste, per produrre una narrazione avvolta in atmosfere misteriose. E Kosztolányi sa mantenere l’attenzione desta anche laddove altri scrittori annoierebbero a morte i lettori.

Sono disponibili in traduzione italiana, qualcuno persino in più edizioni, tutti i titoli di prosa di Kosztolányi tranne L’aquilone d’oro (titolo originale: Aranysárkány), che però fortunatamente è in corso di traduzione per le Edizioni Anfora. In alcune biblioteche è reperibile ancora il volume di sue poesie in traduzione italiana a cura di Guglielmo Capacchi per Guanda, del 1970; altre poesie di Kosztolányi in italiano fanno parte di antologie nelle traduzioni dei migliori magiaristi degli ultimi decenni.

La prima opera in prosa di Kosztolányi è il romanzo breve Il medico incapace (titolo originale A rossz orvos), del 1921, tradotto in italiano nel 2009 da Roberto Ruspanti per l’editore Rubbettino, edizione arricchita anche di poesie tradotte sempre da Ruspanti. In Il medico incapace, in poche pagine troviamo già anticipati alcuni temi e le atmosfere dei romanzi che renderanno immortale il prosatore Kosztolányi. È la storia di un matrimonio felice che con la nascita e la malattia del figlio si trasforma in incomunicabilità, egoismo, indifferenza, lutto, e infine in rimpianto.

Segue in ordine cronologico Nerone il poeta sanguinario (titolo originale Néró a véres költő) uscito in ungherese nel 1921, in italiano per la prima volta nel 1933 tradotto da Antonio Widmar, con prefazione di Thomas Mann, e ripubblicato da Elliot nel 2014 nella traduzione di Silvio De Massimi. Questo romanzo storico ripercorre la vita di Nerone, imperatore controvoglia che non riesce a realizzare l’ambizione più grande della sua vita: quella di diventare poeta sinceramente acclamato. Nerone si rivela invece un uomo emotivamente fragile, schiavo della sua corte corrotta e divorato dal senso d’inferiorità nei confronti del fratellastro Britannico, poeta di talento.

Allodola (titolo originale Pacsirta), del 1924, è disponibile nella traduzione italiana di Matteo Masini, pubblicata nel 2000 da Sellerio. Ambientato in una immaginaria città di provincia della pianura magiara, questo bellissimo romanzo parla dell’ipocrisia, causa di un dramma familiare, ed è un atto d’accusa del vuoto esistenziale della piccola nobiltà di provincia.

L’indagine della vita di provincia prosegue in L’aquilone d’oro (titolo originale Aranysárkány) del 1925, che vedrà la luce in Italia nella traduzione di Alexandra Foresto per i tipi delle Edizioni Anfora, e che racconta la tragedia di un professore spinto al suicidio dal provincialismo intriso di odio meschino; un delitto che resterà impunito.

Anna Édes (titolo originale Édes Anna) del 1926, finora ha avuto tre edizioni italiane: nel 1937, nella traduzione di Ilia Stux e Franco Redaelli per Baldini e Castoldi, nel 2014 per Anfora nella traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, di cui l’edizione riveduta, quindi la terza in Italia, con la postfazione di Antonella Cilento, è uscita pochi mesi fa.

«Nel tumultuoso periodo del primo dopoguerra ungherese, tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un tranquillo quartiere di Budapest, una famiglia borghese e benestante assume una giovane cameriera, Anna. Il quotidiano sembrerebbe procedere sereno se non fosse che lentamente la dura condizione di serva corrode l’animo docile e benevolente della ragazza, che si trova persino sedotta e abbandonata da un membro della famiglia. Per i padroni il culmine sarà inatteso e disgraziato». Così recita il risvolto, e come tutti i risvolti dei romanzi di Kosztolányi non può che essere un’idea di massima della ricchezza dei contenuti.

L’ultima grande opera di Kosztolányi è il ciclo autobiografico di novelle Kornél Esti (titolo originale Esti Kornél) pubblicato nel 1933 e in Italia edito in parte da e/o nel 1990 nella traduzione di Bruno Ventavoli, poi in traduzione integrale da Mimesis nel 2012 a cura di Alexandra Foresto , con la postfazione di Péter Esterházy, uno dei più grandi scrittori ungheresi contemporanei. «Viva il frammento! – grida Esti. La letteratura ungherese raggiunge la prosa del XX secolo con Kornél Esti. Kosztolányi è più radicale di Szerb o Márai, ma è radicale in maniera amichevole, ed è “filolettore” proprio come costoro» sono le preziose parole di Esterházy, che parla anche del rapporto fra Esti e la capitale ungherese: «Kornél Esti è un cosmopolita e un cittadino appassionato di Budapest; possiamo leggere meravigliose descrizioni e confessioni su Budapest, questa città in Kosztolányi è almeno tanto misteriosa, magica, piena di fascino ed eccitante, quanto lo è l’Italia in Antal Szerb».

Con diciassette opere portate sul grande e piccolo schermo, Kosztolányi è fra le muse più feconde del cinema ungherese. La versione cinematografica di Anna Édes del 1958, nella regia di Zoltán Fábri, è uno dei film più noti nella storia della filmografia ungherese.

Anche le ultime, conclusive parole sono della postfazione già più volte menzionata di Esterházy: «Il lettore italiano ha conosciuto Sándor Márai e solo ora Kosztolányi; a noi ungheresi, invece, è accaduto esattamente l’inverso; è dall’angolazione di Kosztolányi che guardiamo alla letteratura ungherese del ventesimo secolo. Tutti stanno un po’ nella sua ombra, e anche quelli che non ci stanno vorrebbero starci».

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