I bambini nella notte sociale

“Bambini” di Matteo Meschiari

di / 16 ottobre 2018

«Che ne sarà dei nostri figli buttati nella prossima notte sociale, fatta di nuove intolleranze e nuovi fascismi, nel futuro imminente dei crolli ambientali e dei deserti? […] Una società che regala un futuro puramente simbolico ai propri figli mentre di fatto sta lasciando loro in eredità un mondo di risorse esaurite, ambienti compromessi, povertà endemica, ineguaglianza sociale, radicalismo etnico-religioso, populismo totalitario, analfabetismo emotivo, ignoranza». Bambini, il nuovo libro di Matteo Meschiari (Armillaria, 2018), ha del categorico, del perentorio.

Non ci accorgiamo purtroppo che tutto è politico e che tutti fanno politica, ogni giorno, quasi sempre senza averne cognizione. Anche il percorso che porta alla nascita di un bambino, perfino i periodi del concepimento e della gravidanza, del parto e dello svezzamento, quindi, sono intrinsecamente politici. Ogni bambino, nascendo, irrompe in una società che non gli dischiude, come potrebbe sembrare, il grado zero della vita, non gli dà cioè tutte le possibilità esistenziali che dovrebbe conoscere.

I neonati non sono piccoli uomini da indottrinare. «Egoisti, asociali, amorali» e ancora «muti, rumorosi, sporchi, irrazionali», non sono solamente creature amorevoli o doni del cielo. Meschiari vuole decostruire gli stereotipi che vogliono i bambini come una metonimia imperfetta degli adulti. Siccome nascendo portano disordine e creano un potenziale eversivo in un determinato orizzonte culturale, i membri della società reagiscono imponendo loro un’educazione più o meno conforme a quella del pensiero dominante. Tale potenziale eversivo, rivoluzionario e creativo insieme, sta proprio negli interstizi che si aprono durante il passaggio dalla natura alla cultura, dall’animalità biologica del bambino alla sua vita sociale.

Come avviene in La lettera rubata di Poe, dove la soluzione all’enigma è quella più semplice, a cui nessuno pensa, «per distogliere l’attenzione dalla carica eversiva del bambino basta metterlo in primo piano». Abbiamo così tutto un universo che ruota attorno al bambino, in cui viviamo senza lo straniamento, il distanziamento necessario per capire che questi è al cuore dell’agire biopolitico.

«Sono adulto quindi sei piccolo, sono tuo padre quindi taci». Chi contesterebbe l’autorità paterna? Chi riuscirebbe a immaginare il bambino in sé, senza immaginarlo come un piccolo uomo?

Il bambino oggi viene deresponsabilizzato, è inoperoso, socialmente subordinato ai genitori, economicamente improduttivo. La sua è insomma un’identità diminuita, compromessa dalle ingerenze della famiglia e della società.

Attraverso le sue domande, retoriche o vere, Meschiari cerca di destare il nostro senso critico e ci induce a ripensare la dialettica asimmetrica tra padri (anche simbolici) e figli. In una società strutturalmente patriarcale, le narrazioni sulla nascita vengono strumentalizzate e le madri non vivono liberamente nessuno dei momenti fondanti della propria maternità. «Molto di rado ci si imbatte in un’analisi politica seria perché la questione del corpo madre-bambino è stata sdoganata come un problema di salute e non come un problema di potere, quale invece è».

Le ambiguità e le contraddizioni, le difficoltà del percorso che porta una donna a partorire, sia legate al corpo che all’immaginario, vengono infatti nullificate, sacrificate ai bisogni sociali. Le madri stesse, eterodirette anche dopo la nascita, perpetuano certi rituali lesivi per il loro rapporto con il bambino, ormai educate da una tradizione incancrenita e da una società connivente a un determinato sistema chiuso di relazioni madre-figlio. La donna viene alienata da sé stessa e dal suo bambino ed è proprio per questo che bisognerebbe ragionare a fondo oltre le forme più ortodosse di educazione, perché anche e soprattutto il bambino dovrebbe imparare altro rispetto a ciò che gli viene convenzionalmente insegnato, senza coercizioni: liberamente.

«La prima strategia di controllo non è quella che induce una separazione tra cittadino e straniero, tra uomo e donna, tra ricchi e poveri, tra vecchi e giovani […] la prima e più importante cesura è quella tra madre e figlio, perché fonda il vero taglio su cui operare ogni taglio futuro. Non una separazione ideologica ma carnale, emotiva, e un’abitudine all’assenza sentimentale dell’altro come paradigma di autonomia e autosufficienza».

 

 

(Matteo Meschiari, Bambini, Armillaria, 2018, 100 pp., € 10.00)
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LA CRITICA

Un libro che fa riflettere a fondo su cosa rappresentano i bambini anziché su cosa vogliamo che rappresentino. Bisognerebbe ragionare su come la politica plasma le madri e i bambini e pensare che per loro esistono altre possibilità.

VOTO

8/10

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