Cada il velo: a cosa serve la filosofia?

Tony Brewer, “Non so di non sapere. Revisioni semiserie alla filosofia”

di / 19 ottobre 2018

A cosa serve la filosofia? A niente, direbbe qualunque studente di liceo, probabilmente ignorando che perfino Pitagora la pensava allo stesso modo: era fermamente convinto, infatti, che i filosofi fossero creature incapaci di fare e di agire, lusingate solo dal fascino dell’inutilità delle cose superflue. A fargli eco, oggi, è Tony Brewer nel suo Non so di non sapere. Revisioni semiserie alla filosofia (effequ, 2018): poco più di 150 pagine (inclusa una delle più oneste e complete bibliografie mai scritte), in cui le aporie del pensiero vengono analizzate con dissacrante ironia, proprio da chi la filosofia la insegna ogni giorno.

Ed è esattamente nelle scuole, sostiene Brewer, che vengono raccontate le bugie più crudeli: la filosofia non ci aiuta a ragionare, o perlomeno non lo fa più delle altre materie scolastiche, o di tutto ciò che impariamo spontaneamente nella nostra vita. La filosofia non è neppure una scienza rigorosa che ama circondarsi di razionalità: la strada del pensiero, infatti, è lastricata di incoerenze, imprecisioni e fragili certezze. E questo libro ne raccoglie molte: dagli stravaganti motti cartesiani, ai dialoghi surreali di Sant’Agostino, senza dimenticare le incomprensibili pagine di Hegel e Kierkegaard, su cui Brewer si sofferma con la giusta dose di irriverenza.

I filosofi talvolta sono individui effimeri, deboli, distratti. Basti pensare a Talete, caduto in un pozzo mentre pensava all’universo e per questo rimproverato di essere troppo interessato alle cose lontane per accorgersi di quelle vicine. O a Diogene, sulla cui morte esistono varie versioni, una più imbarazzante dell’altra; o a Marx, che dopo una notte di bevute, si mise a tirare pietre ai lampioni londinesi. Gli uomini raccontati da Brewer sono eterei e confusi, privi di senso pratico e a volte anche di logica; un po’ vigliacchi e sicuramente maschilisti, al punto da rendere necessario dedicare un intero capitolo al loro malsano rapporto con le donne. Il filosofo, contrariamente a quanto abbiamo sempre pensato, ragiona di rado, e la maggior parte del tempo si nutre di assiomi e verità mutuate dai suoi predecessori, dei quali, però, non esita a parlar male appena può.

Abbiamo allora amato un’idea della filosofia che non esiste? Abbiamo desiderato qualcosa che in realtà sfuggiva alla nostra comprensione? Si dice che l’amore sia solo un abile gioco di proiezioni, destinato a finire non appena smettiamo di trasferire parti di noi sull’Altro. Ebbene forse il ruolo di Brewer è proprio quello di risvegliarci dalla pericolosa illusione della passione, per mostrarci l’aspetto reale  del nostro amore. Ma allora a cosa serve la filosofia? Una possibile risposta potrebbe venire dal francese Gilles Deleuze, tanto caro a Michel Foucault: il senso della filosofia non sarebbe da ricercare nell’utilità pratica, né tantomeno nel dogmatismo di matrice accademica, bensì nella sua capacità di diffondere le idee, radicandole con forza nella mente umana e rivestendole di affettività. Il filosofo è perciò una creatura libera dal peso del tempo e della Storia, che indugia sui dettagli, sui particolari nascosti e non visti, per svelarli al mondo e trasformarli in idee capaci di essere comprese razionalmente, e soprattutto emotivamente.

 

 

(Tony Brewer, Non so di non sapere. Revisioni semiserie alla filosofia, effequ, 2018, 168 pp., € 12.00)
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LA CRITICA

Poco più di 160 pagine, compresa una delle più oneste e complete bibliografie mai scritte, in cui le aporie del pensiero vengono analizzate con dissacrante ironia, proprio da chi la filosofia la insegna ogni giorno.

VOTO

8/10

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