Figura metamorfica che apre l’avventura infinita dell’immaginario: la sirena

Intervista ad Agnese Grieco, autrice di “Atlante delle sirene. Viaggio sentimentale tra le creature che ci incantano da millenni”

di / 22 ottobre 2018

La necessità di questo affascinante volume: Atlante delle sirene. Viaggio sentimentale tra le creature che ci incantano da millenni (il Saggiatore, 2017) nasce dall’intuizione della sua autrice, Agnese Grieco, che reputa il discorso intorno alla figura metamorfica per eccellenza – la sirena – oggi di estrema attualità e insieme, paradossalmente, di sconcertante solitudine. Attuale in quanto presenza ineludibile fortemente radicata nell’immaginario collettivo; isolata perché frammentata in scomposte rappresentazioni di sé, alcune volte agli antipodi l’una con l’altra e trascinate alla deriva del casuale. Da qui allora il libro come viaggio in cui ogni capitolo è un’isola, «un lavoro di montaggio che si nutre del piacere di giustapporre voci immagini testi, di metterli a confronto, di farli dialogare, di contaminarli, se mai», tessendo e ritessendo un fil rouge che unisca intelletto ed emozioni nell’ascolto di questa variegata molteplicità.

Voce dell’alterità, spazio del desiderio, seducente incarnazione del male quanto, all’opposto, figura zoologica esclusa dall’universo del fantastico, Grieco ci mostra anzitutto come quella delle sirene sia la storia millenaria di un’ambiguità irrisolta, della contrapposizione – o piuttosto compresenza – di due principali significati antitetici che se ne contendono la legittimità: da una parte il mito, la favola, la leggenda, l’oscuro incantamento, la porta che si apre su una realtà immaginifica, con la sua non insincera e tuttavia impossibile promessa di totalità. Dall’altra il logos razionale che, soprattutto a partire dalla Geografia fisica di Kant (1807), spiana la strada al dibattito che da lì in poi ne farà concreto oggetto di speculazione scientifica. Sirena non più dunque come forza perturbante ambivalente e pericolosa, quanto piuttosto semplice animale, abbaglio dei poeti in cui l’incredibile e il meraviglioso viene ricondotto dal pensiero moderno al mondo circoscritto della storia e del possibile. Nondimeno, questa lettura interpretativa non si affermerà mai in una sintesi capace di sovrapporsi all’altra, eclissandola.

Infatti, seppure nella successiva Dialettica dell’illuminismo (1947) di Horkheimer e Adorno la detronizzazione dei miti e il trionfo della logica prendono definitivamente le distanze dalle sirene come potenze dell’inquietudine e dell’altro da sé, proponendo Ulisse quale modello di razionalità intenzionale, non riescono a scalzarne del tutto la magia e l’eco dell’ipnotica voce. Perché, di fatto, l’eroe di Omero si fa legare all’albero maestro ma vuole disperatamente ascoltarne il canto, rifiutando di tapparsi le orecchie con la cera, proprio per l’interiore consapevolezza di non essere in grado di resistervi, allo stesso modo di come non sappiamo sfuggirvi noi oggi, ancora e sempre attratti irrefrenabilmente dal rimbalzare, nelle più svariate forme della modernità – libri, film, fumetti, fiction televisive, canzoni, spettacoli teatrali, performance artistiche – dell’oscuro magnetismo di quel richiamo ancestrale.

Inattuabile insomma una perfetta quadratura del cerchio, una selezione rigorosa che delegittimi uno dei due punti di vista a favore dell’altro. Le sirene continuano a tutt’oggi nell’inalterata dicotomia del porsi ad uno stesso tempo dentro e fuori di noi, vivendo sia come interrogativo esistenziale, richiamo dal profondo, tensione del trascendente, tanto quanto fenomeno naturale spiegabile con gli strumenti della scienza, perciò in sostanza riconducibile ad una visione della realtà tangibile e antropocentrica, come già dal 1842 si era andata affermando a New York, nell’imponente edificio del Barnum’s American Museum, una sorta di modernissimo incrocio tra circo dei freak, zoo tradizionale e gabinetto delle cere, dove all’avida curiosità della folla di spettatori era offerto l’incredibile spettacolo di un’autentica mummia di sirena.

Istituzione capitalistica e democratica nel segno di un’educazione progressista delle masse (naturalmente secondo l’idea che se ne aveva all’epoca) il circo Barnum unisce uno sguardo positivista, scientifico sulle anomalie della natura e le più varie stravaganze etnologiche, all’interesse viscerale dimostrato dall’oceanico afflusso di pubblico per la realtà irreale, il confine tra umano e non, il fantastico e il meraviglioso che continuano a sfuggire alle strette maglie dell’interpretazione razionale, ponendosi come inspiegabile alterità rispetto al mondo della storia e alle sue leggi.

A questo proposito, seguendo la mappatura delle pagine dell’Atlante ritroviamo la sirena, nel Doktor Faustus di Thomas Mann (1947) riportata alla sua origine di creatura mostruosa e immaginifica, antica figura eretica, ambigua, demoniaca e insieme naturale, assetata tanto di piaceri fini a se stessi quanto, forse, di salvezza e tensione spirituale, ad un medesimo tempo incarnazione e chiave di una possibile spiegazione del mondo. Lei, Grieco, ci ricorda anche come, nelle varie interpretazioni teatrali dell’Ondina di Jean Giraudoux che si sono svolte nella seconda metà del Novecento, la sirena desideri ardentemente un’anima, eppure tema il passaggio dalla dimensione universale del suo essere una creatura senza senso di colpa, innocentemente crudele, all’imperfetta condizione di diventare un vero essere umano, cioè di avere coscienza del peccato senza però riuscire ad affrancarsene. Rispetto a ciò oggi, nel ventunesimo secolo, in cui l’invadenza della scienza e della tecnica fanno addirittura parlare di fine dell’umanesimo, se e in quale modo lei crede che la natura multipla e contraddittoria della sirena possa continuare a porci l’interrogativo per cui l’anima sia davvero desiderabile?

Tra gli altri è Oscar Wilde a raccontarci come l’anima non sia di per sé garanzia di bontà, redenzione e capacità di amare. Al contrario. La sua sirena innamorata del pescatore è sincera e fedele, l’anima del pescatore invece è in qualche modo coinvolta, se non decisamente corrotta, dai valori del mondo. L’amore e la dedizione sirenica per l’altro sfuggono sempre alle regole sociali, ad un’etica addomesticata, alle codificazioni dei rapporti, quindi anche alle declinazioni convenzionali della dialettica di maschile e femminile (vedi la regola matrimoniale) tanto quanto il classico ritmo della seduzione. La sirena/ondina mette in crisi l’identità sociale, e di potere, del rapporto di desiderio; ne incarna gli aspetti oscuri, trascendenti, erotici e al tempo stesso sapienziali. Apre l’avventura infinita dell’immaginario e la discesa negli abissi interiori. Ce lo racconta perfino Cicerone, che difende con passione l’immagine della sirena. La Chiesa, invece, non ha mai amato le sirene, salvo abbellire poi le pareti della casa di Dio con armoniose donne pesce ornamentali. Ne ha fatto delle meretrici o addirittura le ha rese figura del pensiero eretico. E si tratta di quella stessa Chiesa che, salvo discorsi teologici alternativi e radicali come il verbo di Francesco, non ha avuto mai un rapporto facile con l’animale. Col che arriviamo a toccare un nodo decisamente interessante. Tanto che nel mio Atlante comincio il viaggio partendo da un testo inquietante come L’iguana di Anna Maria Ortese.

La sirena, priva d’anima, a partire dal suo passato mitologico, viene a interrogarci di nuovo sul nostro rapporto con l’animale e la natura tutta. Lei fa se mai parte dell’anima del mondo. È figura che testimonia contro il principio di individuazione. Attenzione, però: questo non significa che la sirena semplicemente si opponga alla scienza. Questa sarebbe una conclusione banale. Nessuna traccia di oscurantismo pesa sulle ben modellate spalle delle sirene. Anzi, nel mio libro mi diverto a raccontare come, nello sviluppo della cosiddetta visione moderna del mondo, la sirena stia alla fine dalla parte giusta: ossia collabori attivamente, sotto forma di esperimento mentale e oggetto di osservazione scientifica, alla costruzione delle teorie evoluzioniste. Nel suo fungere da particolare specchio, nel suo dialogare con gli scienziati e gli esploratori del nuovo mondo, rivela come queste teorie siano costrutti umani faticosamente raggiunti. Ironico paradosso, per una creatura che vive dell’immaginario. I nomi che ha lasciato nelle tassonomie zoologiche o le immagini che ha regalato a bestiari “scientifici” medioevali o più tardi trattati di anatomia, sono polvere di stelle, doni di una creatura di un altro mondo. Scientismo e tecnologia non sono in grado di uccidere le sirene, del resto non sanno dove cercarle davvero. Piuttosto è stata proprio un’arte altamente tecnologica come il cinema che le ha accolte a braccia aperte.

Infatti nel mondo contemporaneo l’iconografia della sirena ha trovato ampio spazio nell’industria dell’intrattenimento riservata ai bambini, sia pure spesso in direzione di un’interpretazione censoria e rassicurante. Ad esempio – rispetto al finale amaro della versione originale della celeberrima favola La sirenetta di Andersen (1837), in cui la protagonista muore e per conquistare l’anima e la conseguente immortalità deve vagare sulla terra per trecento anni compiendo azioni buone – lei Grieco osserva come, centocinquant’anni dopo, la versione cinematografica in disegni animati della Disney (1990) vi sostituisca un happy end con il principe innamorato che si ricongiunge alla Sirenetta, che riacquista addirittura la voce. Non si può negare quanto questo stravolgimento di senso, almeno a giudicare dallo straordinario successo di botteghino, sia uno specchio dei tempi. A tal proposito in che misura e in quale direzione negli ultimi vent’anni, dal duemila in poi, si è andato evolvendo il rapporto tra la figura della sirena e l’immaginario collettivo, soprattutto tra i più giovani?

La versione che Disney dà della fiaba di Andersen è estremamente interessante, proprio per gli “stravolgimenti” drammaturgici che opera. Non va inoltre dimenticato che esiste un’ampia e controversa lettura femminista e queer di questo cartone animato, dichiaratamente “per bambini”. È del resto un peccato che Sophia Coppola, alla fine, non abbia girato la sua versione cinematografica della fiaba di Andersen, come era in programma. Date le premesse, si poteva pensare ad una lettura che avrebbe fatto discutere. Ad ogni modo, come accennavo prima, nel cinema la sirena è entrata fin dall’inizio dalla porta principale. Nessuno l’ha giudicata o sottoposta a censura, al contrario, in quanto freak particolarmente bello e seduttivo si è aggiudicata subito un posto d’onore. E non è certo un caso che spesso si sia trattato di commedie, raffinate o meno.

A questo livello le sirene veicolano con leggerezza un messaggio di inclusione dell’altro, di accettazione del diverso. Messaggio potente e necessario. Oggi più che mai. Innamorarsi di una sirena significa sempre uscire dalla ristretta definizione del proprio sé. Significa mettere in crisi sicurezze condivise. Vedendo certe sirene al cinema mi sembra di risentire in lontananza la frase con cui Billy Wilder conclude il suo geniale A qualcuno piace caldo: «Nessuno è perfetto». E mi piace pensare che sia soprattutto questo, e non la banalizzazione delle sirene vittime di fake news o usate nella pubblicità dei più diversi prodotti, il messaggio con cui le sirene facciano breccia nell’immaginario dei più giovani. La sirena mette in crisi le identità forti. È transgender, non ha nazionalità, non è banalmente femminista, non è mai ideologica, piuttosto è metamorfica e non crede ai confini.

La sirena è per antonomasia figura di limes, e la sua disamina in quanto mera curiosità naturale sottratta all’orizzonte del mito e alle pagine dei poeti – in sostanza divenuta nel tempo prosaico e concreto oggetto d’osservazione scientifica – come lei osserva non può non portare alla conseguenza di indagare il confine preciso tra animale e uomo, situata com’è sullo scivoloso crinale che separa le creature zoomorfe dall’essere umano, con tutte le implicazioni etiche, filosofiche e religiose del caso. Oggi che il limite tra ogni categoria di giudizio è più che mai incerto e fluttuante, e ad esempio la stessa distinzione tra i sessi sfuma i suoi contorni in cerca di nuove e più confacenti definizioni, secondo lei la metamorfica sirena in bilico tra elementi e generi può rappresentare lo specchio di questa ricerca, oppure la sua stessa inafferrabilità la pone maggiormente come angelo, demone o bizzarria, cioè a dire creatura asessuata?

Diciamo che nelle menti poetiche, nei testi, nei quadri, così come nel mistero quotidiano della voce e nel canto, il confine tra animale e uomo, o meglio natura e umano è da sempre fluido, poroso, indefinito. Nel mio testo mi fermo ampiamente ad indagare e descrivere da vari punti di vista la qualità della voce delle sirene, secondo quanto narrato in testi classici e moderni. Già nell’uso degli aggettivi il confine tra i regni scompare, la voce della sirena è voce naturale, non specificatamente umana. Nel capitolo Nascoste in palcoscenico scrivo: «Inumanità, sovrumanità di ogni canto. Il suono della voce. Suono, canto, che si forma nella gola, nell’organo fonetico. Dentro di noi. Canto naturale. Corporeo. Corde vocali, laringe, faringe, glottide, lingua, palato, labbra, polmoni. Il corpo tutto. Corde vocali come ance naturali, tessuti, mucose. Respiro. Diaframma. Il paesaggio del nostro corpo sonoro. L’orecchio conchiglia. La voce ci riconduce al corpo, ci guida dentro di esso. È giovane, invecchia. Nel corpo si arrochisce, schiarisce. E la voce attraversa il mondo naturale. Con le sue di voci. Il canto riporta comunque al corpo e alla natura. E la natura al canto». Con questa descrizione, e con il suo ritmo, vorrei portare chi legge a percepire il superamento dei confini tra regni. Il corpo è natura e nella dimensione della voce e della musica, così centrale nella figura della sirena, la natura emerge potentemente come corpo vivente e sonoro.

Date tali premesse credo sia chiaro che la ricerca di una definizione univoca di genere sessuale, per la sirena, non sia un problema centrale nel mio Atlante. Il femminile sirenico non va comunque appiattito sul genere sessuale femminile. Per gli antichi greci esistevano del resto anche sirene maschio. Il mondo di Afrodite non è il migliore paesaggio per garantire la sopravvivenza delle sirene. Mai donne materne in senso tradizionale, mai donne/spose a costruire famiglie e dinastie. Asessuale, ermafroditico, gay, transgender, il corpo sirenico è da sempre cangiante terreno di coltura per l’immaginario. Le sirene sono state mostri teratomorfi simili alle arpie, alate creature con viso di fanciulla, contemporaneamente lasciano l’etere e il cielo per vivere nell’acqua da donne/pesce. La sessualizzazione della sirena è uno degli sguardi possibili (maschile?). Una delle sue narrazioni. Nemmeno la più interessante. Magritte si diverte a provocare in questo senso: la sua famosa sirena boccheggiante sulla spiaggia ha gambe e pube di ragazza e testa di branzino.

Fin dalla più remota antichità le sirene, pur prive di anima e di coscienza, vengono associate con il loro canto a messaggere dei misteri e del sapere di un mondo altro, quello infero, il cui oscuro accesso e tutti i suoi segreti sono preclusi ai vivi. Nondimeno, lungo il corso dei secoli l’iconografia tradizionale le ha spesso rappresentate con uno specchio in mano, nell’atto di guardarvi la propria immagine riflessa, come ad esempio ritroviamo nel bellissimo Salterio di Luttrell del XIV secolo oggi conservato al Paul Getty Museum di Los Angeles. Ma al di là della più facile interpretazione di ciò come vanità o immagine illusoria, inganno e tradimento, sappiamo che lo specchio – dal latino speculum – nel suo significato primigenio è strumento di riflessione ovvero appunto speculazione, considerazione attenta, pensiero. Dunque, una volta di più, sirene come millenarie custodi di una forma di saggezza e conoscenza. In questo senso di che tipo di sapienza crede siano in grado di essere testimoni nella nostra contemporaneità, qual è il messaggio che possono trasmetterci e di cui noi oggi abbiamo più bisogno?

Non si tratta di offrire messaggi ma di indicare un cammino, un modo di leggere, ascoltare, guardare il mondo dentro e fuori di sé. Direi che bisogna coscientemente lasciare da parte la ricerca della verità come possesso e concentrarsi sulla vitalità della metamorfosi, sulla variazione del tema che è continua approssimazione al culmine. Dico coscientemente perché senza l’amore lucido per le cose, per gli oggetti, le opere, è pericoloso affrontare i terreni della metamorfosi. La sirena è la figura resistente di un altrove, di un’ombra che sempre ci accompagna. Lasciando la voce alla poetessa americana Mary Oliver vorrei citare i versi che concludono il suo testo Oche selvatiche:

Chiunque tu sia, non importa quanto solo ti senta,

il mondo si offre alla tua immaginazione,

ti chiama come le oche selvatiche stridenti ed eccitanti-

annunciando ripetutamente il tuo posto

nella famiglia delle cose.

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