Kurt Vile, la carne e le ossa

Bottle It In, l’ultimo album dell’ex The War on Drugs

di / 24 ottobre 2018

Kurt Vile vive ancora a Philadelphia, in un casa di pietra a pochi passi dal Wissahickon Valley Park – area naturale  di circa 1.800 acri. È all’adolescenza a Philly che Kurt deve la passione per il bluegrass e il banjo, al pari di quella, maturata negli stessi anni, per il timbro e la chitarra alla Stephen Malkmus. Questo è quanto basta anticipare per una premessa a Bottle It In, lungo settimo lavoro solista dell’ex The War on Drugs.

A volo d’uccello sui tredici brani che compongono Bottle It In, c’è da riconoscere da subito che “Bassackwards” è sicuramente il momento più compiuto dell’album, nonché primo singolo estratto.  Formalmente cugina di “Thinking Of A Place”, traccia composta dall’ex socio Adam Granduciel in A Deeper Understanding, le si oppone nella sostanza: non è volontà di creazione o di comprensione profonda del reale, ma semplice (perché informale e subitanea) reazione al mondo e agli eventi. Dieci minuti di uno psichedelico folk-rock a descrizione di uno stato mentale totalmente in balia del suo momento ricettivo.
La sensazione del puro rapporto umano-natura si percepisce in tutto il lavoro di Vile. La vita viene riportata come un’esperienza diretta con la prossimità, segnata solamente dal susseguirsi climatico delle stagioni, e in cui la connessione globale (ma anche nazionale) non ha trasformato la trama locale. “Come Again”, dove il bluegrass primeggia sull’indie-rock, conferma  l’impressione:  «Autumn come and winter go / Then spring sprayed all over, all we know  / Then summer come in raging, brought my blood right to a boil / But even the heat too turned around and went / But it was a long one».
Una corporeità presente anche nei versi composti sulle ritmiche alt-blues di “Skinny Mini”, canzone strutturata come una panacea di sensazioni che restituiscono il primo e comune livello della manifestazione amorosa ( «She’s a skinny little, scrappy little, wild talking, all good, always means well, baby girl, dandelion, flower child / All substance, no jive talkin’, fast walkin’, girl babe / You might wanna, roll her up in a ball / And eat her in a sandwich»).

L’immediatezza percettiva va facilmente di pari passo con la forma del flusso di coscienza. Così come era stato Waking on a Pretty Daze nel 2013 e …b’lieve I’m going down nel 2015, anche Bottle It In si regge sul filo rosso del non-concettualismo a favore della spontaneità esperienziale. Le canzoni di Vile restano, deliberatamente o no, fuor di metafora: il parallelismo tra esterno e interno, tra stagioni e sentimenti, ha più a che fare con la meteoropatia che con la costruzione semantica di un’immagine. Ed è, al pari del suo opposto, una modalità poetica dalle enormi potenzialità. Incastrandosi inevitabilmente con un’ipersensibilità nei confronti del mondo reale, compare il sentimento e prende forma la poesia. La capacità lirica di Vile emerge ancora in parallelo al suo gusto compositivo  che, sebbene abbia poco a che vedere con l’allungo avanguardista, resta in grado di rifondare accuratamente la comfort zone del pattern alt-country rock alla Neil Young.

Il ricorso all’indie rock / alt-country  (“One Trick Ponies”, con le sue armonie corali alla The Byrds, ne rappresenta uno degli esempi più lampanti) appare dunque un irrinunciabile strumento performativo. Costantemente tentato dal blues, ma senza esserne mai realmente imbottigliato,  l’album  sottende la tipica immotivata serenità della vita in campagna, derivata unicamente dalla sinergia dei ritmi vitali. È così in “Rolling With the Flow”, dall’impianto testuale classicamente dixie  («So, I keep on rollin’ with the flow / I ain’t ever growin’ old / If I keep on rollin’ with the flow») e dall’architettura sonora tipicamente vileiana, ma anche  nella più rock “Check Baby”, organizzata dalla chitarra elettrica, dalla batteria e dalle distorsioni elettroniche.

Musicalmente parlando, è chiara l’eredità lasciata dal’indie-rock alla Sonic Youth, esplicitata ulteriormente dalla collaborazione di Kim Gordon al progetto. Ma ugualmente chiaro è il marchio di fabbrica che Kurt Vile ha saputo costruire e confermare nel corso di tutto il percorso solista da Smoke Ring For My Halo, passando per “it’s a big world out there (and I’m scared)”, fino a Bottle It In, un marchio distintivo che molto deve alla cultura grunge del rifiuto e a quella country della rappacificazione.

 

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LA CRITICA

Dopo solo un anno dalla collaborazione con Curtney Barnett, Kurt Vile pubblica il suo settimo album solista totalmente in linea con i precedenti. La sua comfort zone fatta di alt-country, folk psichedelico e indie-rock, si conferma e matura definitivamente in Bottle It In.

VOTO

7,5/10

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