John Grant e la persistenza del synth

“Love is Magic”, l'ultimo album dell'ex The Czars

di / 31 ottobre 2018

Il 2010 è stato illuminato da quella perla rarissima che è Queen of Denmark, prima opera solista dell’ex The Czars, John Grant: seguito ideologico di un’altra opera totemica, ma precedente di qualche anno, The Trials of Van Occupanther dei Midlake, ne prende in qualche modo l’eredità andando a smussarne ogni spigolosità rock, facendone un capolavoro pop. La voce profonda, piena di grazia e toccante del cantante americano esplodeva in composizioni melodiche struggenti, dove veniva cantata la sofferenza, l’amore, il disagio, la difficoltà assurda nell’accettare la diversità di ciò che è altro da sé. Dopo altri due album, Pale Green Ghosts e Grey Tickles, Black Pressure, il ritorno in questo fine 2018 con Love Is Magic.

Da Queen of Denmark in poi, Grant ha insistito fortemente sull’uso massiccio dei synth, spostando il fuoco dalla purezza melodica (per esempio “Caramel”) verso quel misto di glam-subindustrial che oramai è la sua impronta sulla musica di oggi. Spesso la sensazione che trasmette il John Grant post-Queen of Denmark è quella di un volontario soffocamento della bellezza melodica (che a primo impatto fa gridare allo scandalo), impigliata in ritmiche ossessive e quasi monotone che, poi – qui l’enormità del suo genio –, fanno da contraltare a ghirigori armonici e melodici che attingono dagli insegnamenti dei Queen (basti pensare a “Grey Tickets, Black Pressure” o alla nuova “Love Is Magic”).

Bisogna infatti provare a scostarsi dall’idea che John Grant ci ha dato di sé con Queen Of Denmark per riuscire a capire cosa è John Grant oggi, perché in ogni album si percepisce il fantasma del suo album di debutto: in una melodia, nella scelta di un passaggio da maggiore a minore, nella struggente inclinazione che prende la sua voce. Non è da biasimare chi vorrebbe che certa pesantezza data dall’elettronica, da quei synth ingombranti, fosse presa e spazzata via. Queen of Denmark è John Grant ma contemporaneamente non lo è.

La sua ricerca è inserita in un modo nuovo di fare cantautorato. St.Vincent con Masseduction e Bon Iver con 22, A Million. Tutti e tre cercano oggi di declinare il cantautorato verso un nuovo tipo di cantautorato. Non è cantautorato in quanto tale, non è rock, non è pop, non è rap. È qualcosa in divenire e che prenderà forma grazie a loro. Pionieri in un epoca in cui ci si ferma sempre prima, si rischia poco, si cerca di trovare appigli sicuri.

Love Is Magic rientra in quest’ottica, nonostante – paradosso – si allacci più a Queen of Denmark rispetto ai suoi nuovi predecessori. Forse, rispetto a tutto quello che è venuto prima, Love Is Magic è l’album in cui John Grant è stato meno in grado di proporre le sue anime: quella reazionaria di Queen of Denmark e quella progressista di Gray Tickles, Black Pressure. O meglio: le presenta, ma non sempre nella loro versione migliore.

Love Is Magic, nonostante sia pieno di brani preziosi (“Metamorphosis”, “Love Is Magic”, “Smug Cunt”, “Is He Strange”su tutti), sembra non avere il coraggio dei due precedenti, ma neanche quella bellezza intrinseca di Queen of Denmark.

Non è un passo indietro, è la difficoltà con cui devono confrontarsi i grandi: opere precedenti difficilmente superabili.

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LA CRITICA

Giunto al quarto album da solista, John Grant continua sulla linea di un nuovo modo di intendere il cantautorato. Costruito con synth e impianti post-melodici, Love is Magic non definisce ancora totalmente le intenzioni dell’autore.

VOTO

6,5/10

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