La fine delle religioni

Hervé Clerc, “A Dio per la parete nord”

di / 6 novembre 2018

La vita è sempre avvelenata dal dolore. E dal desiderio, che si nutre di forme inattese, tortuose, talvolta oscure. Esso ci appare come una forza inarrestabile, se non fosse per un particolare: il desiderio è un potere maldestro, incerto, troppo fragile per governare le vite degli uomini. Eppure non smettiamo di desiderare: cose, persone, vite altrui, momenti passati, futuri immaginari, dimenticando che il prezzo da pagare è solo la sofferenza. «C’è un limite al dolore», scriveva in alcuni versi Ennio Flaiano. Ed è esattamente in quel limite che cerchiamo Dio. Lo abbiamo trovato a lungo nelle profezie, nelle liturgie, nelle religioni, nelle parola scritta, nelle immagini tramandate da secoli, dimenticandoci che Dio si è sempre nascosto anche altrove.

A spiegarci dove, è Hervé Clerc nel suo A Dio per la parete nord (Adelphi, 2018). Amico di Carrère, questo giornalista di “France Presse”, scrisse nel 2011 un libro per spiegare il buddismo ai profani d’Occidente, il cui titolo conteneva già la risposta agli interrogativi del mondo, Le cose come sono (pubblicato in Italia sempre da Adelphi). Clerc non si definisce né ateo né credente, piuttosto un osservatore attento degli eventi, per comprenderne meglio la forma. E quindi la sostanza. Le cose sono come sono, la realtà è ciò che è: non possiamo cambiare nulla, forse solo noi stessi. Eppure restiamo ciechi e incatenati all’interno della nostra caverna, come ci insegna Platone da secoli, incapaci di guardare. La via per la conoscenza è crudele e aspra, quanto la parete nord di una montagna, ma Clerc sembra scalarla con naturalezza, a volte persino con ingenuità, inciampando apparentemente per caso nell’islam, nel buddismo, nell’induismo e nella filosofia occidentale, senza dimenticare esperienze personali e momenti intimi.

Dio è morto, ci aveva detto Nietzsche, e Clerc non sembra di parere diverso. Per superare il più grande dei lutti occorre accettarlo, elaborarlo e poi volgere lo sguardo altrove: è vero che siamo rimasti orfani di un dio umano, con il volto uguale al nostro, ma possiamo sempre rifugiarci tra le braccia di quel dio che l’Oriente ha già accolto, quello infinito e totale, senza mani né occhi, che risiede ovunque, anche in noi stessi. Perdere un padre significa ritrovarlo dentro di sé: ce lo insegna la religione, la psicoanalisi e probabilmente anche il buonsenso. Forse siamo cresciuti e non abbiamo più bisogno di abbracci paternalistici o di giganti della montagna a cui mostrarci,  ma di fare i conti con ciò che alberga nella nostra anima, per la prima volta davvero sola. La perdita di un genitore è sempre straziante e sostituirne l’ombra non è mai facile. Clerc ci accompagna con fare rassicurante nell’Occidente fatto di confessionali vuoti e di banchi di legno duri e scomodi, dimostrandoci che la nostra paura è in realtà la nostra unica consolazione.

Dio non ha più la forma di un uomo, ma quella dell’infinito che prima si insinua ovunque, per poi ritornare a sé: non è un caso che nelle religioni orientali c’è uno stato spirituale chiamato “il reale”, in cui esiste una coincidenza perfetta tra dio e l’uomo, tra chi è al di sopra e chi vaga su questa terra nel dolore.

Viviamo nel migliore dei mondi possibili, come diceva Leibniz? O nel peggiore, come sosteneva Nietzsche? Viviamo in un’eterna illusione, come ci raccontano gli induisti? Nessuno ha torto, perché questo, in fondo, è l’unico mondo possibile. «Il mondo è uno. Noi però lo vediamo pieno di differenze», scrive Clerc, che con una ragionevole dose di saggezza occidentale, analizza uno dei testi sacri dell’India, in cui si afferma che chi raggiunge l’unità sconfiggerà la morte: «Non so se sia vero, ma ho voluto verificare». Ebbene, uno dei tanti meriti di questo libro, scritto con accattivante limpidezza, è quello di scovare dio e le inquietudini umane ovunque abbiano lasciato una traccia, più o meno evidente, più o meno comprensibile. E di farlo senza pregiudizi razionalistici e senza vuote ingenuità.

 

 

(Hervé Clerc, A Dio per la parete nord, Adelphi, 2018, pp. 286, € 15.00)
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LA CRITICA

La via per la conoscenza è crudele e aspra, quanto la parete nord di una montagna, ma Clerc sembra scalarla con naturalezza, a volte persino con ingenuità, inciampando apparentemente per caso nell’islam, nel buddismo, nell’induismo e nella filosofia occidentale, senza dimenticare esperienze personali e momenti di rara intimità.

VOTO

9,5/10

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“effe – Periodico di altra narratività” numero otto

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