Al culmine della stanchezza

“Emil Cioran. Itinerari di una vita” tra coscienza e negazione

di / 9 novembre 2018

Copertina di Emil Cioran Itinerari di una vita

In questa recente pubblicazione curata da Antonio Di Gennaro, il lettore appassionato di Cioran troverà un resoconto esaustivo e ben documentato della vita di questo controverso intellettuale, portato alla ribalta in Italia grazie alla pubblicazione delle sue opere e di alcuni epistolari. Ma non solo, anche chi non avesse mai avuto occasione di scoprire o approfondire il suo pensiero, troverà in Emil Cioran. Itinerari di una vita (Mimesis, 2018) un’utile guida alla lettura, un percorso tematico e non solo strettamente biografico che lo aiuterà a orientarsi nell’ampia produzione dell’autore.

Non volendomi soffermare troppo sulle vicende strettamente biografiche di Emil Cioran, soprattutto quelle relative alla sua “fanatica” giovinezza, credo sia comunque utile individuare il fattore che ha innescato tutto un filone di pensieri e di riflessioni, che trovano la loro collocazione non già in un sistema di principi astratti, ma in una condizione di spirito autenticamente vissuta: l’episodio dell’insonnia, tra i più emblematici della biografia del pensatore rumeno.

Avendo sperimentato, o meglio subìto sulla propria pelle, gli effetti di un flusso ininterrotto della veglia, della coscienza deprivata dell’intermittenza del sonno, Cioran si ritrovò spinto ai confini di una lucida disperazione priva di qualsiasi appiglio, filosofia compresa: «È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia» – e catapultato allo stesso tempo nel clima arido di una negazione estrema dell’esistenza, che caratterizzerà in maniera costante tutti i suoi scritti.

Ha ragione, dunque, Gabriel Liiceanu, quando afferma che: «L’opera prende le mosse da questa attitudine negativa verso l’esistenza, dal male prescritto, che realizziamo per il semplice fatto di essere nati».

Questa tensione negativa, ben lontana dall’essere espressa in una posa intellettualistica o in una “maniera” di essere e di pensare, costituisce, insieme alla sua caratteristica lucidità, il centro di irradiazione di tutta la vita e il pensiero di Cioran. Essa non trova valvole di sfogo se non nella scrittura, dove può quasi totalmente esprimersi, senza tuttavia esaurirsi. Il destino di tale tensione costante, infatti, potrà solo attenuarsi: ogni libro è per Cioran una sorta di dilazione, ma il termine di questo reiterato processo non si risolve in qualcosa di estremo come il suicidio o di scontato come la morte, bensì nella quasi naturale e fisiologica stanchezza dell’autore: egli non si libera della sua tara, le cede quasi per sfinimento.

Riferendosi al concetto di scrittura come terapia, infatti, egli afferma: «Non sono guarito, sono solo stanco […]». E più avanti: «Ho cominciato ad avvertire una certa stanchezza, un disgusto per l’espressione […]». Parole che rievocano quelle già espresse nel 1949, in una delle sue opere più incisive, il Sommario di decomposizione: «A vent’anni ci si scaglia contro il cielo e il lerciume che esso copre; poi ci si stanca».

Cioran ha tenuto in ostaggio la sua esistenza entro un recinto di riflessioni e fulcri tematici in cui argomenti quali la morte, la sofferenza ontologica della condizione umana, l’inanità di ogni sforzo legato all’intento di redimerla, si ripropongono e si richiamano ciclicamente nel corso della sua opera, più o meno stilizzati, ritratti ora sopra l’abisso di una condanna irrevocabile, ora sotto il velo di una sferzante ironia, ma sempre proiettati in un raggio di radicale lucidità. Egli accede così a una condizione esistenziale che, seppur marcatamente soggettivistica, riflette gli stati d’animo della civiltà occidentale, a cui non resta, dopo aver oramai dissipato ed esaurito le proprie “riserve di assoluto”, che guardarsi spietatamente allo specchio prima di capitolare definitivamente.

Perfino nell’ultima intervista riportata in questo libro di Gabriel Liiceanu, nelle parole di Cioran vi è come una lontananza dalla vita comunemente intesa nel suo susseguirsi di eventi causali, a partire da quello capitale dell’«inconveniente di essere nati», e il lettore si sente così trascinato a tratti in un colloquio esistenziale con se stesso e con Dio, nonostante le domande dell’interlocutore siano spesso tutt’altro che metafisiche e mirate piuttosto a porre in evidenza eventuali discordanze tra la vita e il pensiero.

Accolto in passato dalla stampa italiana con epiteti quali: «Cavaliere del malumore» o «Grande apocalittico» – quasi che il lettore neofita si sentisse istintivamente indotto a volgari gesti di scongiuro prima di accingersi ad aprire un suo libro – a Cioran è stato erroneamente attribuito un nimbo di tristezza e angoscia di vivere, di visione cupa e monocolore che non lascerebbe scampo, laddove invece anche i più disgraziati della terra e tutti gli apolidi e gli sradicati dell’esistenza, più o meno acculturati, si sentirebbero compresi e troverebbero un po’ di ristoro nella salutare desolazione del suo corroborante scetticismo, un po’ di pace in seno alla sua “saggezza pestilenziale”: terrore mortale di ogni ideale storico e umano.

Sottraendosi a ogni definizione e avversando ogni ruolo che a mano a mano hanno tentato indebitamente di accollargli, Cioran, alla domanda: «Lei è dunque un nichilista?», affermando di non essere «nulla», restituisce al nichilismo la sua irriducibilità e alla disillusione il suo valore positivo di affermazione della vita così come nudamente si dà, priva del carico di un senso ingombrante ma soprattutto libera dall’assillo di pesanti aspettative.

 

(Gabriel Liiceanu, Emil Cioran. Itinerari di una vita, a cura di Antonio Di Gennaro, Mimesis, 2018, pp. 154, euro 15)
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LA CRITICA

L’opera ripercorre  gli eventi più significativi della vita di Cioran, ed è arricchita  da un apparato di foto, documenti e note curati nel dettaglio. Nell’insieme l’autore riesce a restituirci un’immagine completa dell’intellettuale rumeno.

VOTO

8/10

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