Il sogno e l’ignoto del teatro

“Moby Dick – Prove per un dramma in due atti” di Orson Welles

di / 31 gennaio 2019

Copertina Moby Dick Welles

I libri di ItaloSvevo sono oggetti preziosi, curati nei minimi dettagli, volumetti che hanno il sapore di unicità e che rimandano a un’editoria d’altri tempi. Come particolari sono le scelte della casa editrice, che stampa di volta in volta testi mirati, eppure di grande valore, meritevoli di essere proposti e valorizzati, in controtendenza con il marasma di pubblicazioni anonime o rivedibili dell’editoria odierna. Particolarità e valore che di certo non si possono non attribuire all’ultimo volume edito, una riscrittura teatrale di Moby Dick a opera di Orson Welles. Che Welles sia grande uomo di teatro – che abbia mosso in quel campo i primi passi, trasportando poi il magnetismo del palcoscenico sul grande schermo – è cosa risaputa, così come non stupisce che il successo cinematografico non abbiano affievolito la pratica di Welles nella scrittura teatrale.

La riscrittura di Moby Dick in un dramma in due atti non è una mera trasposizione, ma ci troviamo di fronte a una vera e propria rielaborazione. Welles rimodula la prosa dal sapore epico di Melville in una partitura ricca di lirismo, che non ha paura di confrontarsi con i tempi in cui l’opera è andata in scena. Siamo nel 1955, e Moby Dick – Prove per un dramma in due atti va in scena a Londra, l’autore accarezza l’idea di trasformarla in un prodotto per il grande schermo. Da questo contesto Welles tira fuori un testo che dice molto di Melville, ma ancora di più di Welles. La vicenda si svolge durante le prove di una compagnia teatrale, gli attori stanno provando il Re Lear di Shakespeare, subentra l’Impresario, colui che propone di mettere in scena il capolavoro di Melville. Gli attori si accingono svogliati ad abbozzare qualche scena, con costumi abborracciati, definendo a braccio le parti, colluttando il Moby Dick con le battute dello spettacolo di Shakespeare. A fare da perno dell’azione è proprio quell’Impresario che recita la parte di Achab, e che lentamente si lascia prendere dalla follia del personaggio.

La follia è una tematica shakespeariana che Welles conosce bene, da grande artista lascia che l’ombra dell’autore seicentesco si allunghi su Melville. Lo scopo di Welles è molteplice: da una parte vuole riflettere sul significato della caccia alla Balena, dando la personale interpretazione di sfida all’ignoto; dall’altra vuole indicare il palcoscenico come spazio vuoto in cui il sogno può prendere vita, l’immaginazione e il desiderio possono incarnarsi nella Balena. Questo meccanismo di immedesimazione – gli attori che si lasciano prendere dal testo che stanno recitando – riflette il processo di immedesimazione che inizia quando si apre il sipario: gli spettatori a confronto con l’evidenza del teatro. È questo il senso ultimo verso cui verte l’opera di Welles: indagare la catarsi dell’arte, mostrare la potenza del mito che affascina fino a divenire realtà concreta, abbattendo – nel momento della narrazione, della riproduzione o della ricostruzione di una storia – la divisione fra vita e finzione. Che si tratti delle assi del palcoscenico o che sia invece la sala di proiezione poco importa: è l’affabulazione a rendere irresistibile l’attrazione dell’occhio verso le figure sulla scena.

Nelle mani di Welles la storia di Melville viene smembrata e ricomposta, ridotta a pochi episodi che ne mostrano il carattere iconico, ne risulta disvelato il carattere di viaggio rituale dell’intera vicenda. Un ritualismo che è quello della relazione fra spettatore e arte, fra soggetto che guarda e oggetto della rappresentazione. Ci troviamo fra le mani lo scontro fra due autori, la personale lettura dell’ignoto di un grande artista che ripensa l’opera di un suo pari, in questo confronto si avverte il magnetismo di due poli in dialogo e conflitto, fra riappropriazioni, fraintendimenti, passaggi a vuoto che vogliono rimanere tali, folgoranti illuminazioni. Anche Welles, riscrivendo un mito moderno, caccia la sua balena: nella ricerca si lascia dietro una scia di versi e intuizioni che non possiamo fare a meno di seguire.

(Orson Welles, Moby Dick – Prove per un dramma in due atti, trad. di Marco Rossari, ItaloSvevo, 116 pagine, 13,50 euro)
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LA CRITICA

L’incontro fra due grandi autori attraverso la rielaborazione di un mito moderno, una congiuntura che non può lasciare indifferenti.

VOTO

9/10

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