Ricordare non è da tutti

Douglas Anthony Cooper, “Amnesia”

di / 18 febbraio 2019

Copertina di Amnesia di Cooper

Offresi lettura altamente addensata, con livelli di comprensione molteplici, significati spesso oscuri, condita di elevati riferimenti storico-poetici e dotata di trama refrattaria alla sintesi. Astenersi perditempo, è ovvio. Così, in un aguzzo perimetro da annuncio, potremmo incorniciare Amnesia, primo romanzo di Douglas Anthony Cooper già pubblicato da Fanucci nel 2000 e resuscitato nel 2018 per i tipi di D editore, con la traduzione di Sara Inga.

Ripetiamolo, non c’è niente di immediatamente accessibile nel gomitolo di quasi trecento pagine di quest’autore canadese trapiantato a Roma. Giornalista, scrittore, reporter, occhio ingordo, raccoglitore e intagliatore di immagini, curatore di progetti artistici e architetto di visioni. Insomma, una miscela perturbante, tutta confluita nell’alluvione narrativa chiamata Amnesia, che come già puntualizzato, non ama farsi imbrigliare nel guinzaglio di un riassunto.

Ma è meglio descrivere qualche breve arredo, ci permetterà di orientarci nei suoi organi. Stanze complesse, dove l’aria si fa ipnotica e l’uscita ingannevole. Izzy, un uomo sciatto, sfollato nei suoi abiti consunti, piomba nell’ufficio di un anonimo archivista, che in quel momento non sta nemmeno lavorando. È lì e non dovrebbe esserci. È lì e dovrebbe sposarsi, nel giro ottuso di quattro ore. Eppure l’archivista ascolta, eppure resta, sotto la doccia pluviale delle sue parole. Ha da dire Izzy, e molto. E dal racconto scrosciano spine, sintagmi della sua vita familiare: un fratello, Aaron, che s’ingegna per creare; un altro, Josh, che rievoca ciò che è scomparso. Uno è il complemento dell’altro: chi ricorda e chi dimentica.

Entrambi necessari per riuscire a sopravvivere. Ma quando Josh, colui che custodisce il passato, muore all’improvviso, il baricentro si scardina. L’equilibrio collettivo si sgrana come polvere. Quel senso comune di atmosfere e contrappesi smarrisce se stesso e la casa brucia, marcisce e implode sul suo evolvere impossibile. Senza un cimelio condiviso, il tempo può solo seppellire.

Così Izzy continua ad allagare quell’uomo e quelle mura con altri brani della storia. Tanto intima da farsi maiuscola. Il suo incontro con Katie, ragazza affetta da disturbi psichici che erodono velocemente la facoltà di rammentare qualunque cosa, di trattenere in quella scatola nera che è la mente conchiglie, ritagli, orli dei giorni grondati. Katie non sa più che lei e Izzy sono stati amanti, quella traccia è evaporata e non ha più ricordi per poterla salvare. Lo stesso Izzy non ha clemenza nelle tasche per quel peccato. E non la perdona. L’Amnesia è crudele, deve esserci chiaro.

Lui per primo è tarlato da quanto viene perduto. Cerca riparo, la sua tettoia sono i libri.

«Tutte queste storie si stanno nutrendo della mia vita e stanno frammentando l’integrità della mia voce. Mi sento che racconto le storie di altra gente come se fossero le mie, e sono certo che ci siano persone là fuori che conosco a malapena, che raccontano la mia. Sono ridotto a un crocevia di racconti rubati, così come le mie storie, che sono state rubate, che vengono alimentate da una bocca estranea e crescono in orecchie di estranei». Tutta la tortuosa struttura dell’opera vibra sul filo cangiante della memoria.

A volte appuntito, altre elettrificato, di vetro o d’acciaio. Pronto a recidersi o a strangolare. Memoria come mappa delle nostre r-esistenze. Averla o disgregarla decide della propria sorte. Del turgore delle vertebre.

La vicenda si schiude con una frase di Freud, da lui stesso più tardi contestata: «La mente è come una città». Più che altro un labirinto. Un dedalo furioso, d’ingressi tremuli e quartieri di quiete apparente. Esattamente come questo romanzo. Ben lontano dall’essere per tutti. Una massa pulsante di suggestioni e distorsioni. Non si fa in tempo ad addentrarsi in un distretto che una mano vorace ci strappa del selciato, portandoci altrove. Dal poeta greco Simonide ad esempio, nome di spicco assieme a Pindaro della lirica corale. Di lui si narra che oltre a forgiare versi sia stato il primo a brevettare una tecnica di memoria legata alla fissazione di elementi visivi. Una creatura ibrida, librata nel limbo tra Storia e leggenda. In grado di trascinare cose e persone. All’emozione e alla caduta. In grado di ricordare volti sbriciolati come terra. Di edificare e di distruggere, appunto.

L’intero DNA di Amnesia è un mosaico fittissimo sulla memoria, sulla stessa capacità/missione della letteratura e dell’arte di inventare solo trovando qualcosa che già c’era. Che aspettava un’anima destinata a ripescarlo. Proprio Cooper lo afferma in un passaggio: «Compresi che gli uomini creativi, gli uomini dall’immaginazione potente, come Artaud e Bataille, non sempre di limitano alla finzione. Questi uomini, se sono molto dotati, possono scrivere le loro strazianti e scorrevoli pagine nella carne delle nazioni».

La memoria spezza il sonno e l’incoscienza. Ci tiene svegli, ci tiene in piedi. Sconta i nostri delitti più delle ossa. Romanzi recenti come L’isola dei senza memoria di Yoko Ogawa e Il confine dell’oblio di Sergej Lebedev sono l’ennesima conferma editoriale di quanto ancora se ne debba parlare, come abitanti di noi stessi e di una comunità. Che ci governa con più forza, pare, solo quando non si tocca. E galleggia sotto la scorza di uno schermo. Ricordare e non disperdere. A questo risponde il tanto sbandierato Giorno della Memoria, come se ne bastasse solo uno, per tutti gli orrori innominati che ancora non sappiamo, che dormono sporchi sotto i nostri cuscini. Per olocausti di mondi che rimarranno lontani e vittime a cui la Storia non ha mai concesso onore. Perciò i libri servono e serviranno sempre, anche quelli complicati e fuorvianti come Amnesia. Sono l’eterno presente che ci è consentito. Una porta sul già accaduto che continua ad accadere, nell’istante stesso in cui ci risorge dentro.

(Douglas Anthony Cooper, Amnesia, D Editore, 2018, € 14.90, pp. 338)
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LA CRITICA

Difficile, difficilissimo approcciarsi al testo di Cooper. Visionario, profetico, denso e spaesante. Un libro per pochi, un’opera stratificata sul valore della memoria che ci restituisce schegge folgoranti sul senso frastagliato della propria identità.

VOTO

7,5/10

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