L’uomo con la pipa

di / 7 marzo 2019

L'uomo con la pipa racconto inedito di Arianna Giancani

La svegliò l’eco di una canzone. Un istante dopo, un intreccio di suoni nasali attraversò la finestra a cavallo di una striscia di sole.
Futura si girò nel letto verso la finestra: centinaia di granelli di polvere turbinavano dentro quel laccio di luce; ballavano sulle note anestetiche della canzone che non riusciva a riconoscere.
Doveva alzarsi, farsi una doccia e correre al Palazzo dell’Arte per sbrigare le ultime cose prima dell’inizio della mostra e assicurarsi che ogni cosa fosse al suo posto. «Controllo sempre ogni dettaglio prima di un’esposizione. Dopotutto un’opera trascurata tace»: aveva risposto così alla giornalista che, qualche giorno prima, le aveva domandato come mai le sue installazioni parlassero. Respirò a fondo, pronta a sollevarsi dal letto, ma – mentre levava la testa dal cuscino – fu ipnotizzata dalla polvere che ancora ballava nell’aria gialla: con la sua danza, il pulviscolo sembrava suggerirle di arrendersi di nuovo al sonno. Fu solo il pensiero improvviso della mostra a svegliarla del tutto.
In quel momento suo maritò entrò in camera da letto: «Buongiorno» le disse mentre apriva la porta, poi, accorgendosi della musica che aleggiava fra la carta da parati, continuò: «Non pensavo che qualcuno ascoltasse ancora Eros Ramazzotti…»
«Ramazzotti! Ecco chi è!»
«Canta col naso, non puoi confonderti».
«Stavo ancora dormendo… non avevo capito fosse lui. Caffè?»
«È pronto ma sbrigati: sei l’ospite d’onore, il che significa che puoi tardare soltanto un po’», rispose Fabio strizzando l’occhio mentre tornava in salotto.
Dopo aver sentito il nome di Ramazzotti, le parole di quella canzone, ospiti indesiderati, le tornarono in mente. Non le era mai piaciuto, eppure conosceva buona parte dei testi che aveva scritto; sembrava che in passato le sue canzoni fossero state disperse nell’aria come pesticidi esposti alle orecchie innocenti della gente.
Futura sbadigliò fino alla cucina, dove l’accolse l’odore nervoso del caffè.
«Ha chiamato tuo padre, arriverà un po’ in ritardo ma ci sarà», annunciò Fabio con curata noncuranza.
Non appena ebbe ascoltato quelle parole, Futura si bloccò. La tazza del caffè che teneva fra le mani restò ferma in aria, sospesa fra il tavolo e il soffitto in un limbo di dubbi.
«Mio padre verrà alla mostra?»
Non aggiunse altro. Ogni parola, anche solo un apostrofo in più avrebbe potuto spezzare l’equilibrio di quella domanda.
«Sì», disse Fabio sorridendole e sospingendole la tazza del caffè verso le labbra.
«Ma mamma l’altro giorno mi ha detto che non si è ancora ripreso completamente. Deve riposare. “In via precauzionale”, così ha detto il medico».
«Sta’ tranquilla: se viene vuol dire che se la sente. Tua madre non gli avrebbe mai permesso di uscire di casa altrimenti. Vorrà dire che gli riserveremo l’unica poltrona che ci sarà. Perché non mettete più posti a sedere? La gente andrebbe via più tardi».
Futura non l’ascoltò. Suo padre non era mai stato a nessuna delle sue mostre, nemmeno alla prima; aveva sempre osservato il suo improvviso successo da lontano, con tranquillo distacco: sapere che oggi, invece, sarebbe venuto, la rese improvvisamente distratta, sospesa.
Dall’attimo esatto in cui suo marito le aveva dato quella notizia i suoi schemi certi si erano crepati, non era più sicura delle risposte e nemmeno delle domande. Nell’aria, adesso, c’era come un’interferenza alla realtà. Annusandola avvertì l’odore forte delle candele appena spente che si sente in chiesa. Come un avvertimento di cera.
«Vado a fare una doccia» fu l’unica cosa che riuscì a dire.
L’acqua pioveva dal soffione da quasi un quarto d’ora quando il tempo si riavvolse, riportando la mente di Futura a quando aveva venticinque anni.
Si trovava sul terrazzo della casa al mare, suo nonno sbucciava una montagnetta di fagiolini, sua nonna gli sedeva accanto canticchiando.
L’estate del 2006 correva lungo l’asfalto cotto dal caldo, scoppiava nelle vie ricurve di villini e buganvillee. Futura aveva un lavoro da psicologa davanti a sé. Alla fine dell’estate si sarebbe laureata e avrebbe iniziato la scuola per diventare psicoterapeuta; entro quattro anni avrebbe avuto l’autorizzazione a entrare nella testa delle persone, il permesso di provare a sbrogliare i loro nodi più stretti per poi stare a guardare.
Ma in quell’estate del 2006 non voleva pensare ad altro che alla sabbia e al mare.
Si sedette accanto a suo nonno e, lentamente, prese anche lei a decapitare uno a uno i fagiolini ascoltando il rumore muto delle teste mozzate che cadevano sul tavolo ritmicamente. Per un po’ si assopì nell’immagine delle mani consumate del nonno che liberavano i legumi dalla buccia: fu il suono distante di un’automobile a risvegliarla.
«Dov’è la mamma?», chiese accorgendosi in quel momento che non era in casa.
«È andata con tuo padre a prendere il pesce per domani sera, voleva essere sicura che non comprasse tutta la pescheria», rispose nonna Emma smettendo di canticchiare.
«Tanto non ci riuscirà: domani è Ferragosto, papà cucinerà così tanto che mangeremo avanzi fino a Natale», rispose Futura sorridendo. Suo nonno rise sotto i baffi, pregustando in silenzio la cena del giorno dopo.
«A proposito», continuò nonna Emma, «tuo padre mi ha raccomandato di dirti di non andare alla festa in spiaggia stasera: teme che farai tardi e che berrai troppo. Non vuole che tu domani sera sia uno zombie. Parole sue».
«Ho quasi ventisei anni, non può proibirmi di andare a una festa come se fossi una ragazzina!» Disse Futura scaraventando un fagiolino sul tavolo in legno.
«Non arrabbiarti, vuole solo essere certo di passare del tempo con te domani», rispose suo nonno sbucando all’improvviso da una bolla di silenzio.
«Ma noi passeremo del tempo insieme: ho già detto che ci sarò domani sera a cena. Solo che non ha niente a che fare con la festa. Stasera berrò e farò tardi, poi dormirò e domani ci sarò al cento per cento. Non ho più quindici anni», precisò infastidita Futura.
«Per tuo padre avrai quindici anni ancora per un po’, amore mio», sentenziò nonna Emma con scherzosa serietà.
Futura rispose con un breve silenzio, poi continuò: «Dico davvero nonna, non sono più una bambina: non posso rinunciare a una serata di festa solo perché mio padre non si fida di me».
«È proprio questo il punto Nica: dimostragli che si può fidare di te. Non andare stasera alla spiaggia», concluse suo nonno. E tutti e tre seppero che non c’era altro da dire.
Nonno Menico la chiamava Nica quando voleva prendersi tutta la sua attenzione, e anche quella volta ci era riuscito.
«È proprio questo il punto: dimostragli che si può fidare di te»: le ore passarono ma quella frase restò con Futura per tutto il pomeriggio. Perché glielo aveva detto? Cosa aveva a che fare una cosa preziosa come la fiducia con quello stupido divieto?
A volte aveva la sensazione che i genitori dicessero di no solo perché potevano farlo, che vietare, permettere, dare forma alla vita dei propri figli, fosse un gioco fatto con la rabbia di chi ormai è autorizzato a decidere. Ma non voleva che a decidere per lei fosse qualcuno che non era al corrente dei suoi desideri, dei suoi timori, delle sue tremende perplessità. Lei voleva scolpire la sua esistenza: in quell’estate dolce come una mora ancora non lo sapeva con chiarezza, ma già riusciva a sentirlo come si sente l’eco di una canzone, come aveva sentito quella mattina le parole dolciastre di Ramazzotti arrivare da lontano nella sua camera da letto.
Si fece tardi, sua madre e suo padre tornarono dalla pescheria curvati dal peso delle borse della spesa, guidarono fino in paese per ascoltare musica dal vivo seduti fra i lampioni gialli della sera, i suoi nonni si diedero la mano e andarono a dormire.
Futura doveva decidere se andare o meno alla festa in spiaggia.
In preda al desiderio crudo di disobbedire si era truccata e vestita come una diva, ma adesso se ne stava seduta sul letto a dondolarsi nell’incertezza. Era al centro esatto di un ingorgo di pensieri e ognuno di essi procedeva in direzione ostinata e contraria all’altro.

Ho venticinque anni, non può trattarmi come una quindicenne: se glielo lascerò fare si sentirà legittimato a farlo di nuovo, a scegliere per me. Se però qualcosa dovesse andare storto stasera, se dovessi tardare o addirittura fermarmi fuori a dormire, se domani fossi così stanca da non riuscire a bere e mangiare, a godermi la cena, gli dimostrerei di aver ragione: a quel punto mio padre farebbe bene a trattarmi come una ragazzina. Ma cosa può succedere? Una cosa non esclude l’altra – sei un’adulta ormai – stasera andrai alla festa, domani starai in famiglia. Per papà avrò quindici anni ancora per un po’. Perché nonno ha detto così? Cosa c’entra mai la fiducia con una festa? E poi papà non dovrebbe già fidarsi di me? Come faccio a fare la psicologa se non riesco a prendere una decisone così piccola, come posso pretendere di leggere gli altri se non so decifrare me stessa? Quando ho deciso di fare la psicologa? L’ho deciso io? Ho sonno. Non so se ho voglia di andare alla festa. Ma ho venticinque anni, non posso passare la serata in casa mentre fuori agosto esplode. E poi mi sono già vestita e truccata, il sonno si squaglierà dentro al primo mojito. Ma non dovrei andare solo per reazione, per disobbedire a papà. Non voglio dimostrargli qualcosa scegliendo di andarci, voglio solo essere libera di decidere cosa fare. Cosa voglio fare?

Futura trascorse quasi un’ora in mezzo a quella impasse e ne uscì soltanto per disperazione, spinta dall’impulso di non rimanere ferma, consapevole che il cambiamento è movimento.
Ma c’era qualcos’altro a muoverla: un istinto antico eppure nuovo, un filo leggero che la tirava verso la sabbia umida della spiaggia. Per la seconda volta in quella giornata era distratta, agiva come se avesse inserito il pilota automatico: la ragione dormiva, i sensi facevano di lei una floscia marionetta.
Guardò il vecchio orologio appeso alla parete: erano passate le undici da cinque minuti. La possibilità di perdere la festa – e dunque di affidare quella scelta ormai così importante al tempo – la fece sollevare dal letto come una molla: uscì di casa, si infilò in auto e meno di mezz’ora dopo aveva i piedi sprofondati nella sabbia e il primo mojito fra le mani. La festa fu la fotocopia di tutte le feste in spiaggia. L’estate colava da ogni bicchiere, decine di gambe abbronzate ballavano a un passo dall’acqua buia del mare; la musica trasformava ogni momento in un’istantanea poetica e un po’ patetica.
Col passare delle ore un desiderio mai sperimentato prima di solitudine crebbe in Futura: alle due e mezza il bisogno di stare da sola scintillava nella notte.
«Sei sicura di non volere un passaggio?», le chiese la sua amica Rachele preoccupata.
Futura si limitò a scuotere la testa, inducendo Rachele ad insistere: «Lascia qua la tua macchina, domani pomeriggio passerai a prenderla: almeno non devi tornare sola a quest’ora e dopo aver bevuto così tanto!»
«Non preoccuparti, sto bene. Prometto di scriverti appena arrivo a casa» rispose Futura, mettendo a tacere l’amica definitivamente.
Non appena Rachele si allontanò abbastanza, Futura espirò come se non l’avesse mai fatto prima: la solitudine, per la prima volta, era un sollievo. Se ne accorse e quella sensazione le piacque. Immediatamente dopo, il filo invisibile che la muoveva da qualche ora la fece cadere sulla sabbia bagnata, accasciata quasi fosse una bambola di pezza.
Lentamente si inginocchiò e cominciò a toccare la spiaggia fredda: sembrava argilla e, senza pensarci un secondo, prese a stringerla, impastarla e odorarla. La portò alla bocca quasi volesse mangiarla; non aveva idea di cosa farne, ma sapeva che aveva a che fare con la sua parte più autentica, che il suo spirito, la sua voce, erano fatti di quella sabbia odorosa di mare.
Un’ora e mezza dopo Futura aveva scolpito suo padre che fumava la pipa e la guardava con fare benevolo. Fissò quella scultura e prese a piangere e a ridere, le mani e le gambe completamente sporche di sabbia.
«Futura, esci dalla doccia, farai tardi davvero! Ha già chiamato il direttore della mostra!» Urlò Fabio dalla camera da letto.
Quando arrivarono al Palazzo dell’Arte le grandi stanze erano già piene di gente e bisbigli; Futura tagliò la folla col viso in ombra per l’imbarazzo. Poi però, più o meno a metà della seconda sala – mentre già vedeva il direttore agitare le mani in aria per intercettare la sua attenzione – incontrò il volto di suo padre e sollevò il viso.
«Come stai? Dovevi riposare, il dottore ha detto che è una precauzione».
«Sto bene, tranquilla».
Dopo quelle poche parole i loro dialoghi furono sorrisi, le loro frasi abbracci e docili pacche sulla schiena.

In fondo alla sala la statua d’argilla di suo padre che fuma la pipa, sul volto un sorriso benevolo.

 

Arianna Giancani è nata a Palermo nel 1983 ma si è trasferita giovanissima in provincia di Milano. Laureata in Giurisprudenza, si è occupata di Diritto penale. Ha pubblicato due romanzi: Il male minore (2015) e I morti di Amelia (2017), entrambi usciti per Edizioni Ensemble.

Editing del racconto a cura di Gabriele Sabatini.

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