Come pensano i tedeschi (e cosa ne pensano gli italiani)

“Lebst du bei den Bösen?” (“Vivi tra i cattivi?”) di Roberto Giardina

di / 9 marzo 2019

Copertina di Vivi tra i cattivi di Giardina

«Perché vivi tra i cattivi?», è questa la domanda che Francesca rivolge a suo nonno, il giornalista e corrispondente nato a Palermo, Roberto Giardina, che ha trascorso la maggior parte della sua vita in Germania. Giardina risponde non solo alla nipote, ma anche ai lettori, attraverso le 253 pagine del suo libro Lebst du bei den Bösen? Deutschland – meiner Enkelin erklärt (trad. Vivi tra i cattivi? La Germania spiegata a mia nipote) uscito nel 2017 in Germania per gli editori Launenweber di Colonia.

Ma da dove nasce questa domanda, la cui risposta necessita un intero libro? È il 24 Aprile 2008, la vigilia dell’anniversario della Liberazione. Un gruppo di alunni delle elementari ha appena appreso di non dover andare a scuola il giorno seguente. «Liberazione da cosa?», chiede Francesca. La liberazione italiana dai nazisti, dai cattivi tedeschi, è la risposta della sua insegnante. È allora grande lo shock della bambina quando realizza che suo nonno vive a Berlino, con i cattivi tedeschi come vicini di casa, come colleghi e persino forse come amici.

La risposta del nonno, contenuta invece nel libro, nasce dalla volontà di instaurare una conversazione tra due generazioni, conversazione che si estenderà su un arco temporale di quasi nove anni. Eppure, come può riuscire Giardina a spiegare alla nipote – che all’inizio della cornice narrativa ha solo otto anni – il rapporto particolare che intercorre tra Germania e Italia?

«I tedeschi amano gli italiani, ma non li stimano; gli italiani stimano i tedeschi, ma non li amano». È un modo di dire noto, le cui radici affondano nelle esperienze della Seconda guerra mondiale, e in particolare in quella dell’occupazione nazista in Italia settentrionale. Per questo sembra quasi normale e plausibile che gli italiani vedano il tedesco medio per principio cattivo. Strano però, annota il nonno, che ciononostante per tanti giovani italiani la Germania è la prima scelta quando si tratta di trasferirsi per e sfuggire dalla disoccupazione. Tuttavia, anche se Giardina giudica positivamente che si diano informazioni storiche già durante l’infanzia, per lui la maestra avrebbe dovuto aggiungere alla propria spiegazione un dettaglio importante: che sia durante la guerra che durante l’occupazione una parte degli italiani era alleata a quei cattivi tedeschi.

Giardina gioca con i suoi lettori, variando l’angolazione della sua narrazione: da un lato la riflessione sul rapporto fra italiani e tedeschi viene descritto attraverso i propri occhi di palermitano classe 1940; dall’altro attraverso quelli della giovanissima nipote, per la quale, per esempio, non è più concepibile la possibilità di perdersi in una città straniera (colpa degli smartphone). In breve, due generazioni e due prospettive completamente diverse. Ma non è solo una questione modi di vedere personali, Giardina prende anche in considerazione sia il punto di vista dei tedeschi, sia quello del popolo italiano.

Così il libro alla riesce a offrire una sintesi della storia italo-tedesca dal dopoguerra a oggi, con parentesi sull’Impero Romano. Questo gioco tra buono e cattivo, sì e no, oggi e ieri, più che tra Italia e Germania, è nutrito sì da diversi cliché, ma anche e soprattutto dalle esperienze professionali e quotidiane del giornalista che si è trasferito negli anni Ottanta e così ha conosciuto la Germania divisa, la Germania di Willy Brandt, lo sviluppo di una nazione dalla caduta del muro di Berlino all’elezione del primo cancelliere donna giungendo sino all’attuale politica dell’integrazione (durante la cosiddetta crisi dei profughi). Il panorama delineato dall’autore si arricchisce inoltre del racconto di incontri personali, per esempio con Albert Speer, architetto personale di Hitler, nella sua villa a Heidelberg o con il premio Nobel Günter Grass. Ancora di più: Giardina spiega e distingue i due paesi, le loro abitudini e difetti, in modo sempre accessibile e con una certa attenzione per il dettaglio; con acume, spirito e leggerezza, mostrandosi un vero esperto dell’argomento.

All’interno di questo confronto vengono discusse, tra l’altro, le due lingue e le loro particolarità, come per esempio il fatto che nella lingua tedesca esistano parole che non si trovano in italiano: Heimat, per citarne una, che indica una particolare accezione della parola patria. Oppure Schadenfreude, parola che esiste solo nella lingua di Goethe, Lessing e Rilke e indica una certa gioia maligna nel rallegrarsi dell’altrui sfortuna, fatto che per molti dimostrerebbe la natura cattiva dell’anima tedesca. Interessante è per Giardina anche la particolarità di come nel vocabolario tedesco si siano affermate parole italiane (anche se per lui, come per molti italiani in Germania, sia una tortura il dover accettare che i broccoli diventino brokkoli e il latte macchiato perda l’h e venga trasformato nel latte macciato). Sul lato dei meriti, Giardina racconta alla nipote di come i tedeschi, anche a causa del loro perfezionismo, provino con ogni forza a impedire un errore sul lavoro e, se non ci riescono, se ne vergognano profondamente. L’autore dimostra così anche comprensione emotiva rispetto alla débâcle del nuovo aeroporto di Berlino: la disdetta dell’apertura all’ultimo momento ha suscitato nei tedeschi una mortificazione quasi mondiale.

Giardina parla inoltre del cibo italiano in Germania e della sua importanza nella cucina tedesca moderna. La gastronomia italiana è stata portata in Germania a partire dagli anni Sessanta dagli emigranti italiani, i quali hanno cercato un antidoto alla nostalgia per la propria terra cucinando i cibi della tradizione. Di conseguenza anche i tedeschi hanno imparato a distinguere una bottiglia di Montalcino da una di Montepulciano, racconta Giardina. Preferiscono oggi usare l’olio d’oliva invece che lo strutto. E però è vero che in Germania non è inusuale ordinare un cappuccino anche dopo cena.

Nella loro conversazione, Francesca e il nonno, camminando per le strade di Berlino, parlando al telefono, visitando monumenti e luoghi storici, si dedicano a discutere, riflettere e paragonare il sistema dei mezzi pubblici delle due capitali, il supposto maggiore ordine tedesco, virtù reciproche e naturalmente anche la passione per il calcio. Con tutti questi paragoni, differenziazioni e paralleli si capisce nel corso della lettura come l’autore non voglia imporre alla nipote un’immagine positiva dei tedeschi, ma piuttosto voglia indurla a sviluppare una propria immagine, indipendente dagli stereotipi diffusi in Italia. Per ogni comportamento esiste un motivo, un’origine o un principio, che siano storici, culturali, politici o personali. Giardina non vive né a Berlino né a Roma, ma nell’Unione Europea, e racconta alla nipote come essa nei decenni si sia sviluppata diversamente da quanto immaginato negli anni Cinquanta. L’intero dialogo tra nonno e nipote si cristallizza in una riflessione finale di Francesca la quale – nel corso del libro – è diventata a una giovane di 17 anni, che conclude la conversazione, e così anche il libro, dicendo: «Questo è l’unico posto in cui mi posso sentire straniera e contemporaneamente a casa».

 

 

 

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