Di fede, amore e speranza

Intervista a Giulia Caminito, autrice di “Un giorno verrà”

di / 4 aprile 2019

copertina di Un giorno verrà di Giulia Caminito

L’utopia, nel suo essere irraggiungibile, ha in sé una sua specifica forza, un’energia propulsiva di movimento che oggi molti scrittori percepiscono tristemente spenta nel dibattito nazionale. Tra loro c’è anche Giulia Caminito, nelle grandi utopie che hanno scritto e riscattato la storia d’Italia, cerca ispirazione per i suoi libri lanciando indirettamente un messaggio anche alla società.
Guardare per credere la copertina del suo ultimo libro, Un giorno verrà (Bompiani, 2019), unica nel suo genere nell’attuale panorama letterario.
«Non l’ho scelta io, ma quando l’ufficio grafico di Bompiani me l’ha proposta mi è piaciuta subito. È la pagina di un quotidiano di inizio Novecento e già a prima vista racconta di un mondo passato capace di grandi passioni, di genti orgogliose di innalzare la bandiera e di lottare per i propri ideali e la propria fede. Mi è sembrata un’efficace rappresentazione dell’intero progetto».

 

Di fede, speranza e amore, non è solo un riferimento al sottotitolo del libro ma è la sostanza di cui è intessuto l’intero romanzo, ben ancorato alla storia e al territorio in cui si svolgono le vicende di cui scrivi. Da dove viene l’idea da cui sei partita?

Anche in questo caso, come è stato per La Grande A, il nocciolo iniziale viene da una storia familiare. Il bisnonno di mia madre era un anarchico anticlericale vissuto proprio a Serra de’ Conti, un bellissimo borgo marchigiano nell’entroterra di Senigallia. Ho visitato la zona, raccolto materiali a Serra e all’archivio anarchico di Fano. Il movimento anarchico, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni venti qui aveva accesi sostenitori: ho immaginato che il capostipite della famiglia Ceresa, Giuseppe, fosse un anarchico della prima generazione, uno di quelli che ha passato la gran parte della vita in carcere. E che fosse stato lui a contagiare i nipoti: Nella, una ragazza ribelle che viene costretta dal padre al convento, e Lupo, il più forte e determinato della famiglia, l’unico che diventerà un anarchico.

 

Hai un chiaro talento nel fondere insieme vicende storiche realmente accadute e trame narrative che nascono e si nutrono del verosimile. L’abbiamo già visto con il tuo primo romanzo, che ti è valso il premio Bagutta per l’opera prima, il premio Giuseppe Berto e il Brancati giovani. Questa volta hai scelto un periodo storico molto lontano e che è anche poco studiato…

È vero, ma proprio per questo trovo che sia un periodo che andrebbe riscoperto. E io ho cercato di raccontarlo. I protagonisti, infatti, incrociano nel loro percorso tutti i grandi avvenimenti di inizio Novecento: la Settimana rossa, la Grande guerra, l’epidemia di Spagnola; sullo sfondo, lo scontro tra socialismo e anarchia, la conversione di Mussolini. In tutto questo un anarchico come Lupo vive delle sconfitte continue: dopo ogni rivolta arrivano poche conquiste e tante rese. È così anche dopo la Settimana rossa, l’Italia non si trasforma in Repubblica grazie a quella ribellione, anzi, la repressione contro gli anarchici si fa più aspra, gli spazi per la lotta ridotti. Eppure Lupo non perde il suo credo politico.

 

Lupo è un personaggio magnetico dall’inizio alla fine, e lo è proprio perché in lui arde forte la fede anarchica. Ma nel romanzo tu proponi al lettore anche un’altra fede, quella religiosa, senza però contrapporle mai. Perché?

Perché non si possono raccontare quegli anni a Serra de’ Conti tralasciando il fatto che proprio lì c’era un convento di clausura guidato da una badessa, la Moretta, dalla fede bollente che, senza uscire mai dalle mura del convento, riuscì ad aiutare la gente del borgo con generosità e impegno. In Un giorno verrà riprendo la storia realmente accaduta e documentata di questa grande donna, la cui statua è tutt’oggi visibile nel museo in cui il convento è stato trasformato. Era una donna nera, rapita nel suo paese in Africa, e venduta come schiava all’età di otto anni. Riscattata da un prete, arrivò in Italia dopo un lungo viaggio in mare agli inizi dell’Ottocento e finì in convento. Qui fu prima una ribelle dispettosa. Poi, invece, si innamorò di Dio e nel suo nome divenne fortissima. Quel che mi ha colpito di questa donna è che ha vissuto l’intera esistenza chiusa dietro un muro, eppure da lì è riuscita a esercitare un potere deciso e, pur sottostando alle gerarchie ecclesiastiche, è rimasta nella Storia alimentando e trasformando la vita della comunità con la sua fede. Misticismo e anarchia hanno molto in comune e i conventi furono luoghi in cui vennero messe in pratica in piccolo molte dinamiche auspicate dall’anarchia per la riorganizzazione sociale».

 

 

Lupo e Clara, la badessa, hanno un loro fuoco che li muove e li illumina. Gli altri personaggi di Un giorno verrà invece subiscono delle imposizioni. Vuoi dire che chi è protagonista della sua vita è l’uomo o la donna che si concede una grande passione, una fede?

In parte è proprio così. Nella famiglia Ceresa, Luigi, il capofamiglia, è un uomo pavido, opportunista e anafettivo, incapace di amare i propri figli. Un uomo che si cura solo dei propri interessi e sarà proprio questo a portarlo all’estinzione. La moglie è cieca, un po’ in tutti i sensi, mentre i loro figli muoiono quasi tutti tranne tre: Lupo, il bambino bestia, scuro; Nicola, il piccolo troppo fragile per fare qualunque cosa e una femmina, Nella, cresciuta dal nonno con ideali anarchici, costretta al convento dal padre. Luigi pensa di poter ricoprire senza sforzo il proprio ruolo di capo famiglia e di bottegaio, ma sotto i suoi occhi la famiglia si sbriciola e l’attività va in malora, senza alcuna credenza dalla sua, Luigi è l’uomo che patisce e non sa procedere nella disgrazia, diventare altro da sé, rinascere.

 

È proprio Nella il legame tra la vita del convento e quella oltre le mura, a Serra, dove vivono due fratelli diversissimi tra loro come Lupo e Nicola…

Sì, Nella è la sorella che Lupo e Nicola non hanno mai conosciuto, sparita da casa prima della loro nascita. Attorno a lei c’è un silenzio che nasconde un segreto. E anche il sentimento di fratellanza che lega i due ragazzini non è semplice. Nicola è fragile, impacciato, ha terrore di tutto: è un bambino di mollica. Lupo invece è la personificazione della forza cieca, dell’opposizione assoluta verso la chiesa e il potere in generale. Dovranno capire come essere fratelli senza famiglia, in cosa credere, come stare vicini e come crescere lontanissimi.

 

Uno dei temi di Un giorno verrà è la fratellanza. Perché lo trovi così importante?

Durante il mio percorso universitario ho approfondito il tema della fratellanza durante la Rivoluzione francese, quando si decise di inserirla nella triade rivoluzionaria per la presenza nelle città delle confraternite. Poi la fratellanza si è inabissata politicamente. Sono rimaste vive la fratellanza e sorellanza grazie a Dio o grazia al padre/madre, quindi per legami di fede o di sangue. La domanda a cui è difficile rispondere è: si può essere fratelli e sorelle, senza padre/madre e senza Dio? Il compagno politico è il fratello o è l’amico pubblico? Sono riflessioni a cui ho dedicato alcuni studi e che hanno nutrito anche le due coppie di fratelli e sorelle di Un giorno verrà.

 

Come scrittrice hai deciso di combattere anche un’altra battaglia, denunciando la palese estromissione delle donne dal canone del Novecento. Al contempo cerchi di riportare alla luce voci di autrici di grande valore che la storia della letteratura ha dimenticato.

Sì, è una battaglia a cui tengo. Provo a parlarne insieme a molte e molti altri dove posso e tutte le volte che posso. Ho fatto degli esperimenti in qualche liceo che mi hanno lasciata profondamente amareggiata. I ragazzi e le ragazze conoscono poco e male le scrittrici nel nostro Novecento, in molti non sanno neanche chi sia Elsa Morante. La situazione non migliora negli studi universitari monografici e non, né tanto meno nei manuali per la formazione sia liceale che accademica. Rimane forte l’impegno di associazioni, fondazioni, studiose e studiosi che da anni cercano di mantenere vivo questo patrimonio di donne e pensatrici. Io arrivo dopo, ma provo a fare la mia parte nelle scuole, nelle librerie o biblioteche, ovunque vengano ben accolte le nostre letterate e il loro lascito.

(Giulia Caminito, Un giorno verrà, Bompiani, 2019, pp. 240, euro 16)
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