Madama Doré

Stelio Mattioni, “Il re ne comanda una”

di / 6 aprile 2019

copertina di Il re ne comanda una di Mattioni

Dopo più di mezzo secolo dalla prima edizione di Adelphi, la casa editrice romana Cliquot ha ridato alle stampe – e bene ha fatto – Il re ne comanda una (2019) dello scrittore triestino Stelio Mattioni (1921-1997), scoperto e molto apprezzato da un altro grande triestino, il critico letterario e consulente editoriale Bobi Bazlen. Il romanzo era fra i cinque finalisti del Premio Campiello nel 1969, vinto poi da L’airone di Giorgio Bassani.

«Uno scrittore che mi pare del tutto eccezionale. Non somiglia a nessuno, ha un mondo fantastico proprio e di grande forza, ed è misterioso sul serio, senza nessuna compiacenza fumistica» scriveva di lui Italo Calvino a Elio Vittorini, e questo romanzo ne è testimone con la sua trama che sconfina nel surreale, con protagonisti improbabili che però vestono caratteristiche comuni e verosimili, con la sua ambientazione collocata con tanto di indirizzo al centro storico di Trieste, ma allo stesso tempo avulsa dalla realtà e atemporale. Una pièce teatrale, una favola pirandelliana precisa nei dettagli, vivida e inquietante.

Una giovane donna semianalfabeta, oppressa dal matrimonio con un ubriacone e dai debiti che questi ha contratto, si presenta con le sue due figlie alla porta del creditore di suo marito in cerca di una nuova vita che non può che cominciare con il riscatto dei debiti. La casa del creditore si rivela un microcosmo autonomo e completamente isolato dal mondo, comandato da Lui, il creditore.

Ognuno ha un ruolo in quel mondo a parte che comprende un laboratorio che produce qualcosa di misterioso, un giardino che si rivela una giungla, e un harem che Lui domina con complesse regole erotiche. La figlia più piccola sarà presto risucchiata dal padre che assedia, ubriaco, la casa, per riprendersi le sue donne. La figlia più grande, accomodante e lasciva, si inserisce invece nell’ingranaggio, mentre la madre combatte per ricavarsi un ruolo dignitoso, ma soccombe, e anche quando le si offre la libertà sceglie il mondo chiuso.

Il Sessantotto era anche ribellione femminista e Mattioni si rivela un attento osservatore della condizione femminile. Tina, la protagonista, è priva di mezzi economici ed intellettivi, è anche sola, abbandonata a se stessa. Ciononostante vuole provvedere alle due figlie e cavarsela. La sua fuga è un grido disperato, un atto cieco, e difatti finisce di nuovo in una condizione di sudditanza che non sa più abbandonare. Scopre però la sessualità: dopo quindici anni di matrimonio prova per la prima volta il piacere erotico e sarà questo a trovarle un posto nella gerarchia del microcosmo di Lui. Un mondo alienante e alienato, dove in fondo anche il ribelle tollerato è allineato, dove tutti sono infelici, eppure saggiamente accondiscendenti nei confronti del proprio destino. Perché secondo Mattioni combattere contro la sorte è invano.

I personaggi impensabili e la trama imprevedibile non sarebbero comunque sufficienti per spiegare l’effetto magico che questa lettura esercita sul lettore. La lingua colta, densa e precisa, le scelte lessicali a volte sorprendenti concorrono in misura determinante alla seduzione di quest’opera.  «Mattioni scrive divinamente. La sua lingua è schietta, come quella di un thriller di oggi, ma non troverete una parola fuori posto, una metafora poco efficace, un dialogo noioso, non troverete nemmeno un passaggio confuso» dice Alcide Pierantozzi nella prefazione.

Per descrivere Mattioni molti ricorrono alla definizione “kafkiana”. Claudio Magris, uno dei massimi esperti di letteratura triestina, precisa: «Mattioni è stato spesso definito – anche da me – “kafkiano”, ma la sua surrealtà ha poco a che vedere con Kafka e si inserisce piuttosto in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini – a differenza di Kafka – a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività».

 

(Stelio Mattioni, Il re ne comanda una, Prefazione di Alcide Pierantozzi, Cliquot, 2019, pp. 248, € 18,00 | Recensione di Andrea Rényi)
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LA CRITICA

«Chi avrebbe più amato il mondo, la sua bellezza, se il mondo non avesse avuto più ragioni di odiare?»

VOTO

8/10

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