Lp5: l’ennesima meraviglia di Apparat

L'ultimo lavoro di Sascha Ring

di / 17 aprile 2019

copertina di LP5 su flanerí

Apparat è tornato. LP5 è tra i suoi lavori più riusciti, stimolanti e complessi. A tre anni dall’ultima collaborazione con i Modeselektor e a sei dal suo ultimo lavoro da solista, The Devil’s Walk – lasciando per un attimo da parte Krieg Und Frieden (Music for Theatre), un lavoro per una trasposizione teatrale di Guerra e Pace commissionata da Sebastian Hartmann –, l’artista tedesco ci ricorda per quale motivo Apparat è Apparat: un musicista che mette al servizio del lavoro meticoloso il proprio talento e che scrive un album iper stratificato che, un po’ alla volta, si mostra nella sua interezza.

LP5 non è infatti facilmente comprensibile. Quantomeno non lo è ai primi ascolti. Ma già lì si intuisce come Apparat abbia mirato in alto. Più in alto rispetto al passato. LP5, nel suo non dare molti punti di riferimento, può risultare eccessivamente etereo: i pezzi tendono a confondersi l’uno nell’altro, in un’enorme nebulosa di synth e beat dove emerge l’altrettanto voce immateriale. La sua digestione e metabolizzazione sono lente e faticose: un pop elettronico che nega a sé stesso la sua propria essenza, che si dilata nel tempo, che ragiona quasi come post-rock declinato al pop.

Confrontando LP5 con il suo passato prossimo, l’impatto con il sottovalutatissimo The Devil’s Walk, che può vantare tra le sue fila elegantissimi capolavori pop come “Song of Los” e “Candil  de La Calle”, risultava molto meno ostico. Apparat scriveva un ottimo disco, ma molto più immediato.

Qui non si accontenta e cerca di costruire qualcosa di più cerebrale, che di volta in volta svela la sua parte più emotiva.

È innegabile che anche in LP5 l’influenza di Thom Yorke sia una costante. Ma la carriera di Apparat è segnata dalla presenza di quello che a tutti gli effetti può essere considerato il suo mentore assieme ad Aphex Twin: senza il leader dei Radiohead, più che i Radiohead stessi, i suoi album non sarebbero mai stati gli stessi – qui, sul finale di “Caronte”, c’è una chitarra che sa di Reckoner portata dentro una Arpeggi riscritta da Apparat.

Ovviamente ci sono anche i Sigur Rós. Apparat ha avuto la felicissima intuizione di saper coniugare gli ambienti sigurosiani all’elettronica, dando un’ulteriore dimensione, un seguito e un significato altro a quel periodo d’oro degli islandesi a cavallo del 2000.

Interessante, invece, è la presenza del quasi coetaneo Bon Iver, una novità. Il suo 22, a Million è sicuramente uno dei punti di riferimento che Apparat aveva ben fisso in mente prima e durante la stesura di LP5. Prima dell’ultimo lavoro del musicista americano, gli universi di Bon Iver e Apparat non erano non così dissimili, ma comunque troppo distanti. Oggi, invece, sono più vicini che mai. “Laminar Flow”, infatti, è l’ultimo Bon Iver, in tutto e per tutto. Le modulazioni vocali, il beat, le pause tra una frase e l’altra. Apparat sa che 22, a Million è una pietra miliare della musica pop degli anni ’10 e la guida per il futuro: cerca quindi di capire se per lui quella sia una strada percorribile e, in questo episodio specifico, lo fa benissimo.

LP5 è l’opera matura di Apparat, un lavoro che necessita di pazienza, ma che poi si rivela come una benedizione. Apparat è quello di cui la musica (che sia elettronica, che sia pop, che sia idm) ha bisogno. È quello di cui ha bisogno l’ascoltatore di questi anni. La sua lettura e interpretazione sono fondamentali e con quest’ultimo album l’artista tedesco si conferma un gigante del ventunesimo secolo.

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LA CRITICA

Con LP5, Apparat fa centro. Il suo ritorno è l’ennesima conferma di un musicista enorme che, di volta in volta, riesce a superarsi.

VOTO

8/10

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