Il surrealismo malinconico di David Hayden

A proposito di “Il buio a luci accese”

di / 30 aprile 2019

copertina di "Il buio a luci accese" di Hayden

La città di Pordenone rappresenta un polo culturale defilato ma vivissimo, basti pensare al festival Pordenonelegge e all’opera di scrittori come Gian Mario Villalta, Tullio Avoledo, Massimiliano Santarossa. La casa editrice Safarà ha sede a Pordenone ma lo sguardo ben puntato sul meglio della narrativa internazionale. È grazie all’opera di Safarà che è arrivato in Italia – con colpevole ritardo – un autore considerato un classico della speculative fiction come Alasdair Gray. Ma non è il solo colpo in canna della giovane casa editrice: pescato nuovamente dalla cultura anglofona, David Hayden è uno scrittore dublinese a cavallo fra Irlanda e Stati Uniti, Il buio a luci accese è la sua prima raccolta di racconti. Hayden ha ripreso la lezione dei padri della short story postmoderna – Donald Barthelme, Stanley Elkin, John Barth – e l’ha trasportata in un’atmosfera favolistica europea, creando una miscela di interesse sorprendente.

Proprio Barthelme appare come il nume tutelare dello scrittore: al suo stile si rifà la prosa misurata di Hayden, un incedere di frasi precise che descrivono situazioni surreali, aprendosi nello scarto di una visione inaspettata. Basta leggere l’incipit di “Sortita”, il racconto di apertura, per rendersi conto di trovarsi in un mondo con regole proprie: «Ne è passato di tempo da quando sono saltato giù dal cornicione». Il cortocircuito cognitivo fra tempo e gesto suicida e tempo passato ci spiazza, ed è proprio lì che Hayden allarga lo spazio narrativo, opera nel frangente più surreale per orchestrare una parabola dal sapore onirico. “Sortita” racconta di un uomo che cade infinitamente, passando la sua vita nell’atto liberatorio della discesa.

Ma è solo uno dei molteplici casi messi in scena, nel microcosmo di Hayden prendono la parola personaggi spiantati e sognatori indefessi: un banditore intrattiene un dialogo sul senso della vita con il suo vicino di roulotte, un gruppo di borghesi si gioca dei brutti scherzi durante una cena, un uomo visita la sua casa di infanzia ricordandosi un episodio in ogni stanza. Hayden illumina alcune situazioni sospese nel vuoto senza preoccuparsi di chiarirne i presupposti, permane solo un nocciolo di senso espresso nei gesti surreali dei personaggi, nei dialoghi che dietro l’apparente umorismo nascondono tonnellate di malinconia.

Ci troviamo di fronte a un animale ibrido, uno scrittore con la capacità compositiva di David Means e la fantasia infantile e deliziosa di George Saunders. Se nella forma Hayden è imparentato con la letteratura americana, nell’essenza rimane un europeo, poiché colora l’immaginario favolistico a cui da vita con il folklore della terra di origine, senza rifarsi esplicitamente alle leggende irlandesi, ma prendendo spunto per i profili e le vicende bislacche narrate. L’effetto nel lettore è quello di stare leggendo racconti particolari, tanto spiantati nei temi quanto pregni dal punto di vista del significato.

Racconti che incuriosiscono e suscitano il riso, ma che a fine lettura lasciano un senso di amaro, una malinconia strisciante, ambivalente, come svegliarsi da un sogno confuso senza sapere se fosse o meno un incubo.

C’è in Hayden un distaccato voyeurismo, l’attrazione per l’inconsueto e la meraviglia per le superfici di un mondo in continua mutazione. È lo stesso effetto di vedere giocare tanti bambini una mattina di sole, prima che arrivi un improvviso temporale e i bambini si disperdano, lasciando il cortile vuoto mentre le risate ancora rimbombano. In quell’attimo di sospensione – fra lo spaesamento e il ricordo – opera lo scrittore irlandese, donandoci un album di personaggi vagamente beckettiani sospesi nel nostro presente perenne. È proprio attraverso una visione tanto laterale, per di più sorretta da parole scalene, che l’arte del racconto torna alla lezione del già citato Barthelme, ovvero a essere «una cosa pelosa che ti spezza il cuore». Hayden ce lo ha spezzato ripetutamente, ed è riuscito a farci ridere di questo.

(David Hayden, Il buio a luci accese, trad. di R. Duranti, Safarà, 2019, pp. 200, euro 16, articolo di Giovanni Bitetto)
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LA CRITICA

Una prosa misurata al servizio di una fantasia infantile, innocente e dolceamara. Una sequela di situazioni buffe dal significato malinconico. La voce sicura di un nuovo grande novelliere.

VOTO

8/10

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“effe – Periodico di altre narratività” numero nove

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