Lo zen e l’arte di controllare il Potere

A proposito di “Nova” di Fabio Bacà

di / 22 novembre 2021

Si definisce “nova” un fenomeno che prevede un’enorme esplosione nucleare causata da un accumulo di idrogeno sulla superficie di una nana bianca, una stella di piccole dimensioni e poca luminosità pronta a «esplodere in un lampo di devastante fulgore elettromagnetico, annichilendo ogni altro corpo celeste attorno a sé in un raggio di miliardi di chilometri, ma sopravvivendo alla sua stessa furia».

Questa è la metafora che Fabio Bacà usa per parlare della violenza nel suo nuovo romanzo Nova (Adelphi, 2021). Come il fenomeno astronomico appena descritto, anche la violenza scaturisce dall’accumularsi di eventi e pensieri dolorosi difficili da controllare, e una volta sprigionato il suo potere non risparmia nessuno, nemmeno l’individuo più tranquillo sulla terra che cerca di nascondere i sentimenti più istintivi del proprio animo, come richiede, del resto, il vivere civile.

Protagonista del secondo romanzo dell’autore di Benevolenza cosmica è Davide Ricci, l’uomo tranquillo per antonomasia: è un neurochirurgo ed è sposato con Barbara, logopedista e sostenitrice del «radicalismo vegano». I due hanno un figlio, Tommaso, appassionato di astronomia e studente modello, e tre animali: un Jack Russell di nome Fred Flintstone e due gatti, Epaminonda e Kociss. A parte i frequenti pensieri sulla morte, «un antidoto ai periodi complicati che assume periodicamente da più di quindici anni», le beghe con il vicino di casa Massimo Lenci e le angherie del dottor Martinelli, primario del reparto di neurochirurgia dell’ospedale di Campo di Marte, la vita di Davide nella periferia meridionale di Lucca sembra scorrere tranquilla.

A irrompere nella sua quotidianità, però, sarà un episodio di tentata aggressione che vede coinvolta sua moglie, a cui Davide assiste restando fermo e impassibile, poiché «geneticamente inabile alla violenza»: in poche parole, è un vigliacco. Solo l’incontro con Diego, un enigmatico maestro zen, lo porterà a riconoscere la violenza – o meglio, il Potere – come parte di sé.

Nova inizia raccontando il caso di Adam Kabobo, il ghanese affetto da problemi psichiatrici che anni fa uccise in zona Niguarda a Milano dei passanti prendendoli a picconate. Un episodio di violenza esploso all’improvviso che ci ha messo di fronte a un dato importante: «Il problema è che abbiamo perso contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi».

A leggere queste parole sembra di ricordare ciò che Ian McEwan raccontava in Sabato quando il protagonista Henry Perowne, neurochirurgo come Davide, si trovava a fronteggiare l’irruzione in casa sua di Baxter, un uomo affetto dalla sindrome di Huntington, malattia neurodegenerativa che conduce a comportamenti aggressivi: il confronto con un fenomeno improvviso e in apparenza incontrollabile come la violenza che minaccia la nostra quotidianità, al quale non siamo abituati e che anzi tendiamo spesso a negare.

Anche in questo nuovo romanzo di Bacà torna fondamentale, dunque, il rapporto fra il razionale e l’irrazionale, tema che l’autore marchigiano ha già affrontato nel suo precedente romanzo. In Benevolenza cosmica si sviluppava una contrapposizione fra la razionalità di Kurt O’Reilly, di professione statistico, e l’irrazionalità della fortuna che stravolgeva la sua vita; in Nova, invece, il contrasto è quello fra i coniugi, la cui logica controllata si esprime attraverso un linguaggio scientifico di registro alto, e l’imprevisto del caso. Quest’ultimo si esterna per esempio nel boomerang del figlio del vicino, che irrompe all’improvviso nella villa della famiglia Ricci, nei comportamenti bizzarri e dispettosi del dottor Martinelli, ma anche in Victor, ragazzo affetto da sindrome di Tourette, che nella sua conversazione con Davide offre una chiave di lettura necessaria per comprendere il romanzo:

«“Il problema è qui dentro,” disse “non possiamo negarlo. Ma non dobbiamo nemmeno perdere la speranza di ripristinare rapporti ottimali tra materia bianca e materia grigia. Voglio sappiate che ho ancora fede in una terapia che ristabilisca proporzioni accettabili tra i miei possedimenti intracranici, signori. In fondo non è la vita stessa una questione di giuste proporzioni?”».

Davide deve perciò comprendere che «la vita è una questione di giuste proporzioni» fra il controllo razionale dei propri istinti e il bisogno di liberarli nel momento in cui è necessario farlo, persino a costo di perdere per un attimo il controllo. Anche qui, come nell’opera prima di Bacà, ricopre un ruolo importante la filosofia orientale: laddove in Benevolenza cosmica era fondamentale il concetto di karma, qui assumono centralità lo zen, pratica buddhista che consiste nella profonda conoscenza del sé, e il koan, ovvero l’accettazione di «una questione paradossale e insolubile».

La pratica zen dell’equilibrio fra la razionalità e la violenza avviene grazie a Diego, enigmatico monaco zen dalla vita turbolenta che grazie alla filosofia orientale ha imparato a controllare i suoi impulsi di rabbia e la sua irrequietudine. Attraverso paragoni disparati come quelli con Gesù e John Wayne Bobbitt, Diego spiega al protagonista come la società moderna abbia represso certi istinti per evitare i conflitti, contrari in teoria all’idea di “civiltà”. In realtà, secondo il maestro di Davide, sono proprio questi impulsi violenti che hanno portato a far nascere la civiltà stessa, e reprimerli significherebbe negare la propria essenza:

«“Ma la violenza è un potere ambiguo, che ha bisogno di essere controllato: se non lo domini, dominerà te. E non puoi controllare qualcosa che neghi a priori. Non puoi gestire una parte di te che rifiuti persino di concepire. Per convivere con il Potere devi nutrirlo e addomesticarlo. […] È inutile tentare di comprimere la tua indole fino a ridurla a un innocuo accessorio della way of life occidentale. Altrimenti la violenza riemergerà, e nel momento peggiore. Mentre discuti con un fratello o un cognato. Mentre litighi con un socio. Mentre tua moglie alza la voce e su quel tagliere c’è un coltello a lama lunga”».

Se Barbara si dimostra recalcitrante all’idea che Diego insegni al marito che la violenza sia giusta, e anzi, non tollera che si usi la parola “violenza” – non è un caso che sia una logopedista, che qui in senso metaforico reprime la violenza verbale –, il protagonista accetta invece la violenza non per diventare a sua volta violento e aggressivo, ma perché, come afferma lui stesso, «“ho preferito non vedere […] come faccio da una vita. Ma ora basta. Non posso continuare a far finta che certe cose non esistano solo perché mi ripugnano”».

L’autore mette in guardia contro tutti quei meccanismi di negazione e difesa che vogliono reprimere a ogni costo i nostri sentimenti impulsivi e primordiali. Davide non può continuare a negare la violenza: «È l’argine a quella altrui», «il tratto umano più unificante che c’è». Lui deve riconoscere i suoi istinti violenti perché sono costitutivi del suo essere, della società in cui vive: conoscere l’aggressività significa sapere come reagire a essa, come porvi rimedio, e come rapportarsi con gli altri. Come la nova crea nuove stelle, l’esplosione della rabbia è necessaria per accettare «la sostanza di cui siamo fatti: sangue, furore e detriti di sogni al confine tra sonno e veglia».

 

(Fabio Bacà, Nova, Adelphi, 2021, 279 pp., euro 19, articolo di Alberto Paolo Palumbo)
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