Per verba

Al mare, al lago, al Valle

Andrea Viviani

Dici per i tavolini, magari, per quell’aria un po’ rétro che non respiri più, a Roma, nemmeno a scovare l’angolino più nascosto del quartiere meno battuto. Dici per la programmazione: gratis (e che, ogni volta lascio un contributo?! seeeee!), di qualità; più cose in una sera come nemmeno al multisala. Dici per la vicinanza di Piazza Navona, che sempre un po’ di struscio di figa c’è, e di quella raffinata, che batte i monumenti…

O forse no. Magari ci vai una volta, al Valle Occupato senza k, fortunato perché chi ti ci porta “conosce”, e allora entri dentro davvero, e non sei spettatore di uno show ma ne sei parte, da subito. E capisci che aria tira: seria, compita quasi, all’opposto del pregiudizio che ti ha accompagnato fino alla soglia e che ancora invischia le penne dei contrari. Di quelli che si stupiscono non si sgomberi, il Valle, che non si vada avanti con la legge, che il progresso è sempre magnifico e bla bla bla.

Chi c’è, fa. E molto. E chi c’è non te lo aspetti, che sia lui o lei. Magari non ci sono tutti tutti, ma il pattuglione di quelli che ci mettono la faccia (e il culo: se si sgombra si identifica, ed è reato occupare) è nutrito. E da tanto: è da Giugno che occupano, si preoccupano, pensano, lavano cessi e tappezzerie. Da Giugno. Senza ferie, senza requie, perché in ballo c’è più del Valle. In ballo c’è il principio.

Vacci, annusa l’aria. Rimarrai sgomento: tanto sei abituato a sederti e guardare, semmai a cambiare canale ed emozioni, che ti schianta, l’aria fattiva. Il candore col quale senti dire, a chi passa quando non c’è programmazione, che «Entrare così non si può: il teatro è un bene storico pregiato, dobbiamo fare attenzione a chi entra e quando. Puoi tornare sabato, c’è la visita guidata».

Vacci, sentiti come me, dopo un po’: «E io? Che posso fare, io? Come posso dargliela, una mano?». Perché è così, che funziona, al Valle: tanto confronto, pochissima ideologia (che altro c’è da dire, in fondo, oltre a «Cazzo, è un bene pubblico!»), e un mazzo così. Non solo la gestione in sé, pure pesante: il confronto con se stessi, gli altri, il pubblico, la gente in strada, i detr-attori. I professionisti del non si può, non si deve, ci pensa qualcun altro a fare gestire organizzare e decidere per me.

Al Valle no. Al Valle si decide assieme, e chi c’è conta uno. Poi c’è anche il bar, coi tavolini. Gli spettacoli e le belle fanciulle perché no? Che male c’è? È l’insieme, che stupisce. Quello che fanno, le belle fanciulle al tavolino. Senti e t’imbarazzi. Ancora, a mazzi si dileguano, a stormi volan via tutti gli altri pregiudizi. Ti sono amici, gli occupanti del Valle, con facilità. Sarà che hanno avuto il coraggio di fare quello che sogni, di vivere ciò di cui lamenti l’assenza («Se l’occupassimo, l’ufficio? Se ci autogestissimo? Abbiamo davvero, davvero bisogno che altri ci dica cosa va fatto?!»). Sarà che chi crede davvero in qualcosa ce l’ha stampata in volto, l’onestà intellettuale, ed è bello, rivederla, di tanto in tanto. Sarà che è tempo speso bene, quello al Valle, e con persone di spessore.

Sarà, ma il dubbio viene. S’affaccia, timidino timidino: e se… osassimo? Osassimo tutti, ciascuno nel suo settore? Osassimo riprenderci ciò che è nostro non per rivalsa, ma per diritto naturale? Che Italia sarebbe? Che popolo saremmo?

Mancano, all’appello, i poeti, gli eroi, i santi, i pensatori, gli scienziati, i navigatori e i trasmigratori: gli artisti, al Valle, la loro parte (…) la stanno già facendo.                 


7 Settembre 2011




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Commenti



alle 21:00 del 7 Settembre 2011

Andrea dice:

"...gli artisti, al Valle, la loro parte (…) la stanno già facendo"

devo ammetterlo, ho avuto un sussulto. La pelle si è increspata ed un brivido è corso sulla schiena. Forse involontaria fu la tua frase, o forse meditata per il giusto tempo, ma in entrambi i casi ha sortito il giusto effetto. Vuoi per fortuna o puro caso, o vuoi per premeditata azione, ma la trovo perfetta. Solo a me forse sembra perfetta, chi lo sa? Tuttavia la trovo giusta. Giusto è un aggettivo sottovalutato, poichè non ha eccedenze, nè in positivo nè in negativo, ma quando qualcosa è giusto, allora è in equilibrio stabile, saldo, sicuro. Quest'ultima frase, nella mia testa suona come Giusta, perchè sa di giustizia, perchè assomiglia sempre di più a ciò ch'è giusto fare. Perchè un tribunale li ha già assolti, gli artisti, gli attori, mentre gli altri, comparse della loro stessa vita, da distante, stanno a guardare. Difficile da trovare il Giusto nelle azioni degli uomini. difficile vedere il Giusto, ma quando lo riconosci, eccolo, il brivido lungo la schiena. Ed eccole qui le tue parole, parole che raccontano artisti, attori che non recitano una parte, ma questa volta, la loro parte la fanno. La vivono. In pochi al mondo, al giorno d'oggi, sanno ancora vivere in modo giusto la propria parte. In pochi al mondo, al giorno d'oggi sanno riconoscere quando qualcosa è veramente giusto. Noi, da che parte vogliamo stare?

Come sempre e cordialmente
Il tuo barista preferito.

alle 8:59 del 10 Settembre 2011

Sergio B. dice:

Il Valle occupato è un teatro mobile, uno spettacolo continuo che va oltre i muri, invade le vie circostanti, contagia l'aria già viva del centro cittadino. Sorrisi, risate, parole al vento leggere ma anche sguardi seri e tanta sacra volontà di ripartire, di rimettersi e di rimettere in piedi un paese incancrenito da cariatidi senza pudore. Evviva il Valle occupato, ma che non rimanga l'unica realtà... Qua ci vuole un'epidemia di libertà!!!

alle 6:04 del 14 Settembre 2011

Andrea dice:

Mi rincuora pensare che, ancora, parole possano smuovere. Emozioni, passioni, pulsioni. magari, all'agire. Grazie a entrambi d'essere stati lettori così attenti.

alle 13:19 del 16 Settembre 2011

cittadina dice:

"sporacrsi le mani in questo mare è un segno."

alle 13:24 del 16 Settembre 2011

Andrea dice:

Dal sogno al segno.

alle 21:40 del 18 Settembre 2011

Matteo dice:

Qui si abusa della parola "libertà". Ci sono tante realtà culturali che funzionano senza bisogno di occupare alcun teatro. Se gli permettono di occupare è una concessione e le concessioni sono per gli schiavi o per le persone che conoscono altre persone. Delle due l'una... Si domanda da che parte si vuole stare, io in questo caso dalla parte sbagliata.
Non certo da quella del governo e della politica che non ha spazio per la cultura, ma neanche dalle metastasi che lascia in giro per la città.

alle 9:12 del 19 Settembre 2011

Andrea dice:

Ero rimasto al "ma anche": scopro oggi che fa parte del lessico della comodità pure il "ma neanche". Ne farò, alla bisogna, tesoro.

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