«Prego professore, entri pure, si accomodi...»
Il Preside del centro studi sembrava un burattino di plastica al quale era stata squagliata la faccia nell’acido. Il naso era scomparso quasi del tutto, rimaneva solo una protuberanza appena accennata, la palpebra destra calava per metà sull’occhio spalancato, mentre gli zigomi piatti andavano a toccare gli angoli della bocca rossa e tumida. Nel complesso si potevano distinguere nitidamente i tratti di un teschio secco e irregolare, come se la pelle fosse stesa direttamente sull’osso senza che in mezzo ci fossero muscoli e carne a dare espressione al volto.
«Entri professore, non rimanga sulla porta». Edo si portò lentamente al centro della stanza e si sistemò su una poltroncina di stoffa grigia. Sorrise. Il burattino-dalla-faccia-squagliata riprese a parlare: «Allora... lei deve capire che i ragazzi che vengono qui non hanno nessuna fantasia di studiare... noi del “Bobo Vieri”, ad ogni modo, ci teniamo a dare un’istruzione completa e professionale... questo mese infatti ho già mandato quasi 4000 mails ai genitori con assenze, ritardi e note di demerito... ma tanto non serve a niente...» Edoardo annuì con aria compunta. Non riusciva a distogliere lo sguardo da una testa di Cristo in oro che usciva dalla manica del Preside e penzolava attaccata al polso. Il Preside-burattino continuò: «Bene... come le ho detto la volta scorsa, il suo compito è quello di sostituire la professoressa Tiziana per due mesi, appena riesco a sentirla su Facebook mi faccio mandare il programma... ah, la paga è di sei euro lordi l’ora, poi provvederemo a stilare il contratto di collaborazione occasionale... lei ha partita IVA?»
«No».
«Azz... allora ci toccherà trattenere il 20% sul mese con una ritenuta d’acconto... è la prassi. Mi aveva detto che lei fa?»
«Sono laureato in Italianistica presso l’Università degli Studi di Roma Tre».
«Quindi?»
«Latino e italiano».
«Benissimo... possiamo aggiungere anche storia, arte, psicologia e pedagogia per le ragazze del liceo?»
«Direi di sì».
«Allora è perfetto! In bocca al lupo e mi raccomando, polso fermo, non li faccia uscire a fumare, non li faccia urlare, insomma cerchi di tenerli a bada, ok? Ok! Ci vediamo nella pausa al bar qui sotto...», la palpebra calante scese come una ghigliottina a coprire completamente la pupilla in una parvenza di occhiolino.
Edoardo si era laureato da due anni. Quello era il primo impiego che aveva ritenuto all’altezza del suo centodieci e lode, così, anche se si trattava di una cosa temporanea, aveva deciso di accettare. Fin da piccolo aveva sempre desiderato fare il professore. Come molti suoi amici, al liceo si era appassionato a Pavese e Montale, si era impegnato sulle versioni dei classici e quando era stato il momento di decidere cosa fare all’università non aveva avuto dubbi. La mamma e il papà avevano cercato dolcemente di dissuaderlo con la storia del poco lavoro, dello stipendio basso, eccetera eccetera. Come tentativo estremo gli avevano detto chiaro e tondo che il loro unico figlio, tanto meritevole negli studi, avrebbe dovuto fare il medico o al massimo “avvocatura” (avevano usato proprio questa parola) ma lui era stato fermo sulla sua posizione e alla fine era riuscito a convincerli. Adesso, finalmente, dopo tanto tempo, aveva questa possibilità. Il suo primo incarico ufficiale. Ma per arrivarci aveva passato dei momenti davvero brutti, inutile nasconderselo. Mattinate intere in coda al Provveditorato per sentirsi ripetere sempre la solita frase: «Il reclutamento è bloccato, consulti periodicamente il sito del MIUR, non so dirle altro», mesi per farsi una ragione del fatto che per insegnare è necessaria la certificazione di un ente (la SISS) che non esiste più, telefonate agli ex compagni di corso per scoprire che alcuni andavano ad abilitarsi in Spagna e altri facevano i commessi da H&M, pianti sommessi della madre in ginocchio davanti la tazza del bagno per quel figlio tanto bravo che non trova lavoro, visite agli ex professori di facoltà senza esito, ripetizioni ai ragazzini del vicinato e perfino una serie di telefonate allo zio impiegato del ministero, nonostante il padre di Edo, in un Natale degli anni passati, avesse urlato, durante il cenone, che lui con quello lì non ci avrebbe avuto mai più niente a che spartire.
Tutto per niente. Per sentirsi chiamare «bamboccione» dal ministro di un governo di centro sinistra prima, e «Italia peggiore» dal ministro di un governo di centro destra poi. Due anni. Ventiquattro mesi. Dodici e dodici. Ma adesso era lì, al centro studi “Bobo Vieri” di Spinaceto sud. E tra un secondo avrebbe varcato, per la prima volta nella sua vita, la soglia di un’aula non più da studente.
Alcuni ragazzi tra i quindici e i vent’anni seduti alla-come-capita intorno a pochi tavoli quadrati affollavano la piccola stanza. Facevano casino e ovviamente non smisero quando comparve il nuovo prof. Edoardo. Poggiò la borsa sulla cattedra (in realtà un tavolo poco più grande degli altri) e si mise a sedere con aria pensierosa. Diede un’occhiata davanti a sé, una ragazza stava ascoltando musica ad alto volume dal suo Iphone, aveva tre anelli colorati all’angolo sinistro del labbro inferiore. Tre ore più tardi era riuscito a spiegare tutta la prima guerra mondiale. Adesso i pischelli erano a sedere, avevano un foglio davanti e una penna in mano, alcuni scrivevano, alcuni parlottavano, altri sghignazzavano, ma per quel giorno era praticamente andata. Edo estrasse dalla borsa il suo taccuino rosso e cominciò a scrivere anche lui:
Lunedì 9 gennaio 2012 ore 13:05,
Prima giornata al “Bobo Vieri”. Per quest’ultima mezz’ora, tema. Gli studenti sono per lo più gente bocciata alla pubblica due o tre volte di fila. Figli di papà. Non ascoltano, sono chiusi a riccio sui loro palmari, sembrano avere problemi di concentrazione, non riescono a seguire lo stesso discorso per più di dieci minuti, si alzano di continuo, non hanno la minima voglia di applicarsi, in più si aspettano che la promozione avvenga così, come una specie di diritto. Sono viziati, hanno scarpe e vestiti firmati e sembra che tutto gli sia dovuto. Le ragazze si guardano di continuo allo specchio e si truccano in clas…
Edo alzò la testa di scatto. Davanti alla cattedra stava impalato uno dei suoi nuovi alunni, in mano teneva un foglio a quadretti stropicciato. «Io ho fatto professo’», disse, poi lasciò cadere il tema sul tavolo con noncuranza e uscì senza aspettare, «vado a fuma’». Edoardo non ebbe il tempo di riprenderlo. Cacciò un sospiraccio scocciato, poi chiuse il taccuino e prese quella mezza colonna scarabocchiata.
Tema: Come sono finito al “Bobo Vieri”
Svolgimento
La mia storia del perché mi trovo qui è abbastanza facile, sono un ragazzo di 16 anni che è stato bocciato per ben due volte in primo, e non ne vado per niente fiero, più che altro perché ora io non so più cosa fare e non ho per niente autostima, non che prima ne avessi molta ma ora è proprio sotto le scarpe. Un altro motivo per cui non vado fiero della mia bella bocciatura è che mi sento inferiore agli amici, quelli che sono importanti, importanti davvero e che ora stanno facendo il terzo liceo, e piano piano mi sto allontanando da loro. Sono qui al “Bobo Vieri” per appunto ritrovare in me quella voglia di ricominciare e di ritrovare la forza di pensare che ho ancora qualche speranza di combinare qualcosa di vero nella mia vita, visto che fino a ora ho giocato e perso tempo. A essere sincero la prima bocciatura me la sono abbastanza meritata, non facevo quasi niente, invece la seconda se la sono proprio inventata infatti volevo fargli ricorso ma era una perdita di tempo. Ma ora come ora spero solo di andarmene il prima possibile e di ritornare alla normalità perché quest’anno sto vivendo fuori dal mondo vero.
Edoardo posò il foglio e cacciò un secondo sospiraccio. La campanella suonò. In un attimo fu solo nella stanza. Fuori dalla finestra Spinaceto sud si faceva placidamente i cavoli suoi. Spinaceto pensavo meglio, si disse Edoardo. Poi si alzò e uscì anche lui.
Prima guerra mondiale a parte aveva ancora la sensazione di essere uno studente.
Questo racconto è la sputata verità!
Ben scritto, a tratti quasi commovente, tristemente veritiero...
Scritto benissimo, mi è sembrato di viverlo in prima persona....forse perchè tutto sommato il mio futuro non sarà tanto diverso!!
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