Com’era quella storia delle tinte? Il nero snelliva mentre il rosso appesantiva? E il bianco allora? Lo divertivano molto simili congetture, almeno quanto la consapevolezza di essere a tal punto irrimediabilmente vanesio da non mancare mai l’appuntamento settimanale con i bagni della stazione per una veloce ma accurata ispezione: una rammendata ai vestiti, due carezze ai capelli sulla piccola testa a punta e la solita goliardica partita di sguardi con l’immagine riflessa nello specchio. I solchi attorno agli occhi erano di un uomo vissuto, quelli sulla fronte di un idiota rattristato, la cicatrice sotto il mento un po’ l’uno un po’ l’altro.
Sembrava un rosa salmonato piuttosto che un rosso natalizio, ma il tessuto era ancora buono, forte e caldo; in dotazione aveva trovato anche una grossa cintura bianca con tre larghi buchi. Quella settimana faceva davvero freddo, era stato fortunato. Sapeva che il rosa era rosso con l’aggiunta di bianco, ma non conosceva il dono portato da questo colore. Lo avrebbe indossato a mo’ di soprabito, una sorta di giacca da camera un tantino ricercata, senza alcun dubbio molto confortevole per chi come lui aveva fatto della strada il proprio salotto quotidiano. Un altro pensiero modaiolo… ma sì che sarà mai per un uomo dalle unghie rotte, le mani lerce e quella testa minuta a forma di pera? Essere gli era sempre risultato facile, un concentrato di orgoglio, presunto stile, vini al bicarbonato e cibi in scatola, l’Apparire era invece impresa più confusa e per questo di un fascino ancora tutto suo. I pantaloni erano troppo larghi, avevano le estremità sfilacciate e sulla gamba destra c’erano degli strappi, sarebbe riuscito a sistemarli perché negli anni aveva imparato a cucire abbastanza bene. Indossò la giacca sopra il vecchio cappotto nero, anch’esso trovato mesi addietro all’interno dello stesso cassonetto di rifiuti nella centrale Piazza Stazione.
Si meravigliò dell’immediato calore arrecatogli dalla rozza felpatura, poi, stringendo la coda del cappotto tra le gambe, fece scivolare i piedi dentro il pantalone, mollò la stoffa tra le cosce e strinse la cintura al secondo buco.
«Magico!» ammirando le braccia che, avvolte dalla camicia, il maglione, il cappotto e adesso la giacca rossa, sembravano più quelle di un muscoloso lottatore che di un vagabondo quale egli era.
Pisciare sarebbe stato un problema: sfogliarsi come una cipolla gigante, prima la cintura, poi il pantalone, il cappotto e le due mutande strette dentro i pantaloni, senza mollare la vescica.
Si sentiva un incrocio tra una lumaca e un armadio, ma i mesi freddi sarebbero presto finiti, altri incroci da sperimentare e nuove mutande da alternare.
Riflettendosi negli sportelli di alcune automobili parcheggiate, riuscì a scorgersi quasi in modo nitido, goffo, appesantito dai vestiti, panciuto e un po’ curvo, ma cazzo era passato anche per lui un altro anno e sulla strada pesava almeno quattro volte rispetto al resto. Si accarezzò con fare pensieroso la barba sulle guance fredde, continuando a camminare, mentre, divertito, calcolava di avere centoquaranta anni.
Però… me li porto bene!, pensò.
All’altezza della pancia la giacca aveva due tasche così fonde che presto sarebbero servite da rifugio ideale per le sue mani sempre troppo grosse e fredde. In una di esse sistemò il coltello dalla lama spezzata, una forbice, un accendino, degli elastici, alcune schede telefoniche, una scatoletta di alluminio contenente aghi e fili, due mozziconi di matita e una serie di tappi di plastica e di sughero, l’altra tasca la lasciò vuota. Il caso aveva voluto che ad essere vuota fosse rimasta la tasca destra; infilò la mano sinistra lasciando il braccio destro libero di accompagnare la sua nobile andatura tra le vetture in sosta e quelle in cerca di posteggio.
Qualcuno gli strombazzò da dietro, chiamandolo a gran voce: «Generaleee!»
Minuti dopo rise per quel «Generaleee!».
La città si stava movimentando proprio in quelle ore, la stazione sfornava pendolari in continuazione, si avviavano veloci e silenziosi verso le pensiline delle fermate degli autobus. Alcuni suoi colleghi, disturbati dall’arrivo dei treni carichi di anime vidimate, lasciavano la stazione per continuare il loro viaggio tra le panchine del vicino parco, disseminati nelle vie limitrofe, adagiandosi con le spalle ad un muro qualsiasi, magari tendendo ai passanti un cappello o una mano ancora contratta dall’alcol della sera prima. Anche il Generale dall’uniforme rossa si allontanava a lenti passi dalla stazione, dagli autobus con le porte che sembravano vivere di vita propria, tante erano le braccia e le mani schiacciate contro di esse, lontano dai mezzi della nettezza urbana che ogni mattina cercavano di cancellare tracce di esistenze incartate in giornali, bottiglie e cartoni di vino. Dopo una notte passata a non rigettare le poche energie incamerate durante il giorno, era impossibile affrontare il getto tentacolare dei Puliscitutto: artigli, spazzoloni, occhi lampeggianti arancioni e quel nauseante alito di disinfettante, veri e propri cyborg cancella vita. E l’indomani la stessa identica allerta, tra orde veloci di studentelli, dottori e ammalati in trasferta in città. Ecco spiegata l’abitudine di tenersi tutto con sé, dai vestiti ai pochi
oggetti che adesso custodiva nella tasca sinistra della giacca rossa.
Un po’ tutti gli stradaroli sembravano dei fatiscenti armadi ambulanti, a volte però si usavano dei nascondigli di zona, soprattutto per conservare i cartoni più nuovi e qualche coperta troppo ingombrante per portarsela a spasso. Alcuni erano anche pazzi e sostenevano che tra i loro stracci tenevano nascosti chi la luna, chi tremende malattie, una serie miliardaria di numeri o sbiadite istantanee della Morte, impresse durante quella notte che aveva avuto pietà.
Mentre camminava senza direzione tolse la mano dalla tasca destra e la infilò nella sinistra, iniziò a frugarci dentro tirando fuori prima una manciata di tappi colorati, poi la forbice e un pezzo di matita. Il fatto di non trovarci alcuna moneta lo mise in allarme senza preoccuparlo, aveva fatto ormai suo il mestiere di raggranellare velocemente un po’ di spiccioli ai semafori del centro, quel minimo che bastava da dare al tizio calvo della bottega con l’insegna blu. Faceva così quasi ogni pomeriggio, poco prima della chiusura: un bottiglione di vino bianco dalle anonime cantine romane e dei biscotti al burro e si fotta la dieta mediterranea! Ne tracannava subito tre lunghi sorsi, poi, una volta rincasato alla stazione, ne lasciava un po’ di riserva per la notte, ben conscio dell’impennata di valore che presto avrebbe avuto quel veleno; se le contrattazioni notturne andavano male lo finiva da sé. Il mangiare non lo aveva mai preoccupato, la carità umana concedeva facilmente un panino, un piatto caldo d’inverno o della carne magari vecchia di giorni, ma di alcol nemmeno a parlarne, niente vizi per chi aveva scelto sulla propria pelle di mantenere quello più dispendioso: la libertà.
Delle grasse risate lo riportarono in strada, il mozzicone di matita nella mano e gli occhi ingialliti, nascosti dalle palpebre per proteggersi dal sole alto in cielo. Avrebbe voluto avere degli occhiali scuri come quelli che, da un paio di settimane, arrivavano puntuali in gigantografia su tutti i vagoni del regionale delle 06:15, binario sei.
«Ehi… vedi che il Natale è finito da un pezzo!» queste parole alimentarono ancor di più le risate. «Che fai, non ci senti? O forse sei muto?» la voce che prima risuonava da dietro gli si materializzò davanti in un sogghigno acido; un bel volto giovane ma scontato.
«Lascia perdere, sarà già ubriaco sto straccione di merda».
Aveva centoquaranta anni, lui.
A quel pensiero si arrestò di scatto, lasciò che tutti i ragazzi che finora lo avevano seguito canzonandolo lo sopravanzassero e, con rapide occhiate, ne contò quattro, sui venti e ben vestiti. Ne potevano avere anche meno di anni e ci voleva poco al cospetto suo per essere giudicati ben vestiti.
«Allora?» chiese il ragazzo che prima lo aveva avvisato che il Natale era finito da un pezzo. Gli si parò davanti a muso duro, attendendo una risposta.
«Che c’è?» faccia a faccia, come faceva con lo specchio nel bagno della stazione.
«C’è che te ne vai in giro vestito da Babbo Natale e Natale è già passato quasi da un mese, c’è!»
Il ragazzo aveva un alito fresco e denti dritti e bianchi. Anche i denti del Generale erano dritti, ma non più così bianchi.
«C’è forse una legge che lo vieta?» pensava ancora ai suoi denti.
«Non ci piacciono i barboni… soprattutto quelli vestiti da Babbo Natale».
Per un attimo gli balenò in mente l’idea di barattare la propria indisponente presenza con qualche moneta, ma due dei quattro lo sgambettarono facendolo finire col muso per terra e l’inquisitore più giovane, con un violento calcio in bocca, gli spappolò le labbra, portandogli via un paio di denti.
«Il Natale è passato da un pezzo, pezzente! Che testa di cazzo… forza tagliamo la corda» perdendosi tra la piccola folla che già si era riunita attorno al luogo dell’aggressione.
Il sangue caldo giù per la gola lo liberò dal pessimo alcol ingurgitato per colazione, al centro della chiazza sul marciapiede si poteva vedere affiorare un dente, sembrava nascere come isola vulcanica da quel puzzolente mare di dolore.
«Che schifo!» i miei denti…
«Si vergogni!» le mie mani…
«Ma guarda un po’ tu!» la mia faccia…
Voci identiche, cerose, intimidite e nauseate dalla vista di quel Babbo Natale in ritardo sul calendario, carponi sul proprio vomito, il sangue sul mento a sostituirsi alla classica finta barba bianca. E i regali dov’erano?
«Aaaahhhh… maledettoddiooo levatevi tutti dai piedi!» sputando sangue davanti a sé, la schiena inarcata e le braccia tremanti.
Una pedata insicura ma carica d’odio schiacciò la sua testa di pera contro l’asfalto, il dente-isola gli si conficcò nella guancia come a voler rientrare lì dove era venuto via, le braccia lo abbandonarono, facendolo scivolare in avanti con le gambe comicamente divaricate all’indietro.
«Vergogna! Vergogna!» risuonò ancora una voce, poi secoli dopo una mano ferma lo afferrò da sotto l’ascella.
Aveva immediatamente riconosciuto quel modo di prendere tipico delle forze dell’ordine, si lasciò alzare. Cadendo per la seconda volta si era ferito alla testa, il sangue scivolava dentro l’occhio accecandolo, si univa al fiotto che ancora veniva fuori dalle labbra, alimentando sempre di più la barba finta che non c’era. E nemmeno i regali c’erano. Non riusciva a distinguere chi lo avesse colpito né chi lo stesse tirando su dalla strada, ma era consapevole che presto le sarebbe caduto contro di nuovo, e una volta ancora, e ancora una volta, e sempre più cattiva sarebbe stata con lui, perché tutto è cattivo quando ci si sbatte contro.
Sentiva attorno a sé quelle voci perdersi in sazi commenti, il vestito rosso lo stava facendo sudare e il sangue era più amaro del vino la mattina.
«Voglio le mie cose… raccogliete tutte le mie cose, sono mie!» indicando, pur senza vedere, lì dove erano scivolate via dalla tasca della giacca: le matite, i tappi, gli elastici e tutto il resto.
Nessuno gli diede ascolto, la morsa sotto l’ascella s’indurì fino a provocargli ancora più dolore, costringendolo a lasciarsi guidare senza fare resistenza. Arrivò una sberla, ancora sangue… se l’era meritata, giusto così.
«Ehi… Buon Natale Babbo Natale, Buon Natale!» sentì una voce lontana risuonare stretta tra l’incavo di mani pulite e senza calli.
Avrebbe voluto provare odio, in una qualsiasi forma possibile, rabbia o forse anche rimorso per essersi agghindato come un idiota in quel vestito rosso e non aver saputo prevenire la vigliaccata dei quattro teppisti. Riusciva invece solo a pensare a come sarebbe stato strano vedere il riflesso della sua faccia deturpata e non trovarvi più quel dente che per centoquaranta anni era rimasto lì al suo posto.
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