Ha descritto, in soli undici racconti, le crudeltà, le efferatezze, i sentimenti di vendetta e le pulsioni più intime della miserabile esistenza umana. Ha raccontato di vite spezzate, di sogni infranti, di incubi ricorrenti, propri di tutti noi. È andato a scovare negli antri più reconditi della coscienza comune quel silenzioso istinto animale che, quotidianamente, ci sforziamo di nascondere, di zittire, di soffocare, e lo ha riportato alla luce in tutta la sua cruda violenza. Senza lasciarci possibilità di redenzione né di salvezza. Stiamo parlando di Gianni Tetti, giovane scrittore sardo, che ha da poco esordito con un libro di racconti, I cani là fuori (Neo Edizioni, 2009), riscuotendo un discreto successo di critica.
Un libro che sconvolge, dunque, che contorce le viscere, che non lascia scampo neanche al lettore più temprato. A partire proprio dal titolo, ripreso direttamente da una frase di uno dei racconti, dal quale si intuisce subito il parallelo uomo-cane, come a voler richiamare una sorta di binomio inscindibile umano-bestiale: «I miei personaggi in un certo senso sono cani, o lupi, prede o predatori, e abbaiano, ululano o semplicemente fanno le cose esclusivamente in base ad un istinto che neppure riescono a capire. I cani sono quindi il parallelo dell'uomo. Un uomo che non ha il libero arbitrio, che non sceglie e non sa scegliere. Il problema è che questi uomini cani non hanno un padrone che possono riconoscere. Le convenzioni sociali sono il vero padrone».
Un’umanità cinica, dunque, e completamente allo sbando che sembra sciogliersi dai lacci illusori dell’ideale civile, per esplodere e dar sfogo a tutta la brutalità che è propria di ogni individuo: «Raccolgo sensazioni nell'aria della città e ci costruisco personaggi. E alla fine vengono fuori questi tipi che comunque sono esseri umani verosimili, persone che potresti incontrare ovunque. C'è solo un piccolo scarto di follia che li distingue, per un piccolo momento della loro vita insignificante. E questo alla fine succede a tutti, ma proprio a tutti».
Gli undici racconti, accomunati dalla medesima ambientazione – probabilmente Sassari, o forse un paese qualsiasi della Sardegna, oppure, peggio, un qualunque angolo del nostro pianeta -, sono sapientemente uniti assieme da un filo conduttore che l’autore ha saputo tessere in maniera quasi impeccabile: «Mentre scrivevo le prime storie non pensavo di collegarle l’una con l’altra. Poi mi sono reso conto che quasi naturalmente avevano delle cose in comune. Quindi nei racconti seguenti sono stato più attento a questo aspetto. Alla fine ho ripreso l’intero libro come se ogni racconto fosse il capitolo di un'unica storia collettiva, e ho rivisto tutto in questo senso. Una sorta di romanzo polifonico dove tanti personaggi diversi si muovono nello stesso ambiente, hanno le stesse speranze, vivono esperienze simili, si incrociano, si guardano magari distrattamente o si ignorano del tutto non sapendo l’uno dell’altro».
Ne viene fuori una raccolta viva e fluida come sangue nero che sgorga da una ferita profonda, un taglio inguaribile, come profonda e inguaribile è la piaga da sempre pulsante nel cuore dell’umanità, eternamente in bilico tra un primordiale e ferino istinto di sopravvivenza da un lato, e un comune senso di appartenenza e di reciproca empatia dall’altro.
© 2010 - 2012 flaneri.com – Tutti i diritti riservati. In attesa di registrazione presso il Tribunale di Roma