Crisis Generation

Il girone degli ingenui

racconto di Fabrizio Miliucci

Filippo Enrico Corrado si sedette sul cesso e cominciò a pensare.
Come al solito s’era alzato tardi quella mattina. Troppo tardi. Aveva la testa piena di inquietudine e strane maledizioni, angoscia e umor nero. Odiava la mattina, odiava la sua vita, odiava se stesso, ecco il fatto qual era. Soprattutto appena alzato.
Si era preparato controvoglia un caffelatte sbandando per la cucina e poi s’era accomodato sul cesso. Pensava, è tardi porco *io! Non ce la farò! Non sono in grado di svegliarmi prima delle undici? No? Allora sono una lurida lumaca strisciante! Mi merito tutte le sfighe di questo mondo!

Filippo Enrico Corrado stava attraversando uno strano periodo di depressione.
Era sempre stanco, dormiva diciotto ore al giorno, non si lavava e non vedeva nessuno, perfino la parola confortante di un amico gli avrebbe causato l’effetto dell’ammoniaca sotto al naso, perciò evitava quanto più possibile di uscire di casa e perfino di muoversi. Ogni tanto poi lo prendeva il pensiero di fiondarsi giù dalla finestra, così, all’improvviso, ma fortunatamente non l’aveva ancora fatto.

I motivi della depressione di Enrico Corrado si potevano ricercare probabilmente in una serie di cause: il fatto che era stato licenziato da poche settimane in maniera ingiusta e soffusamente fascista era quello principale. Seguivano: il fatto che la ragazza l’aveva lasciato e lui non scopava da mesi, il fatto che era praticamente al limite delle sue economie e di là sul comò c’era una mazzetta alta quattro dita di bollette arretrate e più in generale il fatto che il paese in cui Filippo Corrado si trovava a dover rincorrere la propria felicità (l’Italia) era un ammasso di viscida immondizia e stomachevoli, fasulli vampiri approfittatori, raccomandati, massoni, buoni-a-nulla. O almeno così gli sembrava quella mattina, seduto sul cesso, mentre si sforzava di liberarsi del suo magone intestinale.

Dopo aver guardato melanconicamente il suo alter-ego marrone scomparire vorticando dal mondo in superficie, Corrado Enrico si precipitò in camera sua, indossò senza rimorso i vestiti del giorno prima (ed erano quelli del giorno prima già il giorno prima, e il giorno prima ancora, e quello prima...) abbrancò la borsa di cuoio e si gettò per le scale pensando: è tardi mannaggia alla mia stupida testa di cazzo, è tar-di!

In macchina, dopo aver incrociato le dita prima di girare la chiave riprese il filo dei pensieri e finalmente, nel traffico surreale della città, trovò il tempo e la lucidità di fare il punto sugli accadimenti degli ultimi mesi.

1. Licenziamento.
Questo fatto che ho perso il lavoro è un fottuto fottuto problema, va bene. Ma io quel foglio non lo volevo firmare e poi non ce la facevo più a prendermela nel bocciolo ogni minuti otto ore al giorno, quelli sono pazzi oltre che disonesti e bastardi, s’impiccassero... non me ne frega un cazzo di quel lavoro di merda, la posso superare, il vero problema ora è un altro.

2. Povertà estrema imminente.
Qui si rischia seriamente il default, ho autonomia per un mese massimo, da oggi sono in austerity: niente più sigarette, niente più birre, niente più uscite, niente divertimenti, razionamento del cibo e dei consumi, me ne sono andato via di casa solo da otto mesi, se torno adesso è la fine, ma come cazzo è mai possibile che a ventisei anni, nel fiore biologico e intellettuale dell’età non riesco non dico a farmi una famiglia e una casa, ma almeno a badare a me stesso? Che paese di merda!

3. Devo scopare.
Poche storie, qui c’è bisogno di una donna, sennò finisco come i guardoni a inseguire le coppiette a Villa Borghese.

Dopo quest’ultima riflessione considerò il suo ritardo (quindici minuti esatti, niente male campione!) avvistò un posteggio su strisce dal colore indefinito, spense il motore, aprì lo sportello, scese e affondò il piede in una pozza di acqua grigia. Si lasciò scappare quella stramaledizione che coinvolge il buon nome di Nostro Signore e il miglior amico dell’uomo, ad altissima voce. Dal bar vicino i vecchietti sentirono e si ammutolirono.

La tipa lo fece accomodare in un corridoio trafficato da strani personaggi dall’aria sbrigativa e gli disse di riempire il modulo.
Dopo cinque minuti tornò a prenderlo e lo portò in una stanzetta.
«Mi parli della sua ultima esperienza lavorativa».
«Sssì... l’ultima? Be’... si tratta di una permanenza presso una prestigiosa casa editrice universitaria grazie alla quale ho potuto esplorare una realtà dinamica e stimolante, che mi ha insegnato a lavorare in gruppo e...»
«Ha mai fatto esperienze di vendita telefonica?»
«No».
«Lunedì inizia il corso, in bocca al lupo».

Ecco, tutto questo casino per niente, e che ci vuole a trovare un lavoro in Italia? Pensò Filippo scendendo le scalette del call-center. Gli veniva da vomitare, ma un po’ era anche sollevato, come dire? Disgustosamente felice, provò in quel momento l’esotica sensazione di sentirsi con un piede nell’abisso e uno sulla vetta, ma la cosa comunque non funzionava.

Pochi passi più in là provò a riconsiderare la questione. Ho sempre creduto che quella sottospecie di tipografia dove stavo prima fosse il purgatorio, un purgatorio ironico e sottile, immobile, ingiusto, assurdo. Bè, eccomi all’inferno, questo posto è davvero una bolgia mefistofelica... quanto sono stato ingenuo ad arrivare fin qui... da oggi mi trovo nel girone degli ingenui.

Pochi passi più in là provò a riconsiderare la questione una seconda volta. Vediamola così: ok, va bene, sono all’inferno, ma come dice Di Caprio nel trailer di The Beach: «Per arrivare al paradiso bisogna prima attraversare l’inferno». Da oggi comincia una lunga risalita per me, basta con questo muso. Ci vuole ottimismo!

Quando arrivò alla macchina montò d’impulso e fece per avviare il motore con gesto civettuolo, si fermò un istante, scese, si sporse sul parabrezza e staccò una multa dal tergicristalli.
Per la terza volta nell’arco di poche ore tirò in ballo nei suoi affari terreni il Creatore. I vecchietti al bar non c’erano più.  


12 Dicembre 2011




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Commenti



alle 16:37 del 14 Dicembre 2011

senzaparole dice:

Tirare in ballo nei propri affari terreni il Creatore fa bene alla salute...
Tuttavia ci vuole sempre un po di ottimismo in più.

alle 2:12 del 15 Dicembre 2011

odoacre globus dice:

Bello e coinvolgente. Credo che molti giovani Italiani vi ci possono tranquillamente immedesimare.

alle 10:22 del 15 Dicembre 2011

Lisetta dice:

Io ho lavorato nei callcenter per anni...non è poi tanto male...

alle 7:34 del 16 Dicembre 2011

Sal dice:

Niente male, niente male davvero..

alle 11:19 del 16 Dicembre 2011

Mariano dice:

Davvero un bel racconto! Per quanto ottimismo ci voglia, le multe del Creatore restano impagabili!

Un saluto,

Mariano

alle 20:58 del 17 Dicembre 2011

mala mente dice:

Ai laik it
kid'amì

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