Il sergente Ratzenberger camminava a passo svelto verso la casa di pietra vicino al campanile. Alto, il volto eccessivamente magro rovinato dall'acne giovanile che impietosa aveva lasciato i segni del suo passaggio, l'ufficiale della Wehrmacht si trovò, senza rendersi conto, a fissare gli Appennini che abbracciano Sarnano. Gli ricordavano le Alpi, quelle vette senza neve. Le Alpi e le estati della sua infanzia trascorse tra Lavarone e Grado, tra montagna e mare. Dieci anni almeno. Tre mesi l'anno.
L'Italia come destino, prima pigra meta di villeggiatura, poi proprietà da difendere, dopo lo sfondamento alleato della Linea Gustav.
Ratzenberger bussò alla porta della casa di pietra dopo essersi sistemato la giacca della divisa. Alle sue spalle, l'oberschütze Braun lo seguiva in silenzio.
La porta si aprì rivelando un uomo di circa quarant'anni, dal fisico asciutto e i capelli lucidi di brillantina. Chiese con un sorriso di timore e cortesia cosa volessero.
«Voi siete il signor Mario Maurelli?» domandò Ratzenberger. Il suo italiano era quasi perfetto.
«Sì, cosa desiderate?»
«Mario Maurelli l'arbitro di calcio?»
«Esattamente, è successo qualcosa?»
«Signor Maurelli, sarò breve. Le mie truppe sono stanche e demotivate. Siamo lontani da casa da troppo tempo e soprattutto i giovani iniziano a sentire una forte nostalgia. Penso che voi possiate aiutarci a ridare un po' di morale ai soldati».
«Scusate sergente, ma non capisco proprio in che modo possa essere utile». Maurelli era visibilmente agitato per la presenza dei nazisti in casa sua. Temeva volessero sapere qualcosa di suo fratello. Un mese prima avevano catturato Decio Filipponi, capo di una banda partigiana responsabile della morte di tre nazisti. Il suo corpo impiccato era rimasto appeso nella piazza di Sarnano per una settimana.
«Voglio organizzare una partita di calcio e voi dovrete trovare undici giocatori per l'Italia. Servono dei ragazzi tra i diciassette e i ventidue anni che possano giocare contro le leve più giovani del battaglione. Sono convinto che vostro fratello potrà darvi una mano a trovare qualche calciatore».
A Maurelli si gelò il sangue nelle vene. Suo fratello Mimmo era nascosto da mesi tra le colline intorno a Sarnano insieme ad altri disertori e partigiani. I contatti con gli abitanti del paese erano sempre stati pochissimi, tutti avevano prestato la massima attenzione per non far scoprire il gruppo ai tedeschi. Ratzenberger fissava ora l'arbitro con uno sguardo duro e minatorio. Maurelli sentiva il sudore colargli sotto la camicia, disegnando una traccia unica dal collo al fondo schiena.
«Non sono qui per vostro fratello, signor Maurelli», disse il sergente con un tono fermo ma in cui era possibile percepire una nota quasi suadente, «né per gli altri ragazzi. Davvero il mio unico interesse è riuscire a sollevare l'animo delle mie truppe. Garantisco personalmente l'incolumità della vostra squadra, ma pongo una sola condizione. Anzi, due».
Maurelli deglutì, si tolse il sudore dalla fronte lucida con la manica della camicia e chiese con un filo di voce quali fossero queste condizioni.
«Vostro fratello Mimmo deve giocare la partita. Voi, invece, dovrete arbitrare l'incontro».
L'arbitro deglutì di nuovo mentre annuiva. Si sentiva mancare le ginocchia.
«Abbiamo un accordo allora. Avete tre giorni di tempo per trovare la squadra. Il primo aprile alle quindici si gioca. Il campo è quello dietro San Filippo».
Un doppio battere di tacchi annunciò l'uscita dei soldati. Maurelli si sedette su una sedia in cucina. Con le mani continuava ad accarezzarsi le guance, fissando il vuoto.
Il pomeriggio del primo aprile 1944, una folla si riversò al campo dietro la chiesa di San Filippo. I tedeschi, con i fucili in mano, sedevano a bordo campo, scherzando e ridendo con i giovani in maglia bianca e pantaloni corti che effettuavano esercizi di riscaldamento. La squadra degli italiani non si era ancora vista. Maurelli aveva assicurato al sergente Ratzenberger che la partita si sarebbe tenuta. Adesso, a centrocampo con il pallone sotto braccio, la divisa nera tirata fuori dalla naftalina per l'occasione, controllava l'orologio impaziente. Mancava solo un minuto alle quindici. Suo fratello Mimmo aveva detto che si sarebbero presentati.
Avevano discusso a lungo nei pochi giorni prima dell'incontro. Non era stato facile decidere se accettare la sfida o lasciar perdere. Potevano cadere prigionieri dei nazisti, Mimmo e gli altri, presentandosi al campo. Una loro assenza avrebbe potuto scatenare la collera dei tedeschi, con il rischio di ripercussioni su tutto il paese. «Giochiamo, però facciamoli vincere, senza dare nell'occhio. Sbagliamo un paio di passaggi nella nostra area, tiriamo fuori anziché mirare e novanta minuti passano in un attimo», si erano detti i fratelli.
A venti secondi dall'inizio, i giovani italiani fecero ingresso dalla porticina laterale del campo di terra. Indossavano maglie blu o azzurre e pantaloni corti di tela. Ai piedi portavano scarpe da montagna. Erano giunti di corsa dai loro nascondigli, scendendo le colline per fare ritorno al loro paese in cui erano fuori legge. Erano undici contati, trovarne di più non era stato possibile.
L'arbitro li conosceva uno ad uno: Santucci, il portiere, famoso in tutta Sarnano per le sue acrobazie da saltimbanco; Italo Lucarini, terzino di volata, saggio e riflessivo, nonostante la giovane età; Ettorini, terzino di posizione, un armadio amante della lotta greco-romana, cuore d'oro ma piuttosto lento; Di Nola, mediano esterno destro; i fratelli Moretti, rispettivamente mediano esterno sinistro, Arrigo, e interno destro, Pietro; Mimmo Maurelli, suo fratello, il più vecchio della squadra, interno sinistro che completava, con Ghedini nel ruolo di centromediano metodista, il centrocampo; Lucarelli Amintore, ragazzo di bottega dal barbiere come ala destra; Valter Grattini, implacabile sciupafemmine come centrattacco e l'instancabile Gregucci, rapido corriere tra il paese e i partigiani, sulla fascia sinistra.
L'arbitro fischiò il calcio d'inizio. Le squadre apparvero da subito molto confuse, incerte su come affrontare la partita. I tedeschi, in particolare, che mai avevano giocato prima tutti assieme, non riuscivano a forzare le linee italiane organizzate in una riproposizione approssimativa, ma efficace, del metodo di Vittorio Pozzo.
Al decimo minuto Ghedini apriva sulla destra per Lucarelli che agganciava e si involava sulla fascia. Giunto sul fondo, il numero sette faceva partire un cross lento di facile presa per il portiere, memore delle indicazioni dei Maurelli prima dell'incontro. Grattini, però, con un guizzo, anticipava di testa lo stopper tedesco e il portiere, insaccando in rete. Se tra gli altri azzurri il panico si propagò come i pidocchi in un asilo, il giovane Valter si produsse in un'esultanza con braccia al cielo a favore delle numerose ragazze raggruppate a bordo campo, prima di essere raggiunto da Lucarini che gli ricordò a suon di bestemmie e spintoni che loro non dovevano assolutamente segnare.
Si proseguì sull'uno a zero, quindi, con gli italiani che rinunciarono a proporsi in qualsiasi tipo di iniziativa offensiva attendendo l'avanzata avversaria. I tedeschi, però, imprecisi e disorganizzati, riuscivano a fatica a concludere verso la porta con tiri sbilenchi e inoffensivi. Maurelli e gli altri temevano particolarmente il nervosismo di Ettorini, che incontrava particolari difficoltà nel contrastare il suo uomo, il numero sette nazista, dotato di una tecnica più che discreta non supportata, però, dagli altri fondamentali. Dopo che era stato superato due volte con il tunnel, l'arbitro vide chiaramente la vena del collo di Ettorini gonfiarsi oltre modo, nella stessa maniera in cui tante volte l'aveva vista saturarsi di sangue durante gli incontri di lotta. Temette per la peggiore delle reazioni da parte del roccioso terzino.
Nonostante la passività degli italiani, però, i tedeschi non riuscivano a raddrizzare la partita. Erano scarsi, i giovani nazisti, tanto scarsi.
A cinque minuti dalla fine il risultato era ancora fermo mentre gli invasori cercavano di organizzare una manovra sulla trequarti italiana. L'arbitro seguiva l'azione da vicino.
Dopo una serie di scambi rapidi il numero dieci tedesco apriva sulla sinistra verso l'ala che, palla al piede, partiva puntando Lucarelli. Per un istante, gli sguardi del terzino e di Mario Maurelli si incrociavano in una muta intesa. Il numero due azzurro anticipava con ben celata intenzione l'intervento sull'avversario andando a vuoto e lasciando il passaggio al tedesco che, libero da marcature, entrava in area e faceva partire un destro che superava il portiere Santucci e consegnava il pareggio ai tedeschi. Gli italiani tirarono un sospiro di sollievo mentre i tedeschi esultavano con i loro commilitoni.
Nel minuto finale i partigiani erano in attacco in un'azione corale di contropiede. Dalle retrovie partì un lancio lungo e tutta la squadra iniziò a correre seguendone la traiettoria. Fu in quel momento che Maurelli si portò il fischietto in bocca e decretò la fine dell'incontro.
Gli undici ragazzi italiani non smisero di correre. Ignorando il volo della sfera proseguirono la loro corsa e infilarono la porticina laterale dalla quale erano entrati in campo, spingendosi ancora oltre, verso le colline, verso i loro rifugi, con un sollievo di libertà nel cuore dato dalla consapevolezza che, in fondo, anche con poco cibo e senza allenamento, i tedeschi si potevano sconfiggere, una volta per tutte.
© 2010 - 2012 flaneri.com – Tutti i diritti riservati. Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Roma – Autorizzazione N. 54/2012 del 15/03/2012