Diario dal fronte

La fine: parte prima

racconto di Marco Biasioli

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Oggi sono sceso a comprare pane e salame. Sono sceso pensando che di lì a poco avrei mangiato. Ho attraversato la strada e sono entrato dal droghiere. La bottega del droghiere era sporca e polverosa, non vi era un alito d’aria, né filtrava luce. Nella semioscurità ho chiesto pane e salame, contento di riceverli subito. Tornato a casa però, al primo morso, ho avvertito un sapore penetrante di muffa. Il salame e il pane erano verdi. Li ho tirati ai gatti randagi, che ne facciano quello che vogliono. Sono sceso di nuovo dal droghiere e l’ho trovato che dormiva, in un angolo. L’ho svegliato, sollecitandolo gentilmente a darmi altro pane e salame. Mi ha risposto che non ne aveva più, li aveva finiti. Sono uscito fuori e ho pianto.


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Oggi mi sentivo debole, più debole del solito. Ho raccolto le mie quattro ossa e sono andato in farmacia. Il farmacista mi ha adocchiato impaurito e ha fatto per nascondersi dietro il bancone. «Scusi», ho detto, «ha qualche integratore alimentare, qualche multivitaminico?» Il farmacista ha scosso la testa. «Qualche rimedio erboristico, omeopatico, contro la stanchezza?» Il farmacista è rimasto in silenzio. «Qualche supposta per la febbre, qualche droga per l’emicrania, qualche purga, sonnifero, veleno?» Il farmacista mi guardava con occhi sgranati. Lentamente, come una serpe, si è eclissato dietro il bancone. Mi sono alterato per la sua poca professionalità. Uscendo, gli ho rubato dei flaconi che stavano sull’espositore, ma scopro ora che sono collutori. Li userò lo stesso, magari per profumare il water.


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Oggi sono andato alla Biblioteca Nazionale, non sia mai che mi venisse voglia di leggere. Al bancone ho trovato una donna, intenta ad analizzare un piccolo calendario. La sua faccia miope era appiccicata al foglio, mentre tutta gobba faceva scorrere un dito dall’alto verso il basso. Ho fatto per aprire bocca ma quella mi ha fermato: «Sssht! Sto cercando di imparare tutti i santi a memoria!» «Ah! Allora la metto subito alla prova: 28 gennaio?» «San Tommaso d’Aquino!» Mi sono guardato intorno. La biblioteca era deserta e mal illuminata. Sembrava notte, eppure fuori c’era il sole. Ho guardato di nuovo la donna. Il sorriso non le entrava più nella faccia.


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Oggi ho ritirato le analisi. Allo sportello il tipo giocherellava con una papera di gomma che starnazzava ogni volta che la si tirava per la zampa. Ho chiesto gentilmente i referti. In tutta risposta il tipo si è girato e ha preso a palpeggiare un’inserviente che passava di là col mocio. Ho chiesto nuovamente i referti. Stavolta il tipo mi ha guardato per qualche secondo, poi ha intonato una canzonetta: «Vole i refertiii, ahò, questo qua vole i refertiii, c’ha frettaaa, ahò, c’ha frettaaa!» L’ho guardato a lungo, ammutolito. Finalmente si è alzato, scomparendo tra gli scaffali. È tornato con il fascicoletto. «Jele do?», ha fatto a un collega, «jele do o nun jele do?» Il collega si è messo a ridere. «Lei non si vergogna mai?», ho sussurrato io, non potendomi trattenere. «Che c’hai fretta de sapé se sei malato? Er pupo è malato! Uèèè, uèèè!» Gli ho strappato le analisi di mano; la gente intorno aveva iniziato a osservarci. Ho riacquistato un po’ di calma e pregato il tipo di non fare ironia su questo genere di cose, metti che ero malato veramente. Mi ha risposto con un ghigno: «Eddaje, e che c’avresti, daje, dicce!» Qui mi è venuta l’idea di vendicarmi: se fingo di avere un male incurabile lui vivrà nel senso di colpa il resto della vita. Ho così aperto i referti, strabuzzato gli occhi e afferrato il suo braccio: «Ho un tumore!», ho esclamato, colmo di pathos. «E meno male!», ha sghignazzato quello, scansandomi la mano. 


2 Febbraio 2012




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