Diario dal fronte

La fine: seconda parte

racconto di Marco Biasioli

xx/xx/xxxx

Oggi mi sono svegliato con voglia di caffè, così sono sceso al bar sotto casa e… «Un caffè», ho detto al barista. Questi ha annuito gravemente e gravemente ha risposto: «Subito». Mentre sorseggiavo con delizia il mio caffè, un tipo si è avvicinato al bancone: «Un caffè, buono, mi raccomando: un buon caffè!» Poi mi ha guardato sollevando il mento. Un minuto dopo stava bevendo il suo caffè. Teneva le sopracciglia alzate, con autorità, gli occhi semichiusi e la bocca a culo di gallina. L’ho guardato male. Mi aveva rovinato il caffè. Mi sono avvicinato e gli ho tirato un calcio sullo stinco. Il caffè gli si è rovesciato sul paltò. «Ti è tutto dovuto, eh? Tutto?» Ho urlato, e sono corso fuori dal bar.


xx/xx/xxxx

Oggi per le scale ho incontrato il mio vicino. Lui saliva, io scendevo. «Salve», gli ho fatto. Quello in tutta risposta si è fermato, mi ha guardato ed è passato oltre senza dir nulla. Non saluta mai, il mio vicino; non ha mai salutato in tutta la sua vita. «Scusi, non le hanno insegnato che salutare è buona educazione?», gli ho urlato dietro. Quello si è girato con la sua odiosa faccia da demente; poi ha salito le scale che gli rimanevano e, avvicinatosi alla mia porta, si è pulito le scarpe sullo zerbino. Lentamente, con voluttà, sul mio zerbino! Sono scattato su per spaccargli la testa ma quello, svelto come una lepre, è volato dall’altra parte del pianerottolo, ha aperto in men che non si dica ed è entrato, richiudendo di colpo. Stavo per agguantarlo e non potendo frenare la rincorsa ho dato una testata sulla porta, rovinando, mezzo morto, a terra. Ora ho un bernoccolo grosso come una palla da ping-pong, al centro della fronte.


xx/xx/xxxx

Oggi giornata grigia. Sono sceso a Termini perché volevo guardare i tabelloni della stazione. Mi piacciono entrambi, quello delle partenze e quello degli arrivi. Ho trovato libero il mio solito posto equidistante dai due tabelloni. Mi sono piantato lì e ho sorriso beato. Il tempo, in queste occasioni, si ferma. Finiscono per non interessarmi né i treni, né le città. Non leggo più né gli orari, né i ritardi. Dimentico tutto. C’è solo il leggero, ritmico clak clak delle tesserine. Il loro roteare veloce mi scorre davanti agli occhi come un messaggio dall’altro mondo. Niente e nessuno mi ricorda che esisto.


xx/xx/xxxx

Oggi camminando ho visto mia madre. Era lei. L’ho seguita. Deve essersi accorta di me perché ha iniziato a correre. Correva così veloce che non riuscivo a raggiungerla. Arrivati a Santa Maria in Trastevere si è infilata dentro la chiesa. Come un razzo l’ho rincorsa. La chiesa era affollata e per un attimo l’ho persa. Poi, ecco, l’ho vista. Mi spiava spaventata da dietro una colonna. Ho avuto un sussulto. Qualcuno mi ha preso forte per la spalla e mi ha scaraventato fuori. «Le sembra giusto importunare delle povere signore?», mi ha urlato il carabiniere, «se ne vada!» Sono tornato a casa. Non gli ho detto che quella era mia madre. Nessuno deve sapere che ho una madre.


16 Febbraio 2012




Chiudi




Commenti



Lascia un commento

Nome:

Indirizzo email:

Sito web:

Scrivi nella casella di testo sottostante la parola che appare nell'immagine (è un sistema per prevenire commenti automatici).


Ricorda i miei dati personali.

Avvisami quando verranno lasciati altri commenti.


© 2010 - 2012 flaneri.com – Tutti i diritti riservati. Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Roma – Autorizzazione N. 54/2012 del 15/03/2012