Quella notte non potevo sapere. Non potevo sapere che Bertoni avrebbe segnato quasi sul finire del secondo supplementare. Non potevo sapere che Cruijff e Breitner avevano rifiutato le convocazioni delle loro nazionali, provocando l’ira di Videla. Non potevo sapere che l’Argentina avrebbe vinto il suo primo mondiale, in casa, davanti alla sua gente, davanti ai suoi aguzzini. Non potevo sapere che fine avesse fatto mio fratello Diego Marcelo, prelevato dall’esercito la notte in cui non vennero spezzate solo le matite. Ora so che morì volando, insieme a tanti altri, con un buco in pancia e un’orgia di squali a spartirsi la sua carne scura, nell’Oceano Atlantico.
Quella notte, la notte del 25 giugno 1978, non sapevo nulla del mondo. Quella notte era la mia quarantesima notte alla Escuela mecánica de la Armada. Ne avrei passate lì altre ventotto. Mi arrestarono un giorno durante un blitz alla Unión Estudiantil Secundaria, dove ancora cercavo notizie di Diego.
La cella che dividevo con altre trentadue persone doveva essere la palestra dell’accademia; uno stanzone grigio e vuoto con il pavimento in linoleum azzurro. Dormivamo per terra, mangiando fagioli con riso una volta al giorno. Non c’era luce elettrica, una sola finestra, in alto, sul muro, minuscola. Era proibito parlare tra di noi o rivolgerci alle guardie.
Al centro della stanza c’era una gabbia di circa quattro metri per quattro. Era dotata di un letto e di un gabinetto, l’unico. I secondini la tenevano chiusa a chiave. Durante i miei primi giorni di prigionia era sempre vuota. Capii solo in seguito a cosa servisse. Una mattina venne portato un nuovo prigioniero e venne sistemato nella gabbia. Aveva il volto distrutto dai calci dei fucili e dai manganelli. Gli venne servita una bistecca al sangue e vino rosso su cui si gettò con avidità. «Vedete? Sappiamo essere riconoscenti con chi collabora», ci disse El Rabioso, il capo delle guardie, un gigante con il volto sfigurato da un’enorme cicatrice. Per una settimana assistemmo ai pasti sempre più pregiati che l’uomo nella gabbia consumava con animalesco trasporto. Il profumo delle pietanze era devastante. Poi, uno dei prigionieri – si chiamava Victor, lo avevo visto spesso a Plaza Miserere, alla Balvanera – iniziò a tremare di rabbia e scaraventò la sua scodella contro la gabbia, urlando: «Porco! Traditore! Bastardo!», schiumando e scagliandosi contro le sbarre. Venne portato via dalle guardie. L’uomo della gabbia venne tirato fuori. El Rabioso gli sparò un colpo di pistola alla nuca davanti a tutti. Il cadavere rimase in un angolo della cella per tre giorni, prima che lo portassero via.
Victor venne riportato indietro la sera stessa: El Rabioso lo sistemò personalmente nella gabbia, sputandogli addosso la liquirizia che stava ciancicando. Il volto di Victor era una maschera viola e rosa. Al posto degli occhi aveva due bozzi tumescenti e umidi. Il naso era piegato a sinistra, quasi a toccare la guancia. Solo i denti erano tutti al loro posto.
Nei giorni seguenti non gli venne servito cibo. Solo una tazza d’acqua, la mattina e al tramonto. Una sera uno dei prigionieri cercò di passargli il fondo della sua scodella attraverso le sbarre. Fu El Rabioso ad accorgersene. Il rumore dell’avambraccio spezzato dalle mani nude e callose del carceriere ancora mi sveglia la notte, più di trent’anni dopo, nel mio letto di Córdoba dove dormo con mia moglie Juanita. La mia Juanita. Fu il suo pensiero, il suo ricordo, a non farmi impazzire. Chiudevo gli occhi nella cella e vedevo le sue caviglie sottili, i lobi delicati, le dita lunghe. Mi dicevo che dovevo resistere, perché le avevo promesso che l’avrei sposata, un giorno, e lei non sopportava che non rispettassi gli impegni.
Victor venne portato via dopo giorni di digiuno. Lo trascinarono fuori dalla gabbia in due.
Ricomparve tre giorni dopo, sottobraccio a El Rabioso. Sembrava invecchiato di quindici anni, le guance scavate quasi si toccavano tra loro. «Fai un sorriso ai tuoi amichetti, avanti», disse il carceriere mentre lo trascinava verso la gabbia. Victor mostrò alla cella il forno enorme e vuoto che un tempo era stato la sua bocca. I denti non c’erano più, al loro posto correvano due archi rossi di sangue e gengive vive e urlanti. Si sistemò sul letto, tossendo sangue, e rimase immobile per molto tempo.
Cosa gli avessero fatto lo venni a sapere solo la sera della finale. L’Accademia si trovava a non più di trecento metri dall’Estadio Monumental. Dalla finestra si sentivano i tifosi in marcia verso lo stadio. Durante le partite vigeva una sorta di implicita sospensione dell’orrore. I carcerieri si riunirono, come le altre volte, in una stanza vicina con la radio. I prigionieri, ammassati sull’uscio, lanciavano nel breve corridoio le orecchie come reti da pesca, cercando di cogliere informazioni e notizie. «Come sta andando?», ogni tanto qualcuno aveva il coraggio di domandare. «¡Estamos ganando!», rispondeva una delle guardie, trattenendo a fatica l’entusiasmo, mentre i detenuti, denutriti e puzzolenti, nei loro stracci lerci, dimenticavano per un istante le mura del carcere e si immaginavano allo stadio a esultare tutti insieme, prigionieri e secondini.
Io li odiavo. Odiavo i calciatori che servivano il potere corrotto con le loro vittorie. Odiavo gli stranieri, gli olandesi grassi e pallidi che venivano in vacanza nel nostro paese, ingozzandosi di empanadas e bife de lomo,ignorando la corruzione e la morte. Odiavo il popolo idiota, la folla allo stadio. Odiavo i miei compagni di prigionia, che si riconoscevano in un “noi” con quelle bestie che ci avevano tolto la dignità, che sarebbero tornate a massacrarci al fischio finale.
Nella cella ero rimasto solo, con Victor immobile nella gabbia. Mi avvicinai a lui strisciando a terra, controllando che l’orda sull’uscio continuasse a farmi da scudo, proteggendomi dal ritorno di El Rabioso e degli altri.
Lo chiamai per nome. Dalle sbarre giungeva fortissimo un tanfo di feci e urina, di vomito e sangue marcio. Victor si mosse, lentissimo, destato dal suo nome. Mi guardò con un occhio solo. Era spento, come morto.
«Victor, ti ricordi di me? Sono Esteban, della Balvanera, il fratello di Diego Marcelo». Sentendo il nome di mio fratello l’occhio sembrò per un istante animarsi di vita.
«Sì, Victor, Diego, della Ues. Che ti hanno fatto, amico mio?»
Ci fu un lungo silenzio, riempito dai cori dello stadio e dalle imprecazioni delle guardie, poi Victor iniziò a parlare, rimanendo immobile sulla branda, l’occhio fisso davanti a sé. La sua voce sembrava arrivare da un altro tempo: «Io non volevo, sai? Io non volevo dire niente. Ho resistito ai pestaggi, sono rimasto zitto. So resistere al dolore, sai? Mi sono allenato a farlo, col fuoco, con le botte prese. So correre con le ossa rotte, se serve, sai? Ma avevo fame e a questo non ero preparato. Perché ci vogliono ridurre come le bestie, lo sai? Ci mettono a digiuno e poi ci scagliano l’uno contro l’altro. Come cani in un’arena. Io ci ho provato, lo giuro su mia madre. Ho provato a resistere. Ma il mio corpo urlava “Cibo! Cibo!”, e si è messo a parlare lui per me. Io sarei stato zitto, te lo giuro. È stato lui, a parlare, non io. Io resistevo, sai? Sì, anche legato su quella sedia, con davanti più cibo di quanto un uomo possa mangiare in un mese, io resistevo. Anche quando quell’uomo in giacca e cravatta mi ha iniziato a parlare, con i suoi occhiali piccoli, dicendomi benevolo che tutto poteva essere mio, bastava che facessi dei nomi, io resistevo. Forse sono stati i profumi e gli aromi che l’hanno convinto, forse il tono rassicurante di quell’uomo e del suo abito impeccabile, o il fatto che da una porta continuassero a entrare cuochi con vassoi fumanti in mano. Forse si è spaventato quando ha sentito la cravatta di quell’uomo che sembrava tanto buono dire i nomi dei miei fratelli e di mia madre, i loro indirizzi. Sì, forse è per questo che il mio corpo ha parlato, mentre io gli urlavo “No! Zitto! Non devi!” Ma lui non mi ascoltava e parlava e diceva che Pedro era nascosto lì, che Damian era in Uruguay, che ora comandava Enrique. Io gli ripetevo di tacere, ma lui proseguiva, senza tregua. Poi quell’uomo mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto che ero stato bravo. Quello sfacciato del mio corpo allora gli ha chiesto se finalmente potevo mangiare e lui gli ha risposto di sì. Ma non mi hanno sciolto. Due uomini mi si sono messi ai lati e hanno cominciato a premere le loro mani enormi sulle mie spalle, tenendomi schiacciato al suolo. L’uomo rassicurante si è tolto la giacca. Ha aperto una valigetta su un tavolino, si è infilato un grembiule e dei guanti di lattice, poi è tornato verso di me con in mano un bisturi e delle tenaglie. Mi hanno aperto la bocca con forza e quell’uomo con gli occhiali piccoli che fino a poco prima avevo creduto buono, ha iniziato a staccarmi i denti dalla bocca, con freddezza e metodo. Io urlavo e ogni tanto svenivo per il dolore, ed era il dolore stesso a risvegliarmi, e continuavo a urlare e a implorare pietà. Non so quanto tempo ci abbia messo. Quando mi hanno sciolto sono caduto a terra vomitando sangue e bile, finché non ho perso i sensi.
Non so dopo quanto ho ripreso conoscenza. Ero ancora nella stessa stanza. L’uomo con gli occhiali piccoli aveva rimesso la giacca e mi guardava sorridendo. “Ecco, ora puoi mangiare”, mi ha detto. Dal tavolo erano spariti tutti i vassoi. Era rimasto solo un piatto, con tre fette di pane duro e secco, e un bicchiere d’acqua con ghiaccio. Poi, ricordo che qualcuno mi ha sollevato da terra e trascinato fino al tavolo. “Devi mangiare tutto, dopo potrai andare”, ha aggiunto l’uomo con gli occhiali, porgendomi il bicchiere. Io ho rifiutato, protestando con quel poco di forza che la disperazione riusciva a darmi, ma loro hanno iniziato a picchiarmi con violenza, riempiendomi di calci e pugni. La prima fetta è andata giù quasi facilmente. La bocca era così piena di sangue che sono riuscito a trasformarla in una pappa molliccia e a mandarla giù. Da lì in poi è stato come mangiare chiodi e pezzi di vetro. “Bravo. Vedrai, presto sarai libero”, mi ha detto l’uomo con gli occhiali, mentre mi portavano via. “Saremo liberi!”, mi gridava il mio corpo, “Vedi che ho fatto bene a parlare?”».
Victor interruppe il suo racconto. Dal suo occhio uscivano lacrime che correvano lungo la guancia esausta, portandosi via il nero del sudicio e unendosi al rosso del sangue della bocca vuota in un rosa sporco che bagnava il grigio della maglia di cotone lurido.
«Non potevi fare altro, Victor. Non mangiavi da troppo tempo, non ragionavi. Ora sarai libero, lo ha detto anche quell’uomo», provai a dirgli.
«Libero, già. Libero. Ma che cos’è la libertà?»
«La libertà è non stare qui dentro, tornare a casa, dai tuoi fratelli e da tua madre».
«No, ragazzo. La libertà è essere a posto con la propria coscienza, non dover temere di finire al cospetto di un giudice che ti dichiari colpevole. E io ora quel giudice lo vedrò ogni giorno, tutte le volte che la mia faccia si rifletterà da qualche parte. E quel giudice saprà sempre di cosa sono colpevole e mi ricorderà i nomi che ho fatto e il destino a cui li ho condannati, ogni volta. Per sempre».
La partita finì in quel momento. La cella si riempì di un’inusuale allegria per circa un’ora, poi tornarono il silenzio e le botte. Non parlai più con Victor. Due giorni dopo venne portato via. Anni dopo ho rintracciato sua madre. Mi raccontò che Victor era stato gettato nel delta del Rio de la Plata, con le mani e i piedi legati, le tasche piene di sassi. Trovò la libertà in fondo al mare, senza specchi che lo potessero condannare.
Io mi sono rifiutato di vedere quella partita per anni. Una sera di maggio del 2006, poco prima dell’inizio del nuovo Mondiale, la televisione ripropose i successi della Nazionale, iniziando da quella finale. L’ho seguita con i miei figli, con il cuore a scandire un ritmo sempre più veloce nel mio petto. Quando ho visto i giocatori salutare le curve, ignorando il palco di Videla, qualcosa si è sciolto dentro di me. E ho pianto per Victor e per sua madre, per Diego Marcelo e per quel braccio spezzato, per l’orrore e la libertà che mai mi era sembrata così enorme.
25 giugno 1978, Buenos Aires, Stadio Monumental
Argentina – Olanda 1-1 (3-1 dopo tempi supplementari)
Argentina (4-3-3): Fillol; Olguín, Galván, Passarella, Tarantini; Gallego, Ardiles, Kempes; Bertoni, Luque, Ortiz
A disposizione: Alonso, Baley, Galvan, Houseman, Killer, Larrosa, La Volpe, Oviedo, Paganini, Valencia, Villa.
Allenatore: Luis Menotti
Olanda (4-3-3): Jongbloed; Brandts, Krol, Poortvliet, Jansen; Haan, Neeskens, W. Van de Kerkhof; R. Van de Kerkhof, Rep, Rensenbrink
A disposizione: Schrijvers, Schoenaker, Van Kraay, Wildschut, Boskamp, Hovenkamp, Rijsbergen, Nanninga, Doesburg, Suurbier, Lubse
Allenatore: Ernst Happel
Arbitro: Sergio Gonnella (Ita)
Marcatori: Kempes (Arg) 38’; Nanninga (Ned) 82’; Kempes (Arg) 105’; Bertoni (Arg) 115’
Crudelissimo, bellissimo.
Bravo Francesco, quel periodo e quella argentina mi hanno sempre interessato molto..
Racconto intenso, commovente e al tempo stesso surreale. Pare assurdo che vittime e aguzzini siano uniti assieme, solo per 90 minuti, da una partita di calcio ma pare davvero sia andata così.
Davvero un bel racconto, vivo e coinvolgente. Colpisce di questo autore la bravura nel parlare d'altro attraverso il calcio... e ci sta riuscendo sempre meglio.
L'emozione di legger di vita, di storia, di umanità parlando di calcio... un autore completo... ma sarebbe interessante vederlo cimentarsi anche al di fuori di Cuentos de futbol... (no ?).
© 2010 - 2012 flaneri.com – Tutti i diritti riservati. Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Roma – Autorizzazione N. 54/2012 del 15/03/2012