Fa caldo. Fa un caldo atroce anche se è solo maggio. Non c’è nemmeno un alito di vento. Le mattonelle grigio scuro non fanno che attirare i raggi del sole e scaldano la piazza, quelle bianche, tonde, posizionate a scacchiera, aumentano la luminosità dei raggi stessi. Su piazza del Popolo è stato montato un tendone bianco, lungo e largo. Uno di quei tendoni di tela plastificata, sorretto da sostegni di alluminio e acciaio. All’esterno si vedono i marchi dei vari sponsor: Gatorade, Nike, Dash, Peroni.
Lo spazio interno è diviso. Ci sono quattro tribune a gradinata mobile, si possono anche girare. «Sono un pezzo unico, però non le giriamo mai durante gli incontri, non conviene, fai prima a passare di lato ai campi e sederti su una delle altre tribune, il fatto che siano mobili dà solo l’idea della tecnologia, mi capisce... no?» A parlare è Carlo Timotei, uno degli organizzatori. «Le spese non sono così alte, gli sponsor e anche le amministrazioni locali ci mettono del loro, in pratica è un guadagno sicuro. E poi si ha anche l’idea che aiuti qualcuno, che condividi una passione, mi capisce… no? È importante». Le tribune sono affacciate sui lati lunghi dei campi. Sei piani di altezza. Ci sono volute tre settimane per tirarle su. Resteranno così per altre due settimane.
«A volte ci pensi: tutto questo lavoro e poi il circo cambia città…» Timotei è un signore simpatico, uno di quei signori bassi, sempre in giacca e camicia, ma senza cravatta, ti sembra sempre che stia lì a scrutare. Mentre parliamo accende a ripetizione le sue sigarette austriache, le Ernst: «Sa, me le faccio arrivare direttamente da Salisburgo. Ne vuole una? Ne sono un po’ geloso però se vuole provare...». Il telone si chiude a ovale e lascia un altro ovale aperto, al centro, chiuso solo da una plastica trasparente, così può entrare la luce naturale del sole: «I giocatori così sono più rilassati, è meglio se sono più rilassati, giocano meglio». Fa molto caldo. Poi ci sono le due gabbie. La rete è fatta di plastica dura, trasparente. Non sono delle vere e proprie gabbie, assomigliano più a delle scatole, ai contenitori da cucina della Tupperware. Alte circa tre metri. Dietro le porte ci sono dei bocchettoni dove viene sparata l’aria. Il campo è fatto di erba sintetica, è il vero vanto di Timotei, l’ha scelta lui: «Cazzo, un’erba così neanche in Svizzera, è di ultimissima generazione, questa qui nel gergo si dice che è di sesta generazione, nessun club l’ha in Italia, solo noi». Le porte sono la cosa più interessante. Sono alte un metro e larghe altrettanto, una sorta di buco. La palla è più piccola del solito e più leggera. Alla manifestazione organizzata dalla Nike in ogni città partecipano, di solito, tra i cinquecento e le migliaia di iscritti. Si gioca in squadre da due persone. Le categorie sono divise per fasce di età. Oltre a Timotei, a Littoria è venuta anche Simona Vivacqua, la responsabile degli sponsor: «Manifestazioni come queste portano un sacco di persone, non ne facciamo molte perché altrimenti non riscuoteremmo molto successo, ma così gli sponsor vedono che si arriva a mille partecipanti più tutti gli invitati, gli accompagnatori, Littoria è una location perfetta, gli alberghi sono spesso vuoti e così diamo una possibilità a tutti, richiamiamo un sacco di partecipanti da tutto il centro Italia».
Quest’anno la manifestazione a Littoria ha contato millecentocinquantasei iscrizioni. Il che significa che ci sono millecentocinquantasei squadre da due persone ciascuna. Circa il settanta per cento sono persone del posto. Alcune vengono da Roma. Il resto viene dal centro sud.
Antonio Musatti arriva da Messina, è venuto come free-player: «È una possibilità molto rischiosa, una volta un mio amico è andato free-player fino a Como, non ha trovato nessuno che giocasse in coppia con lui e non ha potuto partecipare alla Gabbia». Antonio è venuto due giorni prima a Littoria, si è iscritto alla Gabbia con Mohamed, un marocchino conosciuto giocando in spiaggia sul lungomare: «Il ragazzo è davvero forte, non avevo visto nessuno capace come lui a Messina, per questo sono venuto come free-player, è importante avere un compagno che sa come giocare a calcio, hai visto quanti iscritti ci sono? Se non hai una buona squadra sei out».
La competizione si svolge in due settimane, vengono giocati due incontri contemporaneamente, in due giorni metà delle squadre vengono eliminate, si va avanti finché non restano quarantotto squadre. Quindi ha inizio la fase finale, si gioca in un solo campo e le tribune laterali del campo B vengono spostate dietro al campo A: «Ci mettiamo mezza giornata a farlo, i giocatori così possono riposare una giornata, e poi viene il bello, la giornata e mezza finale con premiazione». Timotei ride e si porta alla bocca un’altra delle sue preziose Ernst austriache. Ogni incontro dura circa quindici minuti.
«Cristian è un vero portento, l’ho portato a fare le selezioni ovunque. Al Como, alla Lucchese, anche all’Arzignano, pare che hanno una squadra giovanile fortissima, puntano forte sui giovani. Aveva anche passato il provino, ma... ha una testa dura, non capisce, per lui o tutto e subito o niente. Così un giorno mi sono detto: “Ehi, se il ragazzo vuole provare una grande piazza, facciamogli provare una grande piazza”. E così l’ho portato a Bergamo, da Vavassori, lo sai che mi ha detto? Che non ha la testa, mi ha detto che non ha la testa, però che piedi!». Cristian ha sedici anni, ha giocato fino ai tredici al Littoria Scalo, come centrocampista, poi è passato alle Borgate Riunite Sermoneta – hanno un vivaio eccellente nella zona – e lì è rimasto in squadra un anno. «Il problema è che il mister non lo vedeva, non lo vedeva centrocampista avanzato, lo vedeva come mediano, io gli ho detto di provarlo, qualche chance, ma mi ha detto di no, che per lui era un mediano, ha passato un anno in panchina e poi l’ho tolto da lì». Cristian è alto un metro e settantasette, non ha neanche un pelo sul corpo, veste una tuta acetata che non toglie mai, la indossa sempre, anche a scuola o a casa, ne ha due, una blu e una rossa. Rossa e viola, oggi indossa questa, sono entrambe del West Ham di Londra, gli Hammers. Sono i suoi eroi. Si battono sempre con coraggio.
Si possono vedere atleti che si passano la palla sulla piazza, provano tocchi, passaggi di tacco, gruppi da cinque o sei fanno il gioco del torello, però è sempre un problema scegliere chi per primo deve stare al centro.
«La cosa più pesante è l’attesa, io sono venuto da Rieti, a ventidue anni ho giocato con il Rieti dei tempi d’oro. Ora, dopo quattro anni sono qui, è una bella occasione». Dariano Papi è un ragazzo dalla pelle più scura del solito, è di Afragola, vicino Napoli. È stato una promessa del calcio: «Ho fatto parte della selezione nazionale degli Under 16. Hai presente Paonessa? Ti dispiace se ti do del tu? Bene, sì Paonessa, quello che gioca in panchina col Cesena, indovina un po’ di chi era la riserva nella nazionale? Cristo, lo mandavo a prendermi l’acqua. Ora io sono qui… ma è tutta una questione di procuratori, di storie, di cose, è un discorso complicato insomma». Sì, è senz’altro un discorso complicato.
L’iscrizione al torneo Nike Street Football può avvenire in vari modi. Ci si può segnare fino a un giorno prima dell’inizio della competizione. C’è chi si prenota tramite internet, chi tramite telefono chiamando un comodo numero verde automatizzato al costo di un euro e cinquanta centesimi al minuto. Bisogna indicare il nome della squadra e le varie generalità, il numero di un documento in corso di validità e un numero telefonico; lo stesso vale per chi si registra direttamente allo stand allestito una settimana prima. Il costo dell’iscrizione è di venti euro a testa: «La spesa è necessaria, intanto hai sicuramente la possibilità di giocare una partita. Nel “contributo”, a noi piace chiamarlo così, sono comprese, inoltre, ben due maglie della Nike a persona e l’assicurazione medica… Ma non si è mai fatto male nessuno seriamente. Solo una volta un ragazzo si è spaccato il naso e basta, sono cose che succedono. Stavamo a Cagliari. E poi sì, abbiamo delle spese importanti, gli osservatori delle squadre professionistiche non si muovono per nulla. Chiamo personalmente tra le venti e le trenta società, e poi lo stand, le hostess». Timotei mi segue in ogni azione, è giusto che sia così, vuole mostrare una bella immagine della manifestazione, ogni tanto fuma tranquillo l’ennesima Ernst, soprattutto quando squilla il telefono cellulare di ultimissima generazione: «È la mia tortura». Ci sono due bellissime hostess prosperose, una bionda e una dalla carnagione nera e piena di tatuaggi: «Sì, a volte c’è anche chi prova a lasciarti il numero di telefono, ma non è che mi interessa più di tanto, anzi. Non mi interessa proprio». La bionda invece è la donna di Timotei, ma questa è un’altra storia. Lo stand è un altro punto centrale della manifestazione, diversi giocatori si affollano lì davanti: è una sorta di chiosco. Le ragazze, oltre al compito di segnare le ultime iscrizioni e inserire i dati nel computer che determina il tabellone, devono anche vendere delle bibite energetiche della Gatorade. Sono in promozione, due euro una bottiglia da trequarti di litro. Vari gusti tra cui il nuovissimo lampone artico. Per me sono gratis.
«Io credo che le donne qui non facciano bene agli atleti. Le donne non amano il calcio, non lo capiscono, io sono divorziato. Ho dovuto scegliere. Mia moglie stava sempre a lamentarsi degli allenamenti con la squadra, delle partite a calciotto il giovedì sera. Non voleva capire. E pensare che cinque anni fa mi aveva sposato perché ero il più bel ganzo di Cosenza. Tutto grazie al calcio, eh…». Federico porta i capelli lunghi, ha ventotto anni, è un attaccante, la sua carriera calcistica è andata a gonfie vele fino a due anni fa, sempre tra la panchina in serie C2 – quando la lega Pro si chiamava serie C – e le categorie dilettanti. Un anno è stato anche capocannoniere del Girone H di Serie D Interregionale. Poi è finito tutto. Due anni fa, durante un allenamento, quando si è rotto il menisco in due punti. Per lui, come per la gran parte di quelli che sono qui, questa è una delle tante ultime occasioni per cercare di ritagliarsi un posto in qualche squadra di buon livello.
«Fra tre settimane fanno anche la selezione per una squadra professionista di Beach Soccer, vicino Trieste, non posso mancare, utilizzerò tutte le mie ferie, ma se va in porto...». Alla mia domanda se è venuto solo a Littoria, e se andrà solo anche a Trieste risponde: «Sì, certo, e poi qualche compagnia la trovi sempre, come quella mora là allo stand». Sgrana gli occhi in segno di complicità.
Le squadre vengono chiamate una per una, vengono assegnate loro quattro magliette della Nike, due bianche e due rosse, su cui è stampato un numero, i componenti di ogni squadra hanno i numeri consecutivi. «Sì, queste sono le maglie, così è impossibile confondersi, sai come dice Shaw? “Bisogna essere semplici”. Per tutta la settimana della manifestazione abbiamo anche il padrino e la madrina». La madrina tarda ad arrivare, è un’attrice della televisione del posto, molto prosperosa, avrà il compito di consegnare ai vincitori il premio consistente in una coppa di metallo, in due medaglie e nei biglietti per la grande finale di Milano. «Sì, è così, oltre agli osservatori che partecipano a ogni competizione, le prime quattro squadre vengono invitate a Milano a giocarsi la grande sfida, e lì ci sono molti più osservatori e qualche allenatore di serie B e lega Pro. È una grande occasione». Mentre dice questo Timotei deve lasciarmi, deve finire di organizzare l’evento, deve far sedere gli ospiti e telefonare agli sponsor. Fuma un’altra Ernst e se ne va.
Il padrino di questa manifestazione è Vincenzo Somma, un allenatore di Littoria, ha allenato anche in serie A. Per un anno solo. È seduto stancamente in tribuna e osserva gli allenamenti, dovrà restare seduto lì per tutta la durata della manifestazione. Viene continuamente salutato da tutti i giocatori della provincia presenti alla Gabbia, molto spesso anche i genitori vanno a salutarlo. Il padre di Cristian si avvicina al mister Somma, lo saluta cordialmente, si stringono la mano, è un continuo stringere la mano per il signor Somma. «Lui Cristian lo conosce bene, lo ha allenato un anno intero, alle Borgate Riunite Sermoneta, diceva che doveva crescere, ora sono convito che lo troverà cresciuto... uhhuhhuu. Ora ha la possibilità di mostrare qualche colpo di classe, sai? Quelli della sua età non gli stanno dietro, e non può mettersi in mostra, poi è normale che quando vai a giocare a Roma con squadre di quartiere che hanno un vivaio più ampio, beh perdono tutti… tutti! E Cristian non può mettersi in mostra. È colpa della squadra».
Antonio è invece molto in ansia per questo torneo, per lui conta sola la squadra: «Sarebbe importante mettersi in mostra, potrei tornare a Messina e far vedere a tutti come ho giocato bene con uno sconosciuto qualsiasi, far vedere che io so fare il bene della squadra».
Il torneo ha inizio il quindici maggio alle ore undici di mattina. Finirà una settimana dopo. Per molti di questi giocatori è l’ultima chance di fare colpo su qualche allenatore, di mettersi in mostra. La maggior parte di loro lavora come venditore d’auto o come assicuratore finanziario o giù di lì, come Antonio o come Dariano, per loro il calcio è la vita. Non hanno avuto molto tempo neanche per studiare. Il padre di Cristian ha sempre sognato di giocare a calcio da professionista, vedere suo figlio svettare tra gli Under 20 è qualcosa di meraviglioso, un airone che vola nel cielo, per lui è come un airone, pensa questo tutti i giorni quando apre il suo negozio di articoli sportivi. Nel suo paese è una leggenda. Per molti di loro la Gabbia è come mangiare la mela di Adamo: torneranno a casa con la consapevolezza. La consapevolezza di averci provato e di non esserci riusciti, di aver tentato finché hanno potuto. È il gusto dell’aver conosciuto.
Alla fine della manifestazione, solo Cristian è arrivato alla fase finale della manifestazione a Milano, lui e il suo compagno sono arrivati quarti. Il padre è entusiasta: «È un grande momento, ora deve lavorare sodo, sono sicuro che può farsi notare e se Gianmatteo gli passa di più la palla, a Milano ne vedremo delle belle». Cristian è felice e dedica la vittoria a Sara, la ragazza più bella della scuola, e naturalmente non può mancare la dedica al suo eroe, a Paolo Di Canio, il suo giocatore preferito. Viene intervistato da tre giornalisti locali, tra cui io.
A Milano, dopo giorni di preparazione, la squadra di Cristian e Gianmatteo non passerà la prima selezione.
Di tutti gli altri intervistati, solamente Dariano ha passato il primo turno, poi ha vinto il secondo, ha perso il terzo per un goal ma è stato ripescato per il quarto turno. Poi è uscito. La squadra di Antonio e Mohamed, come quella di Federico, non ha passato la prima fase. Bernard Shaw non ha mai detto che «bisogna essere semplici» e nessuno dei partecipanti alla manifestazione di Littoria o alla fase finale di Milano ha avuto un contatto con un agente, un procuratore o un allenatore. Nessuno, neanche i finalisti. Neanche i due vincitori. La madrina della manifestazione è sempre più prosperosa.
Certo che questo autore è proprio positivo, non capisco proprio perchè deve scrivere queste cose, non discuto lo stile ma è negativissimo
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allora io ke non e' ke ci capisco tanto sono molto in accordo con lisetta xke' magari l'autore nn ke capisce molto di calcio. io sono capitato un po' x caso in questo sito (ke non e' male
) xke' cercavo un sito ke dava informazioni se x caso la rifacevano la gabbia, ke poi non si chiama così. xo' mica kapisco xke' l'autore deve denigrare uno sport ke da delle possibilita a dei ragazzi ke sinceramente ci provano.
cmq forza roma!
piovra93
@Lisetta, io non lo trovo negativo, lo trovo vero.
@Piovra, l'autore non denigra i ragazzi che sinceramente ci provano, denigra gli sponsor che sinceramente ci mangiano sopra.
caro sissoko,
si vede che sbaglio ad avere una mia opinione, se ti da fastidio non commento più che poi se ho sbagliato ad avere una mia opinione sul testo magari potrebbe dirmelo l'autore
Salve a tutti e prima di tutto grazie per i commenti. Sì, la proposta-difesa di lettura di Sissoko-bianco è corretta.
I racconti non sono comunque un gioco enigmatico, e se sicuramente fa piacere, e dipingerà un sorriso su chi ha capito il racconto le opinioni personali (per Lisetta) non vengono toccate minimamente: se i miei racconti non ti piacciono non è un problema magari però potresti criticare lo stile o un personaggio, il finale, ma non discutere sulla mia visione del mondo, se anche essa fosse negativa resterebbe una mia opinione ed in quanto tale va' rispettata come io rispetto la tua.
@Piova93 spero sinceramente che tu riesca a sfondare nel gioco oggetto di questo racconto.
Bravo Paolo!! Bravo!!
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